Letto per voi: Una foglia

Una notte una foglia sentì che il vento si era fatto di colpo più freddo

Silvia Vecchini – Una foglia

Questo albo splendidamente illustrato da Daniela Iride Murgia per edizioni corsare è uno dei miei preferiti.

Come saprà chi mi conosce da un po’, ho iniziato a raccogliere albi illustrati nel 2003, durante la mia prima gravidanza e non ho praticamente più smesso: ne ho letti a centinaia, ed aspetto sempre, trepidante e curiosa, di imbattermi in un altro albo, in un’altra storia, in un altro modo di narrare un tema della vita a me caro (cioè la vita, in tutte le sue infinite sfumature e declinazioni). 

Questo albo proviene (insieme ad un’altra ventina…) dalla Bologna Children‘s Book Fair 2018: come spesso accade, l’occhio è stato catturato dalla copertina e dopo qualche secondo le mani hanno iniziato a sfogliare le pagine spinte dagli occhi, divenuti improvvisamente ingordi e partecipi della storia di “Una foglia”.

Si dice che “non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina”: non concordo in linea generale con questa massima, e sono ancora meno d’accordo quando si tratta di un albo illustrato, nel quale la copertina è un assaggio di ciò che stiamo per andare a scoprire all’interno.

Una bella storia con illustrazioni intense e vivide.

Che parlano di una foglia.

Perchè dovremmo volere leggere la storia di una foglia?

Una foglia, una, tra miliardi di miliardi, è degna della nostra attenzione?

E cosa dovrebbe raccontarci, questa foglia, che non sappiamo già? 

Un ALTRO libro sulle stagioni?

Una foglia è  una storia bellissima piena di suggestioni e di declinazioni, in cui la semplicità del racconto permette al lettore di seguire la storia e contemporaneamente leggerla su diversi piani di lettura. Una foglia affronta temi complessi, senza calcare la mano: lascia che chiunque leggendo acceda al livello di interpretazione che può sostenere emotivamente: la storia di questa foglia può rimanere una “semplice” storia d’autunno e sull’avvicendarsi delle stagioni, oppure può diventare una storia sul passaggio del tempo, sulla fine e sul nuovo inizio, o ancora una storia sull’ineluttabilità e la resilienza.

Silvia Vecchini è quel tipo di artista che vorresti avere come vicina di casa. Perchè là dove appoggia il suo sguardo, è in grado di tradurlo in un nuovo modo per vedere ciò che sta osservando, e per raccontarlo anche a te, che magari stai distrattamente guardando altro, e per portare la tua attenzione lì, dove dovrebbe stare.

Regala meraviglia, questa storia di Silvia, perfettamente narrata dalle illustrazioni della Murgia.

Leggere: dalla parola al pensiero

“Nuotiamo in un mare di parole, ci muoviamo in un oceano di simboli: qualcuno ne rimane attratto istintivamente, e si lascia sfiorare, qualcuno butta un occhio distratto continuando per la sua strada, qualcuno si lascia travolgere ed è in continuo mutamento: qualcuno infine passa semplicemente  oltre, sfuggente.”

 

Leggere è uno dei pochi verbi, insieme ad amare, che non ammette imperativo, dice Pennac con il suo solito, saggio (ed invidiabile) acume.

Eppure, nella mia lunga carriera di lettrice, iniziata precocemente quaranta anni fa con una smodata curiosità per l’oggetto libro prima e per i suoi contenuti poi, ho sentito spesso coniugare il verbo leggere all’imperativo: – Leggete di più! – veniva detto quotidianamente ai miei compagni di classe, non solo alle scuole elementari e medie, ma anche (persino!) durante i pomeriggi di giochi in cortile. Per non parlare dell’estiva ora del silenzio, durante la quale si era condannati a leggere, essendo tutto il resto, a parte il sonno, proibito.

Bisognava leggere, in autonomia, seduti al tavolo di cucina, o alla propria scrivania. Non importava cosa, purché si leggesse un libro. I fumetti non erano considerati letteratura, o comunque erano lettura e letteratura di serie B. Vedere un film non era considerato letteratura. I libri con troppe figure non erano considerati letteratura. I libri tematici (di macchinine, di barbie, di giochi all’aperto etc) non erano letteratura.

Leggere, per molti genitori nati negli anni del dopoguerra, era indissolubilmente associato ai libri di scuola e ai classici. Meglio se con poche figure e illustrazioni.

Per i genitori del mio quartiere leggere era un “sofferto” crocevia verso una posizione sociale migliore: appartenenti alla cosiddetta classe operaia nelle numerose aziende tessili pratesi, artigiani o piccoli commercianti i padri, quasi tutte casalinghe fermatesi alle scuole medie le mamme: quasi tutti (a braccio direi 7-8 su 10) assai desiderosi di offrire (oserei dire imporre) un avvenire migliore ai loro figli, possibile solo attraverso un maggior livello di istruzione. Leggere era quindi visto come un “sacrificio” necessario. Loro di solito non leggevano niente, nemmeno il quotidiano la mattina. Non era per loro, dicevano, non avevano tempo, dovevano lavorare, o riposarsi, o comunque, non dovevano leggere.

I figli, invece, dovevano: negli anni ottanta, quando ancora i pareri del medico e dell’insegnante per le famiglie avevano un valore, leggere faceva parte di una “prescrizione”, come prendere le vitamine: andava fatto, quando la famiglia ne riconosceva l’importanza, come compito. Non era ancora visto, o comunque non sempre, come un piacere e restava confinato a un dovere personale del bambino/ragazzo.

Si leggeva da soli. Non c’era quasi mai il diretto coinvolgimento delle famiglie, leggevano talvolta in occasioni speciali i nonni o le mamme (soprattutto ai piccolini che non avevano ancora conquistato la capacità di leggere autonomamente). Nelle case non c’erano le librerie, e quando c’erano, non c’era traccia di libri per bambini. (I libri, all’epoca, venivano buttati via, come fossero cartaccia, durante i traslochi, o nei passaggi tra infanzia e adolescenza o tra adolescenza ed età adulta: a pensarci, rabbrividisco). Raramente si leggeva ad alta voce e in gruppo, in famiglia, tra fratelli e tra amici. Anche le poesie entravano nelle case direttamente dalle antologie scolastiche, soprattutto dai classici, e si privilegiava ahimè la capacità di “ripeterle” a memoria: quasi mai si dava spazio alla capacità di leggerle con intenzione, interpretazione, musicalità. La musica, intesa come si intende l’educazione musicale oggi, non c’era. Ascoltare musica a scuola era facoltativo e lasciato alla discrezionalità della maestra, a casa si ascoltava la radio, e la musica “moderna”. Le librerie, per ragazzi erano pochissime in Italia e il settore per l’infanzia delle normali librerie era spesso confinato ad un piccolo angolo.

Noi lettori in erba degli anni ottanta con Topolino in una mano e il Corriere dei Piccoli sottobraccio, avevamo un bel daffare per coltivare la nostra impervia passione. Se i genitori non ci portavano in biblioteca, da soli non potevamo andare. I supermercati di allora non vendevano i libri per ragazzi. Le edicole nemmeno a parlarne. Per avere un libro nuovo, dovevi sperare di: avere una maestra illuminata e una scuola attrezzata di biblioteca scolastica; avere una famiglia che coltivasse la passione della lettura e per la letteratura per l’infanzia e ti portasse il sabato pomeriggio in biblioteca o nelle librerie specializzate; avere un carteggio frequente con Babbo Natale e distribuirne copia autografa a parenti fino al quarto grado, così da trovare più libri possibili sotto l’albero.

Dovevano ancora arrivare, purtroppo, le librerie per ragazzi distribuite a tappeto in tutto lo stivale, così come gli albi illustrati oggi storici ma in quegli anni elitari ed introvabili. Si affacciavano, timidi, i grandi autori italiani per ragazzi, distribuiti da apposite collane di vecchie e nuove case editrici. Mi piace ricordare Bianca Pitzorno, per le inenarrabili risate che ho fatto grazie alla sua Lavinia e anche Laura Orvieto, con le Storie della Storia del Mondo, che ho amato incondizionatamente.

Dovevano ancora arrivare i wordless picture book: ancora oggi restano di nicchia e sono visti con sospetto da famiglie e insegnanti (troppo da bambini!), per me rappresentano comunque la gustosa rivincita degli amanti dell’illustrazione sui puristi dei “veri” libri senza immagini e sono ricchissimi di opportunità anche nel lavoro con adolescenti e adulti.

Negli ultimi venti anni del secolo scorso, quando io ero bambina e poi adolescente, doveva ancora concretamente strutturarsi, con e dopo Rodari, un pensiero diffuso e comune di pedagogisti, insegnanti e famiglie, sul ruolo della letteratura per l’infanzia nella vita del bambino, del ragazzo e infine dell’adulto.

Non era ancora chiaro, oggi lo è molto di più grazie al capillare lavoro di pedagogisti, autori ed editori: la letteratura per l’infanzia ha la funzione tra le altre di favorire il pensiero critico e la capacità relazionale, sia intergenerazionale che tra i pari.

Quest’ultimo elemento per il mio lavoro è di primaria importanza, a fini didattici e pedagogici, ma anche a fini preventivi, psicoeducativi e propriamente terapeutici.

La storia della letteratura per l’infanzia muove i suoi passi due secoli fa, ma ha impiegato decine e decine di anni per arrivare all’orecchio delle famiglie, degli educatori di nido e degli insegnanti, troppo spesso arroccati su posizioni lontane dagli studi e dalle esperienze pedagogiche più moderne. La campagna di promozione della letteratura per l’infanzia come piacere condiviso in famiglia e a scuola, come occasione di sviluppo e di crescita, cognitiva, emotiva e sociale è ancora in corso e a mio avviso sarebbe opportuno coinvolgere direttamente i genitori almeno nella lettura a voce alta a scuola, così da creare una nuova figura per l’immaginario collettivo: quello degli adulti che si divertono leggendo, a scuola, per se stessi e per i loro ragazzi (si dice che l’educazione si faccia più con l’esempio che con le parole, credo ci sia molta verità in questa frase).

Si legge ancora troppo poco, spesso per dovere, e si ha ancora timore nei confronti dei nuovi linguaggi narrativi, amati e diffusi tra i ragazzi di oggi (i video che presentano i libri per bambini, i nuovi storytelling e le app. per i tablet sono un’esperienza multisensoriale avvincente e divertente, per grandi e piccini).

La parola e l’immagine sono ubiquitariamente distribuiti: se è vero che non si può non comunicare, è altrettanto vero che non si può nemmeno non ricevere comunicazioni, uditive, visive, tattili che siano; negli anni gli studiosi e alcune case editrici hanno iniziato a proporre alla popolazione un crescente patrimonio di letteratura per l’infanzia, ma manca ancora la confidenza nei nuovi linguaggi narrativi: si esplorano ancora troppo poco le aree dell’albo illustrato, impropriamente riservato soltanto ai piccolissimi, del fumetto e dei film / video. A scuola continua ad essere privilegiato il libro (indistintamente, basta che sia un libro a forma di libro), utilizzato talvolta, in assenza di un vero progetto pedagogico, anche per affrontare temi “complessi” al momento del bisogno (quando in classe c’è “il caso”, come mi disse tempo fa un’insegnante alle prese con un lutto di un’alunna). Esempi meravigliosi di letteratura per l’infanzia che affrontano il ciclo di vita, la malattia e il tema della morte, che sarebbero ottimi strumenti di lavoro e di crescita cognitiva ed emotiva del gruppo classe, rimangono spesso nei cassetti a impolverarsi. Nella mia esperienza professionale di formazione di operatori sanitari, educatori, pedagogisti e insegnanti, il ruolo della letteratura per l’infanzia è centrale anche per gli adulti, compresi i  genitori e i nonni. La letteratura per l’infanzia è dunque prezioso strumento non solo per i bambini ma anche per chi lavora con i bambini / famiglie e può beneficiare di linguaggi pedagogici e profondamente, rispettosamente, evocativi.

Sono stata una bambina lettrice incallita. Per me l’imperativo del verbo leggere era associato ad un esplicito divieto: smetti di leggere! Basta leggere! Se finisci anche questo, non te ne compro più fino a Sabato (ed era magari lunedì….). Ho letto da sempre (ci sono documenti fotografici che mi ritraggono seduta nel passeggino, con un libro in mano). Ho letto quando non potevo farlo: alle medie durante le ore di educazione tecnica, tenendo Anna dai Capelli Rossi dentro al manuale di tecnologia, e alle superiori, durante le noiose ore di filosofia, quando dovevo invece finire Sartre, con tutta l’urgenza che si ha a sedici anni. Ho letto mentre scrivevo le tesi, per distrarmi dai libri per la tesi. Ho letto in gravidanza, recuperando i miei libri preferiti e ricominciando a scrivere a Babbo Natale per recuperare i libri per l’infanzia usciti nel frattempo che ero diventata donna. Ho letto ai miei figli, in tandem con mio marito (ho scelto un marito bibliofilo ça va sans dire). Ho letto, e leggo ai miei pazienti, usando spesso la letteratura per l’infanzia come volano per accedere a mondi interni rimasti chiusi dentro e indicibili. Leggo ai miei discenti, quasi sempre molto adulti, quasi sempre molto stanchi per le loro routine lavorative: è incredibile vedere il potere trasformativo della letteratura per l’infanzia nei grandi.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”

 Antoine De Saint-Exupéry

Educare alla lettura, educare alle emozioni

L’educazione alla lettura è un tema che mi è molto caro: lo promuovo da anni non solo come esperta di psicologia perinatale (con i neogenitori ed i nonni), o con i miei pazienti in psicoterapia, ma anche come autrice di progetti in alcune classi di scuola primaria di Prato sulla narrativa delle emozioni.

Numerosi autori sottolineano l’importanza di almeno tre fattori ritenuti necessari per promuovere l’educazione alla lettura:

1) la presenza di almeno un adulto disponibile ad educare, (e ancor prima, spesso, ad educarsi alla lettura): le madri in primis ma anche il contesto familiare allargato, così come le insegnanti/educatrici hanno un ruolo fondamentale per promuovere la lettura e con essa/ attraverso essa tutto ciò che la lettura comporta nello sviluppo del bambino. L’adulto veramente disponibile a “farsi strumento” per facilitare l’incontro con il libro e lo sviluppo del piacere della lettura è fondamentale per il buon esito del progetto: un adulto che “legge tanto per passare il tempo”, perché “va fatto”, perché “fa bene al bambino” ma non ha passione alla lettura, non è abituato ad ascoltare altri leggere, né ad ascoltarsi mentre legge, difficilmente raggiungerà lo scopo stabilito (a questo proposito, particolarmente evocative e fruibili sono le riflessioni sulla “Voce Fiume” di Valentino Merletti);

2) la presenza di un adeguato “registro” relazionale tra chi legge e chi ascolta/ guarda/ sfoglia il libro: la necessità di “sintonizzarsi”, di trovare il ritmo, di rispettare i tempi, i modi e la velocità di lettura sono elementi imprescindibili per favorire l’interesse nel libro e nella lettura da parte del bambino. Altrettanto importante è la capacità di cogliere i feedback dei bambini durante e dopo la lettura proposta e dunque scegliere, selezionare e proporre libri che siano fruibili, che siano sufficientemente comprensibili cosicché i bambini siano invogliati a soffermarsi o a ritornarvi sopra, da soli o con l’adulto;

3)  il riconoscimento del bambino come interlocutore privilegiato, in grado di partecipare all’atto del “leggere” e del “guardare le figure” in modo attivo: il bambino si appassiona alla lettura non quando la subisce come mero ricevente, ma quando può trovare lo spazio ed il tempo per interagire con l’adulto e con il libro stesso.

L’educazione alla lettura, attraverso la relazione e il rispecchiamento con l’adulto, è una strada per l’educazione alle emozioni, aspetto pedagogico di particolare rilevanza nel nostro attuale vivere contemporaneo, sia per l’adulto, che deve riscoprirsi bambino e pertanto educabile, sia per il bambino, in cerca di autonomia ed interdipendenza.

La narrazione come patrimonio dell’umanità

“Narrare è intrecciare e dipanare eventi attorno a un centro e secondo un senso. Il centro è, in genere, un personaggio, e il senso è un’esistenza” F.Cambi

 

La narrazione costituisce un patrimonio irrinunciabile dell’essere umano, mezzo primario di identificazione e di evoluzione, al punto da essere annoverato da alcuni psicologi tra i bisogni fondamentali dell’uomo, in grado di influenzarne il benessere e la salute.

Il narrare-narrarsi è a pieno titolo al centro di percorsi di cura come il counseling e la psicoterapia. Curare con le parole, attraverso le parole, offerte e ricevute, trova la sua radice nell’uomo e nella sua storia. Fin dagli albori della sua esistenza, infatti, l’uomo ha “lasciato tracce” narrative di sé, ha compiuto veri e propri sforzi comunicativi che ha poi raffinato nel corso del tempo, individuando forme del narrare e del narrarsi via via nuove e multiformi (dai pittogrammi sulle grotte alle attuali forme narrative di vlogging). Non è un caso che l’atto del narrarsi-narrare sia attività presente in tutti i tempi e in tutte le culture. Le forme narrative possibili sono molteplici: in alcuni popoli particolari tradizioni narrative (frequentemente il racconto orale) costituiscono un elemento identitario fondante, che si tramanda di generazione in generazione. Il bisogno di narrare, che è proprio dell’infanzia, non si esaurisce con l’infanzia stessa, ma prosegue e accompagna l’uomo per tutta la sua esistenza, ed oltre. Il filo che unisce le generazioni passate a quelle future è un filo di narrazioni, esplicite o implicite, sulle quali i bambini, ma anche gli adulti operano un lavoro di volta in volta superficiale o profondo, fantastico o realistico, il cui scopo è l’accesso al mondo (interno, in fieri, ma anche esterno), la comprensione del mondo, la presa di coscienza del mondo e delle sue forme. La narrazione si pone dunque come nucleo fondante della formazione (intesa come formarsi, prima di tutto e poi formare), e come strumento pedagogico fondamentale.

Cinema e letteratura: non è sempre la “solita” storia!

“Personalmente, preferisco il libro” Hitchcock

Il cinema utilizza uno specifico ed affascinante linguaggio narrativo e numerosi sono gli studi che analizzano la relazione e le differenze tra il linguaggio del cinema e il linguaggio della letteratura. Secondo Metz cinema e letteratura hanno in comune i significati, (sostanza, forma e contenuto), ma differiscono per il significante (la forma di espressione). Pur cambiando il modo d

i esprimere il racconto, alla base dei due linguaggi rimane la narrazione: Chatman e Jost, con la narratologia comparata, hanno messo in rilievo gli aspetti comuni tra i due tipi di linguaggio: l’analisi dei personaggi, i rapporti cronologici e causali delle varie sequenze, la presenza/punto di vista del narratore.

Un film può dunque essere non solo “visto” ma anche “letto”, come un libro.

Un film si può dunque leggere su diversi livelli:

1) un primo livello, quello richiesto allo spettatore: una lettura che permetta di comprendere correttamente il significato dato dalla successione e combinazione di immagini e suoni;

2) un livello più specifico e approfondito: il riconoscimento degli elementi costitutivi del linguaggio filmico (elementi visivi, verbali e musicali) e degli effetti della loro combinazione, lettura che richiede un apposito metalinguaggio per esprimere i procedimenti attraverso cui si realizza la strategia comunicativa del film;

3) la somma dei due: l’incontro tra gli elementi costitutivi del linguaggio filmico (punto 2) e un universo narrativo coerente e riconoscibile;

4) infine, la lettura di tutti quegli elementi non strettamente necessari alla descrizione della storia, che tuttavia concorrono a significati simbolici e secondi. Quest’ultimo aspetto ha una grande importanza quando si utilizza il cinema a fini terapeutici.

Quale che sia il linguaggio scelto, quello del libro o quello del cinema, il comun denominatore resta dunque l’arte del racconto, che si esprime attingendo dai diversi linguaggi, attivando nel lettore specifiche competenze cognitive ed emotive. Il potere evocativo del cinema in particolare rende immediata e spesso catartica la possibilità di guardare il mondo “a distanza”, sullo schermo e di attivare/ riattivare, sentire/codificare nell’immediatezza della visione, specifici angoli del proprio mondo interno.

Il fascino infinito del picture book

Durante la gravidanza del mio primo figlio, nel 2002, sono letteralmente caduta nel tunnel della letteratura per l’infanzia.

Quando mi sono iscritta al corso di Perfezionamento in Linguaggi Narrativi e letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, organizzato dall’Università degli Studi di Firenze, la ragione primaria era quella di approfondire il mondo degli albi illustrati e dei wordless picture book, che mi hanno sempre appassionato, ma che non avevo mai “studiato”. L’illustrazione e gli albi illustrati aprono  “un mondo dentro a un mondo”, quello della letteratura, della pedagogia, dell’apprendimento e dello sviluppo infantile ponendosi come mezzo privilegiato di accesso al mondo esterno e al mondo interno di chi legge e di chi ascolta.

Gli albi illustrati, con e senza parole hanno dunque infinite possibilità di utilizzo e dunque sono grandi le ricchezze e le opportunità che si nascondono in 32 pagine.

Approfondendo la tematica degli albi illustrati e del loro razionale di impiego pedagogico, ho inoltre collezionato finalmente un sacco di risposte da dare a chi per anni ha guardato con sospetto la mia collezione di albi illustrati e di wordless picture book (impropriamente definiti silent-book in Italia), che per alcuni sono (cito testualmente) “libri inutili, che non insegnano niente e che occupano solo un sacco di spazio”.

La nostra cultura è ferma ad un apprendimento verticale dall’alto verso il basso e nozionistico, livellato su obiettivi minimi da raggiungere e poco incline alle eccezioni: non stupisce quindi, che l’albo illustrato in cui ogni bambino è chiamato a rinarrare una narrazione secondo il suo proprio punto di vista, spesso non coincidente con quello dell’illustratore o dell’autore, sia visto con sospetto da molti adulti.

Ilaria Tontardini scrive punto per punto tutte le cose che si possono fare con un albo illustrato, tutto ciò che un bambino può attingere dall’incontro con l’albo, fino ad arrivare al 4 punto, che è quello che come mamma e terapeuta ha per me una grande importanza quotidiana: riuscire a raccontare e a raccontarsi, a formulare “teorie del mondo” e utilizzare le immagini e le parole del testo per fare un’esperienza di ricchezza trasformativa.

Valentino Merletti  sottolinea fin dal titolo il grande valore che si cela nel picture book, ovvero quello di costituire il primo vero strumento di lettura condivisa da adulto e bambino.

Anche se in Italia siamo ancora impegnati a dare una definizione di cosa è e di cosa non è, di come si chiama e di come non si chiama, per Valentino Merletti siamo ancora lontani da avere una visione univoca dell’albo illustrato, come di qualcosa il cui valore finale è superiore alla somma delle parti.

Eppure, il valore del picture book lo si evince mettendosi accanto a un bambino o in cerchio in un piccolo gruppo per condividere la lettura: in grado di calamitare l’attenzione e di generare dibattiti (interiori e, a volte, condivisi), in grado di offrire un punto di vista a tutti (anche ai bambini con difficoltà di apprendimento), in grado di essere rassicuranti e al tempo stesso in grado di accompagnare i lettori al di fuori della comfort zone. Vale per i bambini, ma vale ancora di più per gli adulti, come ho avuto modo di constatare nei miei laboratori sulle emozioni difficili e sul ciclo di vita.

Letto per voi: Michael Rosen’s Sad Book

Michael Rosen – Quentin Blake

We all have sad stuff. Maybe you have some right now, as you read this.

Michael Rosen è un famoso autore inglese di libri per bambini.

In Italia il suo testo più noto è sicuramente “A caccia dell’Orso” divertente e popolare libro per bambini scritto insieme ad Helen Oxenbury ( chi ha bambini piccoli e  non è mai andato con loro a caccia dell’orso, deve in ogni modo provare questa esperienza, prima che crescano troppo).

Purtroppo meno noto in Italia il libro di cui voglio parlarvi oggi: Michael Rosen’s SAD BOOK , pubblicato nel 2004 da Candlewick Press e correttamente rivolto, nelle intenzioni degli autori, sia ai bambini che agli adulti. SAD BOOK (scritto grande, in stampatello, bene in vista sulla copertina) è un libro coraggioso e onesto sul dolore del lutto, su come funzionano i giorni dopo la perdita e su cosa possiamo/dobbiamo farcene del dolore che rimane.

Questo testo, unico nel suo genere, ha ricevuto numerosi consensi dai critici letterari, è stato recensito da varie testate ed è stato edito più volte. Nonostante questi plausi, e nonostante le magnifiche illustrazioni che quasi parlano da sole alle persone in lutto,  difficilmente vedremo tradotto questo libro in italiano.

In Italia il lutto è ancora un tabù: se proprio deve essere affrontato, viene trattato con molta fatica, in modo superficiale e sintetico e spesso ne vengono affrontate solo determinate parti, quelle più accessibili all’immaginario collettivo, tralasciando gli aspetti più “negativi” e scomodi correlati al lutto. È molto difficile nel nostro paese parlare del percorso che va dal momento della perdita fino alla trasformazione del dolore in qualcosa di diverso, più simile alla “vita” che al limbo del lutto. Questo percorso di trasformazione del dolore è un percorso lungo, è un percorso complicato, è dannatamente poco certo: non si sa come andrà a finire la nostra elaborazione, nonostante l’impegno, gli sforzi, la volontà.

Non si sa finché non abbiamo attraversato il primo anno anno e mezzo e quindi finché non abbiamo trasformato abbastanza il dolore così da riuscire a tenerlo saldamente per mano, senza che ci scappi da tutte le parti e ci impedisca di vedere dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. Affrontare questo penoso viaggio esperienziale con candore e onestà è difficile, e suona come molto penoso e spaventoso. Chi potrebbe mai voler comprare un libro così triste? Ecco perchè in Italia i libri per bambini sul lutto sono pochi, ecco perchè li troviamo dentro piccole e preziose nicchie, ecco perchè alcuni sono stati pubblicati e mai più riediti, e quindi non sono più distribuiti.

Forse il nostro mercato non è ancora pronto per stampare libri in italiano, per bambini, in cui si descrive e si disegna il lutto di un padre che senza pudori e senza peli sulla lingua ci fa entrare nel faticoso mondo della sua personale elaborazione del lutto, dopo la grave e prematura perdita di suo figlio Eddie.

Dobbiamo per adesso accontentarci di leggerlo in lingua originale, e questo significa che possiamo leggerlo solo se si sa l’inglese. Un vero peccato, perchè questo testo potrebbe essere utilizzato ampiamente come ausilio per molte persone in lutto che l’inglese non lo conoscono, ma conoscono a menadito cosa prova Michael Rosen, perchè lo stanno provando o l’hanno provato, allo stesso modo, anche loro.

Il libro si apre con un ritratto di Michael:

“This is me being sad”

“Really I’m sad but pretending I’m happy”

Michael Rosen’s SAD BOOK

Con questo ritratto, il mio amore per Quentin Blake, iniziato con i libri di Roal Dahl, è ulteriormente cresciuto: la straordinaria coppia autore e illustratore aprono il “libro triste di michael” con il primo gigantesco equivoco culturale che colpisce quasi tutte le persone in lutto.

Questi due giganti della letteratura per l’infanzia non potevano non pensare, stante il loro rapporto privilegiato con i bambini e i ragazzi a un modo migliore, più onesto e veritiero  per aprire un libro sulla tristezza, e chiarire subito la centralità delle relazioni, con chi non c’è più e con chi rimane.

Chi è in lutto, infatti, è impegnato in una battaglia su più fronti: non è solo impegnato dal lutto per la persona venuta a mancare e dalle sue contemporanee reazioni psico-fisiche all’evento luttuoso, ma fin da subito si trova costretto ad affrontare una parte del lutto, quella che gli inglesi definiscono mourning e che in italiano non ha un termine corrispondente, che potremmo definire “lutto sociale“. Il lutto sociale è quell’aspetto del lutto che va oltre il defunto, oltre al tuo sentire, perchè riguarda il “se con l’altro“, riguarda la dimensione psicologica e sociale della tua relazione con gli altri, del tuo stile di attaccamento, e di come l’evento luttuoso influenza la tua vita sociale successiva. Riguarda le tue aspettative su come reagiranno gli altri al tuo dolore, e riguarda le tue aspettive su come dovresti reagire tu, che immagine vorresti dare agli altri, cosa riesci a chiedere e i feedback che gli altri danno alle tue richieste. Il lutto sociale riguarda anche, direi soprattutto, le aspettative generali che gli altri (parenti, amici, colleghi di lavoro, società in generale) hanno su come una persona dovrebbe affrontare il suo percorso di lutto.

La persona in lutto paga un prezzo molto alto per molti mesi, impegnata com è a muoversi con il suo ingombrante carico di dolore tra l’assenza, la vita com’è adesso, gli altri e le loro richieste, il futuro che sembra nebuloso e insensato. Rosen dopo la morte di Eddie per meningite, cerca risposte che non riesce a trovare. Le cerca, stimolato, incessantemente, dagli altri suoi figli, impegnati ad elaborare la scomparsa del fratello come solo i bambini sanno fare.

The children, Rosen says, “would ask, ‘And how old’s Eddie now?’ And I’d say, ‘Well, he’s just died.’ I didn’t know what else to say, really. It was literally just a few months after. Kids were asking me questions, and I was thinking, ‘I’ve got to have a way of answering it, and so in the end I wrote [this book] as an answer, almost as if I owed it to them

Michael Rosen – The Guardian

Rosen scrive questo libro per rispondere ai suoi figli e, nel cercare le risposte per loro, fa un viaggio prezioso dentro il suo lutto, mettendosi a nudo, in precario equilibrio tra rinuncia e propositi, assenza e ricordo, ribellione e accettazione. Si mette a nudo, e Quentin Blake evoca con i suoi tratti nervosi e vividi le emozioni della perdita senza aggiungere fronzoli riparatori, senza edulcorare, senza distogliere lo sguardo dai momenti più bui.

 Sad Book doesn’t hide the darkness. It doesn’t try to pretend that suffering and sadness are easy to bear. But it does at least show that it’s okay to feel bad sometimes

Sam Jordison – The Guardian

A partire da: dai sei anni, insieme a un adulto che ha già letto questo ed altri libri sul lutto e riesce a “stare” in modo consapevole ed onesto accanto a un bambino, alle sue reazioni e alle sue domande rispetto alla morte e al lutto

Specialmente consigliato per: chi lavora con le persone in lutto, le persone in lutto.

Letto per voi: Il giorno prima

VERBAVOLANT edizioni

Lorenzo Naia e Roberta Rossetti ci regalano un albo illustrato originale, delicato e poetico.

Il giorno prima è un viaggio emozionale che il lettore compie semplicemente aprendo una busta: la storia contenuta nella busta è un albo illustrato – poster, ed è costruita in cinque tavole di dimensioni crescenti. La storia si dipana giocando tra le geometrie ed i volumi di un testo opportunamente piegato in modo da disvelarsi completamente solo alla fine del racconto, riempiendo gli occhi del lettore, e le sue braccia.

Il giorno prima è un albo delicato e profondo insieme, che si rivolge idealmente a tutti: strizza l’occhio ai giovani scalpitanti e impazienti alla ricerca del futuro, accoglie in un abbraccio di carta le incertezze degli adulti pieni di disincanto disillusi per i giorni che verranno.

Si può leggere, andrebbe letto, condiviso, mostrato, proiettato sul muro anche ai  bambini, fin da piccolissimi. Parla del tempo che passa, della speranza che oscilla, dell’incredulità che dopo una stagione di freddo e silenzio possa sbocciare una stagione di fragorosa vita. 

I bambini, prima di diventare adulti spaventati dalle loro stesse ombre social, dovrebbero infatti poter ricevere da noi adulti questo dono: il dono di poter riflettere fin da piccoli sull’importanza di dare tempo al tempo, sulla fecondità dell’attesa anche quando si fa a nostro giudizio troppo lunga, sulla fiducia in noi stessi, che siamo semi e germogli e ci scordiamo di rimanere semi e di poter germogliare, in un modo o nell’altro, per tutta la vita. È un testo sull’impazienza e sullo smarrimento del giorno prima, di quel giorno dove sembra che niente accadrà più e nulla sia certo.

È un albo coccola, questo, e sappiamo bene di quante coccole abbiamo bisogno in questo mondo frenetico e distratto. Attraverso la bellezza delle illustrazioni e la delicata fermezza del messaggio questo libro parla a chi sta crescendo, a chi cambia, a chi non vorrebbe cambiare, ma è in balia degli eventi: è un libro permeato di quella bella e desueta speranza che non è resa al fato, o sterile delega a un ipotetico salvatore, ma riparazione di sè, cura di sè e creatività.

In questo albo si affronta infatti  un viaggio che è comune alle vite di molti: un percorso che va dal silenzio sospeso e apparentemente vuoto alla vita che esplode in un tripudio di bellezza.

Il viaggio della bambina-donna germoglio, protesa tra la terra e il cielo è il viaggio di ciascuna di noi, alle prese con gli eventi della vita, con i sogni sospesi, con quelli infranti, con l’amaro in bocca degli insuccessi, delle perdite e dei lutti e con quel pizzicorino creativo che ben conosciamo se solo ci mettiamo in ascolto di noi stesse, a qualunque età, ed in qualunque situazione.

La bambina-germoglio attraversa le fasi della rinascita, ci offre attraverso i colori e le parole, tutte le sfumature di un percorso di ritorno alla vita che sembra impossibile ma è naturale conseguenza della nostra profonda  e resiliente natura umana.

Attraversare le tempeste, attendere il momento opportuno, e poi fiorire, ancora.

A partire da: adatto per proiezioni e laboratori anche alla scuola materna.

Specialmente consigliato per: le persone che si sentono in balia del tempo, che non vogliono aspettare o non vogliono cambiare, che non sanno più cosa aspettarsi e sono bloccate in un tempo sospeso.

Super consigliato per: le donne che stanno attraversando il dolore dopo un aborto spontaneo o un lutto perinatale e sono travolte dalla paura del futuro.

#LeftHandersDay

Il 13 agosto è la giornata mondiale dedicata alle persone con mancinismo, noi lefthanders. 

L’etimologia di questa parola è tutta un programma, e la dice lunga sul perchè si sia resa necessaria una giornata internazionale.

Mancino deriva da manco, che vuol dire “monco, imperfetto, difettoso” ed è poi passato a intendere la mano sinistra, ritenuta quella più debole delle due. 

Il dizionario Treccani ci dice che mancino è un agg. [der. dell’agg. manco «sinistro»]. – 1. a. non com. Sinistro: mano m., anche sostantivato (v. mancina); piede m.; Sempre acquistando dal lato m. (Dante). b.Detto di persona che presenta mancinismo, e quindi usa la mano sinistra più abilmente che la destra: ha una segretaria m.; un pugileun tennistaun chitarrista m.; spesso sostantivato: un m., una m., i mancini.

Il dizionario ci dice anche che  il termine mancino si utilizza in senso figurato per descrivere un’azione sleale o insidiosa, ma compiuta con astuzia e in modo imprevedibile; o per attribuire un carattere negativo, come sinonimo di infido, disonesto.

Come tutte le caratteristiche statisticamente poco rappresentate e quindi lontane dalla “norma statistica”, anche essere mancini è stato visto con sospetto per molto tempo, almeno fino a una quarantina di anni fa: il pregiudizio era talmente radicato che si suggeriva alle madri di legare la mano sinistra dei figli mancini, così da “abituarli” ad usare l’altra mano. Questa pratica era in auge anche a scuola, dove i mancini venivano corretti, senza se e senza ma.

Nonostante i suggerimenti di uno dei miei nonni, io per fortuna non sono stata corretta, e ho potuto tranquillamente usare la mano sinistra per fare tutte le cose che so fare. Mi sono persino laureata in medicina, nonostante il mancinismo, con buona pace di tanti anziani che ho incontrato negli ambulatori ai tempi delle sostituzioni dei medici di medicina generale: 

È una dottoressA, ed è Anche mancina…

cit: anziani copiosi giunti in ambulatorio d’estate per farsi misurare la pressione

Essere mancini comporta qualche problema pratico: chi di voi ha usato le penne con inchiostro cancellabile, ha tentato di usare una stilografica, di tagliare con le forbici da destri, di imparare a fare la maglia ai ferri, sa che occorre molta pazienza e tanta fermezza per raggiungere un buon risultato.

Per questo motivo sono fioriti negli anni i negozi, anche online, riservati solo a noi mancini: quando ho trovato le istruzioni per fare la maglia per mancini e le forbici da cucito mi sono commossa (un pò meno quando ho scoperto il costo, a dirla tutta). 

In me c’è un piccolo bambino.
La sua mano sinistra solleva il velo della notte.
La sua mano destra porta un girasole, la sua torcia.
I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,
“Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso,
e il bimbo continua il suo cammino,
il suo sentiero tra le stelle.

THICH NHAT HANH

Per approfondire:

Il Post

Guida al mancinismo

I cinque modi in cui i mancini sentono e pensano diversamente 

Leggere per immagini nella prima infanzia

La lettura per immagini ha un ruolo pedagogico e formativo molto importante, soprattutto (ma non solo) nella prima infanzia: proporre un racconto per immagini dovrebbe dunque seguire dieci passi “sicuri”, che affronteremo brevemente qui di seguito.

Una premessa: la proposta di lettura, e di lettura per immagini in particolar modo è sempre carica dei “significanti” e dei significati propri del proponente e del bambino: ogni bambino risponde a questa proposta in modo personale e delle peculiarità dei singoli bambini è necessario tenere conto, in modo da interessare il più possibile ognuno di loro ed attivare in ciascuno quelle attività cognitive che si sviluppano attraverso la lettura e la narrazione.

La scelta del libro è dunque importante, come sono importanti i “modi” di presentazione e l’approccio alla narrazione dei proponenti.

Il libro “sufficientemente buono”, per parafrasare Winnicot risponderà ad alcuni requisiti:

  1. avrà figure chiare e riconoscibili, che attingono al mondo conosciuto dal bambino e possono gratificare la sua abilità nel ri-conoscere le figure presenti nel libro;
  2. il libro giusto non potrà ridursi ad un mero  elenco di cose già note. Questi libri, commercialmente diffusi in tirature molto ampie, solitamente nulla aggiungono a quanto già a disposizione del bambino. Andrebbero evitati, o quantomeno integrati con altre proposte ed alternati tra loro;
  3. sarà avvincente grazie all’uso sapiente del colore;
  4. allo svolgersi della storia che nasce dall’avvicendarsi delle immagini pagina dopo pagina;
  5. alla disposizione delle figure nella pagina;
  6. al materiale usato per fabbricarlo;
  7. al modo di proporlo: libro stampato o proiezione sul muro, ad esempio.

Questi sette elementi  favoriranno nel bambino la costruzione di immaginari personali e la personale traccia di una “storia” che poi il bambino riuscirà a ricostruire, a suo modo, mettendo in evidenza gli aspetti prediletti.

  1. il libro sarà oggetto di corsi e ricorsi: il bambino potrà recuperarlo e riguardarlo e riflettere sul libro ancora e ancora, alla ricerca del vecchio (la gratificazione di cui sopra) e del nuovo (i nuovi particolari, le chiavi di lettura possibili), ampliando le sue competenze metacognitive e imparando che intorno ad una storia letta in gruppo fioriscono decine di contributi diversi e ricchi;
  2. il libro sarà strumento per permettere a tutti i bambini, anche a quelli in condizioni socio economiche svantaggiate, di sviluppare al meglio le competenze cognitive (per le quali, ad esempio, è necessario che ci sia congruenza tra illustrazioni e testo, e che le illustrazioni siano chiare e fruibili);
  3. i piccoli lettori attraverso le illustrazioni potranno più facilmente comprendere e memorizzare la storia e poi ricostruirla autonomamente, utilizzando le immagini a disposizione, anche al di sotto dei cinque anni.