La negazione dell’abuso

Non era solo la mia realtà ad essere cancellata, ma era la mia percezione della realtà che veniva sovrascritta… non erano le esplosioni più rumorose e più spaventose a causare il maggior danno. 
Non era la violenza fisica o l’abuso verbale o la mancanza di limiti e comportamenti inappropriati. 
Quello che ha causato il vero danno è stata la negazione, l’affermazione che questi incidenti non erano mai avvenuti come raccontavo io… la cancellazione dell’abuso è stata peggiore dell’abuso. Ariel Leve

Le parole di questa giornalista sono le stesse parole delle donne non credute che ho incontrato durante tutti questi anni nella stanza della psicoterapia o nei gruppi di ascolto e di autoaiuto di CiaoLapo.

La cancellazione dell’abuso è una grave traumatizzazione secondaria e può essere ancora più traumatica dell’abuso stesso, per una serie di ragioni:

1) va a minare il senso di fiducia in se stessi (sarò io esagerata/sbagliata/troppo sensibile troppo qualunque cosa?);
2) va a minare il senso di fiducia nell’altro (nessuno mi può capire fino in fondo, inutile cercare ancora aiuto; e anche: tutti gli operatori/ i professori/ i mariti/ i datori di lavoro sono così, meglio fare / essere da soli, non posso pensare che vada meglio di così);
3) va a minare il senso di aderenza al piano della realtà (forse non è andata così, mi ricordo male/ ho capito male/ ho interpretato male);
4) va a minare il senso di comprensione del mondo (che è alieno e alienante, divenuto estraneo e non più noto, e dunque potenzialmente minaccioso),
5) va a minare il senso di autoefficacia (avrei dovuto: dire, fare, superare, reagire, lasciare, denunciare: non l’ho fatto, quindi sono una che non sa stare al mondo).

La cancellazione dell’abuso “sposta” l’attenzione della vittima su altro dal trauma primario, già di per sè grave e potenzialmente invalidante e in quanto tale meritevole di doverosa attenzione e di energia.

La vittima mette in secondo piano il trauma primario e resta imbrigliata nella “negazione dell’evento“: questo può depotenziare le personali risorse e capacità di resilienza, che scompaiono ingoiate dalla negazione.

Questo è il motivo per cui con matermundi e CiaoLapo lavoro da anni sull’ascolto dei vissuti, sulla percezione della cura (intesa ad ampio raggio come cura parentale, cura tra partner, cura nella rete amicale e cura in ambito scolastico e sanitario) e ho sviluppato nel tempo specifici progetti di educazione alla comunicazione e relazione d’aiuto per gli operatori di area perinatale e per le scuole (ComuniCare).

Scuola e sanità sono infatti due ambiti di primaria importanza nella gestione delle situazioni di abuso verbale, psicologico o fisico che sia: chi lavora in questi due settori può veramente fare la differenza ed essere di reale sostegno alle vittime.
Talvolta chi lavora in scuola e sanità, spesso senza nemmeno rendersene del tutto conto può arrivare a perpetrare i traumi, mettendo in atto la cancellazione dell’abuso di cui parla Ariel Leve.

Sono centinaia le storie di abuso (spesso verbale, assai frequentemente psicologico, più raramente fisico) che ho ascoltato.
Tutte erano accompagnate dalla negazione o dalla minimizzazione degli abusi stessi, da parte di tutti: familiari, amici, istituzioni, enti, abusatori in primis.

Dopo tutte queste storie ascoltate e spesso riportate con precisione non solo dalle donne ma anche dai loro compagni e talvolta da alcuni operatori presenti al momento dell’abuso con le donne, abbiamo iniziato ad esplorare il fenomeno dell’abuso e mancanza di rispetto nel parto nel mondo del lutto perinatale e poi nel mondo della “fisiologia”.

Mi hanno colpito due cose:
* la frequenza degli abusi (verbali e psicologici) e delle omissioni;
* la ferma negazione o minimizzazione di quanto emerso (cancellazione dell’abuso) da parte di “terzi“, ossia persone non direttamente coinvolte nell’abuso e non presenti agli abusi, che hanno reagito sminuendoli, negandoli, attaccando le donne e talvolta i ricercatori coinvolti, come se fossero impossibilitati a stare di fronte al dolore denunciato dalle testimonianze.

Nel mondo, l’abuso e mancanza di rispetto nel parto è un tema caro a chi promuove la salute intesa come benessere psichico, fisico e sociale perchè riguarda le donne e i neonati e quindi si riflette sulle famiglie e quindi sulle società.
È uno dei tanti temi legati alla promozione della salute e dei diritti umani che con pochi accorgimenti, per esempio la cura della relazione sanitario – utente e la cura della comunicazione potrebbe essere arginato, con buona soddisfazione di tutti (utenti e erogatori di cura).

Per arginare questo fenomeno bisognerebbe però compiere un primo grande passo: riconoscere che nelle relazioni, anche in quelle di cura, si possono compiere abusi od omissioni, anche senza volerlo
Anche senza saperlo: a volte quelle che noi chiamiamo prassi, perchè così magari ci è stato insegnato, vengono vissute come abusi, come da definizione OMS e non solo. L’abuso verbale, a questo proposito, è un abuso a tutti gli effetti: tutti dovrebbero tener conto di ciò che dicono e degli effetti che la parola detta ha su chi la riceve.

L’abuso e mancanza di rispetto nel parto è d’altro canto soltanto la punta di un gigantesco iceberg di abusi, omissioni, violenze verbali, psicologiche o fisiche. 
Scandalizza forse di più, l‘abuso/omissione al momento del parto, come d’altro canto scandalizza l’abuso/omissione nel momento della morte, perchè sono i due eventi che sanciscono la mortalità dell’uomo, la sua mancanza di controllo sulle origini e sulla fine, e la sua interdipendenza. 
Eppure, proprio perchè la fine e l’inizio sono così intrisi di mistero e di significati, ecco che sono due momenti che si stampano nella memoria dei testimoni: i testimoni della nascita, le madri, i padri, gli operatori coinvolti, i testimoni della morte, parenti, operatori che siano.

In tutto questo mistero, a tratti angoscioso e pieno di vuoti, vorremmo semplicemente essere accolti. 
Vorremmo essere accompagnati, almeno per la parte che si può percorrere insieme.

Se non con il corpo, con le parole. Se non con le parole, quando non ci sono o non si trovano, con lo sguardo. Con la presenza.

Ecco allora che, in questi due momenti, e ancora di più quando i due momenti coincidono nel lutto perinatale, il trauma è di tale portata che ogni violazione, ogni abuso, ogni omissione si radicano in questo confine, tra vita e morte, tra appartenenza e abbandono. E lì rimangono, nonostante i più svariati tentativi di negazione dell’abuso. Anno dopo anno.

Di abusi e mancanze di rispetto è costellata la nostra vita sociale tra inizio e fine: son così tanti e così ripetuti che alcuni abusi perpetrati nella nostra società, una, due, dieci, cento volte, finiscono per sembrare normali. Soprattutto quelli verbali. Soprattutto quelli psicologici. Talvolta, anche quelli fisici. Soprattutto sui bambini o sulle donne. Di nuovo.

L’iceberg diventa parte dell’arredamento sociale.

E chi ne rimane schiacciato? 
Chi va in giro cercando aiuto perchè ha un iceberg piantato sul petto che non lo fa respirare?
Avviene, spesso, un drammatico rovesciamento: 
abusare è norma, chi ha subito l’abuso e va cercando tutela, sostegno e aiuto diviene l’anormale, quello “strano”, quello “esagerato”, quello che “non sa che c’è di peggio e si lamenta del nulla”.

Abbiamo decisamente molto da rivedere come operatori e come cittadini nel nostro stile relazionale. 
e in ciò che vogliamo passare alle nuove generazioni.
Potremmo ascoltare di più e smettere di sminuire il dolore degli altri. 
Potrebbe davvero essere un inizio.
Tessere trame di cura e non orditi di filo spinato.
Per esempio.

#lapuntadelliceberg

Ode all’invidia- Pablo Neruda

“Con amore o con tristezza,

nella fredda mattina,

alle tre del pomeriggio,

o durante la notte,

ad ogni ora,

furioso, innamorato,

in treno, in primavera,

al buio o ritornando

da una festa nuziale,

attraversando il bosco

o l’officina,

alle tre del pomeriggio

o di notte,

ad ogni ora,

scriverò non soltanto

per non morire,

ma per aiutare

altri a vivere,

perché sembra che qualcuno

abbia bisogno del mio canto.

Sarò,

sarò implacabile.

Io chiedo loro

che sostengano senza tregua lo stendardo

dell’invidia.”

Letto per voi: Angeli

Emily Dickinson incontra la magia di Sonia Maria Luce Possentini e nasce grazie a Carthusia un albo che incanta il lettore.

Sola non posso essere

Perchè eserciti mi fanno visita

Ospiti senza nome

Che eludono la chiave

Non hanno vesti né nomi

Non almanacchi, né climi

Ma case diffuse, come gli gnomi.

Illustrazione di Sonia Maria Luce Possentini

Questo è il genere di albo che avrei voluto ricevere da piccola: è l’albo adatto da trovare sotto l’albero di Natale, quel genere di libro che anche mani piccole (ma non piccolissime) possono sfogliare, direttamente seduti per terra, con le guance scaldate dalla luce di una lampada e gli spifferi di vento alle finestre.

In questo albo si parla di angeli, con il linguaggio asciutto, “netto” e tuttavia evocativo di Emily: il suo modo di scrivere, che è più un ridefinire che un indagare o un domandarsi ci racconta la sua versione degli angeli, in un modo che ci conquista subito.

Emily con le sue poesie ha compiuto scorribande notevoli e mirabili tra il dentro e il fuori,  tra il suo ricco mondo interno e la vita tutta intorno, e oltre: ci presenta, direttamente dall’oltre i suoi angeli cosmici, descritti come compagni inseparabili, capaci di superare confini, e porte chiuse.

Gli Angeli di Emily sono compagni di viaggio, tra il dentro e il fuori, e forse tra il dentro e il dentro: venuti a conciliare i mondi, i sogni, le paure e le attese, così umane nel loro divenire che dipanare questa matassa potrebbe sembrare opera troppo complicata, senza l’aiuto di una guida.

Ed è proprio per questo che, una volta arrivati, non ci lasciano più.

A partire da: sei anni

Specialmente consigliato per: chi ha bisogno di stupirsi, e riempirsi gli occhi di bellezza. 

Fiori nel deserto: il lutto perinatale

C’era a fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina.
Quando ritornai dal mio lavoro, l’indomani sera, vidi da lontano il mio piccolo principe che era seduto là sopra, le gambe penzoloni. Lo udii che parlava.
Un’altra voce senza dubbio gli rispondeva ma io… non vedevo né udivo l’altra persona.
«Non te ne ricordi più? Non è proprio qui. E’ proprio questo il giorno, ma non è qui il luogo. Verrai dove incominciano le mie tracce nella sabbia. Non hai che attendermi là. Ci sarò questa notte».
Ero a venti metri dal muro e non vedevo ancora nulla. «Hai del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo
tempo?». Mi arrestai, il cuore stretto, non capivo. «Ora vattene, voglio ridiscendere!».

Allora anch’io abbassai gli occhi ai piedi del muro e feci un salto! C’era là, drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi.
Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lasciò scivolare
dolcemente nella sabbia, come un getto d’acqua che muore.

Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve. Avevo disfatto la sua sciarpa d’oro, gli avevo bagnato le tempie e l’avevo fatto bere.
Ed ora non osavo più domandargli niente. Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore. «Sono contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo motore, puoi ritornare a casa tua».
«Come lo sai?». «Anch’io oggi ritorno a casa… è molto più lontano… è molto più difficile». Sentivo che stava
succedendo qualche cosa di straordinario. Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo.

Aveva lo sguardo serio, perduto, lontano: «Ho la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la museruola». «Ometto caro, hai avuto paura…». «Avrò ben più paura questa sera…».
Mi sentii gelare di nuovo per il sentimento dell’irreparabile. E capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire più quel riso. Era per me come una fontana nel deserto. «Ometto, voglio ancora sentirti ridere…».
«Sarà un anno questa notte. La mia stella sarà proprio sopra al luogo dove sono caduto l’anno scorso…». «Ometto, dimmi che è stato un brutto sogno quella storia del serpente, dell’appuntamento e della stella…».
«Quello che è importante, non lo si vede… E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite. E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda… ti ricordi… era buona». «Certo…».
«Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo…». «Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!». «E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…». «Che cosa vuoi dire?». «Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per gli altri non sono che delle piccole luci. Per gli altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha… Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! E quando ti sarai consolato, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo… Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…Questa notte… sai, non venire».

«Non ti lascerò».
«Sembrerà che io mi senta male… sembrerà un po’ che io muoia. E’ così. Non venire a vedere, non vale la pena…».
«Non ti lascerò».
«Ti dico questo… anche per il serpente. Non bisogna che ti morda…I serpenti sono cattivi. Ti può mordere per il piacere di…».
«Non ti lascerò».
«E’ vero che non hanno più veleno per il secondo morso…».
Quella notte non lo vidi mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo
camminava deciso, con un passo rapido.

«Sei qui. Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero…».


Io stavo zitto.


«Capisci? E’ troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante».


Stavo zitto.


«Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze…».


Io stavo zitto.
«Sarà bello, sai. Anch’io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere».


Io stavo zitto.

«Sarà talmente divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonagli, io avrò cinquecento milioni di fontane…».

Tacque anche lui perché piangeva.
«E’ là. Lasciami fare un passo da solo. Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo, ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo… Ecco, è tutto qui…».
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.

Sono passati sei anni.
Non ho mai raccontato questa storia. Al mio ritorno gli amici erano molto contenti di rivedermi vivo.
Ero triste.

Ora mi sono un po’ consolato, cioè, non del tutto.
Ma so che è ritornato nel suo pianeta perché al levar del giorno non ritrovai più il suo corpo. Non era un corpo molto pesante…
Ora la notte mi piace ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli… Ma ecco che accade una cosa straordinaria. Alla museruola disegnata per il piccolo principe, ho dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio! Non avrà mai potuto mettere la museruola alla pecora. Che cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha mangiato il fiore? E’ tutto un mistero. Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto
cambia…

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è.

Ebbene, siate gentili! Non lasciatemi così triste: scrivetemi subito che è ritornato.

Antoine de Saint-Exupery – Il Piccolo Principe

La perdita di un figlio durante la gravidanza rappresenta una frattura esistenziale per la madre e la coppia, che richiede notevoli sforzi per adattarsi all’evento e poterlo poi elaborare. Per molti genitori quella morte è assimilabile alla morte di una persona cara adulta, e i connotati del lutto sono del tutto sovrapponibili tra questo tipo di lutto e altri tipi di perdite. L’elaborazione del lutto dura dai sei mesi ai due anni circa, e normalmente i genitori impiegano circa tre anni per ritornare ad un livello di serenità sovrapponibile a quello precedente alla perdita.

La nascita di un bambino morto è un grave evento traumatico, e come tutti i traumi maggiori può fungere da innesco per l’esordio di un disturbo mentale, soprattutto nelle madri e nei padri, ma anche in altri familiari, fratelli, nonni e zii compresi.

L’impegno emotivo, cognitivo e fisico per i genitori in lutto è molto alto, e lo stress adattativo è di notevole entità, al punto che nei primi mesi le energie della coppia vengono quasi tutte investite su questo problema.

È come se la coppia subisse uno stallo, fermandosi al confine tra il prima dell’attesa e il dopo del lutto.

Ci sono numerose e fisiologiche  differenze nell’elaborazione del lutto tra uomini e donne: ignorare queste differenze o attribuirle a disinteresse, eccessivo coinvolgimento, depressione o mancanza di un sentimento di lutto complicano l’elaborazione mandando in crisi la coppia, che può quindi essere a maggior rischio di separazione e divorzio: non a causa del lutto in sè, ma per la difficoltà a trovare un punto di incontro nell’affrontare il percorso di elaborazione successivo alla perdita.

La morte perinatale ha quindi un impatto catastrofico e gli operatori che accompagnano i genitori dalla diagnosi in poi dovrebbero esercitare una funzione di protezione e contenimento, al fine di evitare i danni secondari del lutto.

La corretta gestione dell’evento fin nelle sue prime fasi (il trauma ha spesso inizio al momento della diagnosi di morte) migliora l’outcome dei genitori e riduce gli effetti psichici a medio e lungo termine. L’assistenza ai genitori comprende un piano puramente medico/ostetrico (diagnosi induzione del parto, assistenza al parto, dimissioni, visite di follow up, visite pre – concezionali) e un piano psicologico/relazionale (assistenza alle diverse fasi del lutto e al recupero di un buon livello di benessere psicofisico).

È impossibile prescindere da una delle due componenti assistenziali, e sarebbe opportuno che gli operatori, appositamente formati, integrassero le loro competenze permettendo ai genitori di gestire nel modo più consapevole e più lucido possibile l’evento e le scelte ancora possibili rispetto alla gravidanza e al bambino. Tali scelte comprendono tutti i passi dall’induzione del travaglio all’incontro con il bambino, non ultimo il disbrigo delle diverse pratiche burocratiche inerenti la tumulazione.

Molti studi hanno sottolineato l’importanza di una corretta modalità di comunicazione operatori – genitori, evidenziando la necessità di un approccio rispettoso e accogliente dei genitori e di un’informazione corretta e per quanto possibile esauriente rispetto alle cause di morte e alle indagini necessarie.

Gli operatori vivono l’onda d’urto del lutto perinatale essendo direttamente coinvolti nel processo di cura: riportano notevole distress, avvertono un senso di difficoltà emotiva o di incapacità pratica (cosa dico? come mi comporto?). Il supporto nel lutto perinatale è una comune necessità dei genitori e degli operatori coinvolti: il lutto perinatale, inspiegabile e innaturale, evoca vissuti importanti, sia in chi deve portare cure in quel momento, sia in chi avrebbe bisogno di essere curato.

Il vissuto di morte, il vissuto di perdita e il sentore di vuoto incolmabile che si avverte quando muore un bambino è responsabile della difficoltà di adattamento da parte degli operatori, qualunque ruolo essi abbiano: il ginecologo in prima persona, chiamato ad assistere e a spiegare l’accaduto, l’ostetrica, che riveste un ruolo determinante nel supporto attivo alla donna e al parto, l’infermiera, l’anestesista, il pediatra e/o il neonatologo, persino l’anatomopatologo, chiamato a “chiudere il cerchio” e restituire il responso degli approfondimenti diagnostici fatti sul bambino.

In molti casi gli operatori, anziché integrarsi e partire da una base teorica e pratica comune, “si dividono”, “spezzettando” in senso metaforico l’assistenza: anziché accompagnare la donna e la sua famiglia nel doloroso compito di dover dire addio al suo bambino, con una regia condivisa e una visione d’equipe, si muovono sulla scena del sostegno senza alcun copione o sintonia con il resto del team: sono numerosi i genitori che riportano la confusione e lo stupore di avere ricevuto informazioni contrastanti e consigli completamente opposti e contraddittori da membri della stessa equipe. 

Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo in paradiso Rose lo farà nero di botte. Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea. Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato e perfettamente sveglio alle tre del mattino. Che se ne fa di un angelo? Si metterà a gridare se qualcuno le verrà ancora a dire di farne un altro, come se i bambini, le persone, fossero sostituibili.

C. Dunne – La metà di niente

Molte associazioni, tra cui le associazioni partner di CiaoLapo : International Stillbirth Alliance , Stillbirth and Neonatal Death Society con la loro lunga esperienza nel campo del sostegno in caso di lutto perinatale sottolineano la centralità della condivisione empatica e compassionevole del dolore espresso dai genitori, del dare dignità alla vita di un bambino anche se ha vissuto pochissimo, del comprendere le necessità e i bisogni dei genitori in quella particolare fase. CiaoLapo ha recepito per prima le guidelines internazionali e avviato una serie di campagne di formazione, informazione e ricerca per ridefinire l’assistenza psicologica nel lutto perinatale e strutturare linee guida adeguate al contesto culturale italiano.

La nostra esperienza di ricerca e di ascolto di circa cinquemila tra genitori ed operatori della salute materno infantile ha sottolineato che gli operatori e i genitori considerano l’ascolto, il tempo speso nel dare informazioni e nell’accompagnare nelle diverse fasi del percorso, l’assistenza al momento della diagnosi, del parto e dopo le dimissioni, l’integrazione delle diverse competenze, il rapporto con il territorio e con i gruppi di supporto, on line e dal vivo tra gli elementi centrali di una buona assistenza alla famiglia che ha perduto un bambino.

L’ascolto empatico ha di per sé un grandissimo valore terapeutico: molte madri seppur nel dolore possono riconoscere di essere state tutelate e protette, e questo facilita moltissimo l’instaurarsi di un buon percorso di lutto. Vedere le proprie emozioni rispecchiate e contenute in un operatore, riconoscerle come appropriate e non esagerate, aumenta tantissimo la sensazione di contenimento e la percezione di un proprio ruolo attivo nelle fasi di scelta e nel percorso di lutto.

L’operatore dovrebbe poter riconoscere le proprie emozioni ed i propri pensieri rispetto alla morte e al lutto perinatale, per evitare un possibile condizionamento nell’assistere le famiglie: spesso, per ritrosie personali, molti operatori consigliano la donna non per ciò che è importante per lei, ma per ciò che loro ritengono arbitrariamente giusto, ad esempio sullo spinoso tema del vedere e tenere in braccio il proprio bambino nato morto, dello svolgere la funzione religiosa, di come e quando intraprendere una nuova gravidanza. Va considerato che pur non esistendo una regola generale uguale per tutti, esiste sempre la possibilità di riflettere con quel genitore su cosa è meglio fare per lui in quel momento. Chiedersi cosa è meglio per lui, non significa scegliere noi al suo posto ciò che ci sembra più giusto, sostituendoci a lui, significa accompagnare il genitore a prendere la sua decisione, tenendo conto dei propri personali limiti relativamente al lutto, argomento scarsamente affrontato nei percorsi di formazione.

Molte donne riferiscono di essere state scoraggiate dagli operatori a vedere o prendere in braccio il bambino con frasi ambigue o ansiogene (potrebbe essere uno shock, potrebbe non superare il lutto, meglio che te lo ricordi come te lo sei immaginato), e di pagarne dopo anni le conseguenze. Fare il possibile per lasciare ai genitori un tempo e uno spazio per pensare al da farsi, rende le decisioni prese, qualunque esse siano, più obiettive e più serene, e riduce i futuri sensi di colpa e le immancabili recriminazioni (avrei potuto, non ho avuto il coraggio, sono stata una madre orribile…).

I protocolli proposti da CiaoLapo si concentrano sull’assistenza medica e psicologica nei diversi momenti clinicamente rilevanti: diagnosi, travaglio, parto, incontro con il bambino, la dimissione, le visite di follow up. Vengono fornite indicazioni precise su come prestare assistenza alla coppia e al bambino nato morto, e  agli altri familiari, nonni o fratellini. Avere una linea guida basata su studi, ricerche ed esperienze decennali è un buon punto di partenza per l’assistenza, ma resta sempre preferibile personalizzare le cure, adattandole alle esigenze personali di ciascuna coppia.

Concludendo, l’assistenza al lutto in gravidanza o dopo il parto richiede poche nozioni e molto lavoro sul proprio approccio con la morte, e sulla propria capacità di stare accanto al dolore acuto e traumatico. Il sostegno al lutto, sia per l’operatore che per il genitore, richiede la presenza di supporti informativi, di spazi adeguati di intervisione e di ascolto, di una rete integrata tra ospedale e territorio.

CiaoLapo e matermundi, insieme, si occupano del sostegno al lutto come parte essenziale per promuovere una corretta elaborazione e prevenire quando possibile il lutto complicato, il lutto congelato ed altre situazioni di area post-traumatica.

Approfondimenti

Ravaldi C., Piccoli Principi. Perdere un bambino in gravidanza o dopo il parto. Officina Grafica Editoriale 2014

Ravaldi C., Il sogno Infranto. Affrontare il lutto perinatale. Officina Grafica Editoriale 2016

Ravaldi C., La morte in-attesa. Officina Grafica Editoriale, 2016

Ravaldi C., Assistere la morte perinatale. Il ruolo del personale ospedaliero nel sostegno ai genitori e ai familiari in lutto. CiaoLapo, 2018

È arrivato il fratellino… e ora?

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Quando arriva un altro bambino, il sistema famiglia fisiologicamente cambia e si adatta: a cambiare non è soltanto, banalmente, il numero dei componenti, ma anche la relazione tra loro. Come già avvenuto con l’attesa del primogenito e il passaggio da coppia a triade (genitori e bambino), ecco che anche con l’arrivo del nuovo nato le relazioni iniziano fisiologicamente ed inevitabilmente a riadattarsi alla nuova situazione.

Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole.
Pablo Neruda, Se tu mi guardi

Le relazioni familiari sono intrecci dinamici e fluidi di tanti fili quanti sono i componenti della famiglia; a sua volta, ognuno dei fili è costituito da tanti fili quanti sono i componenti della famiglia d’origine da cui proveniamo, e così via, a ritroso. Ciascun filo è quindi un prodotto di intrecci e nodi: nell’incontro con “nuovi fili”, il buon esito dell’intreccio dipenderà da tanti fattori concomitanti. Tra questi, un fattore di grande importanza sarà rappresentato dalla materia, dalla foggia, dalla flessibilità del nostro filo personale, dalla nostra capacità di vedere i nodi, e di provare a scioglierli.

Ognuno di noi, in famiglia, porta infatti se stesso, come è e come vorrebbe essere, ma anche ciò che è stato, ciò che ha appreso e gli stili relazionali che ha vissuto e imparato. Anche quelli brutti, fonti di disagio, di condizionamenti e sofferenza.

Questo intreccio appare già complicato se parliamo di una triade: quando si aggiungono altri piccoli in famiglia nuovi fili, nuovi nodi, nuovi intrecci vanno a arricchire la mappa genealogica. A volte, gli intrecci scorrono dinamici e fluidi. Altre volte, compaiono nuovi nodi, più o meno facili da sciogliere.

L’arrivo di un fratello o di una sorella in famiglia è quindi un evento ad alto impatto emotivo per tutti: positivo o negativo che sia, il nuovo arrivo non può essere un evento neutro, o un non-evento.

Persino il nuovo arrivato, entrando in famiglia, sperimenta un intero universo relazionale al di fuori del suo mondo noto, che è prevalentemente rappresentato dalla pancia della sua mamma e dalla relazione con lei e con il suo cuore. Suoni, carezze, canti, luci, sono in fase prenatale i mediatori importanti della sua esperienza del mondo là fuori, così come lo sono i silenzi, l’ascolto, le chiusure, le ombre relazionali, i nodi e gli intrecci. I bambini nascono sapendo già molto di chi hanno intorno e portando il loro filo nell’intreccio generale.

Le aspettative, le paure, le gioie, le ambivalenze, fanno parte del “bagaglio a mano” dei nascituri: entrare a far parte di una famiglia implica affrontarne limiti e risorse, desideri e ambivalenze, ed è una lezione che dobbiamo imparare fin da subito, perchè questa lezione è la matrice del nostro personale filo relazionale, di ciò che porteremo in giro per tutta la vita. Ecco perchè dare rilevanza alla relazione prenatale della coppia e della coppia col bimbo è molto importante per sviluppare relazioni salutari, ed ecco perchè dovrebbe essere favorito ed accessibile l’ascolto onesto e profondo di tutti i membri della famiglia in attesa. Essere ascoltati ed ascoltarsi permette di favorire il giusto spazio al nascituro nella sua famiglia e consente alla famiglia di favorire spazi comodi per tutti.

Spoiler: non nasciamo imparati.

Non bastano il test positivo, la laurea in psicologia, avere letto cento libri e frequentato un costoso corso di accompagnamento alla nascita per “saper fare il genitore”. Non basta d’altro canto aver ricevuto abbondanti coccole, amore, baci, giocattoli, letture della sera a tema fratellino, rassicurazioni a palate e giornate speciali passate con il papà o la mamma in esclusiva per “saper fare il fratello maggiore”. Le cose bisogna viverle, giorno dopo giorno e imparare a sentirle nel profondo, a farle nostre, in modo consapevole: non basta voler essere bravi genitori o bravi fratelli, per essere davvero come desideriamo, o come gli altri si aspettano che dovremmo essere.

È più complicato di così: è umano. Rielaboriamo continuamente le nostre esperienze alla luce di sensazioni, emozioni e pensieri, reagiamo alle esperienze come sappiamo e come possiamo: non sempre ciò che ci accade produce le sensazioni attese. Non sempre conoscere razionalmente una cosa la rende facile da affrontare. È il caso dei cambiamenti, positivi o negativi, e delle emozioni che io chiamo maleducate, cioè le emozioni scomode, culturalmente mal viste: rabbia, vergogna, invidia, gelosia.

Le famiglie in attesa di un secondo o di un terzo figlio subiscono spesso numerose pressioni culturali, psicologiche e sociali rispetto a come si accoglie il nuovo arrivato, qual è il “giusto” comportamento da primogenito, che educazione dare ai figli e quali sono le regole implicite ed esplicite che governano le relazioni familiari tra fratelli. C’è molto poco spazio per ascoltare una gestante oggi, pochissimo spazio per aiutarla ad entrare in ascolto di sè stessa, ancora meno per aiutare la coppia e la triade a usufruire dello spazio di ascolto come terreno privilegiato per relazioni senza troppi nodi. Quando si ha a che fare con l’attesa di un secondogenito o di un terzogenito i feedback che arrivano dall’esterno sono prevalentemente di natura economico/organizzativa (Chi te li guarda? Come farai con due?) e di natura paternalistica (Sarà sicuramente geloso! Ora vedrai con due come si complicano le cose, per voi genitori!)

L’importante è che non sia geloso!

(il Lupo alla Lupa Capitolina, 770 a.c, circa)

Nella nostra società, macrocosmo formato da migliaia di microcosmi familiari, abbiamo un problema, serio, con l’ascolto.

Abbiamo un problema, anch’esso molto serio, con il silenzio. Dobbiamo parlare a tutti i costi, rispondere sempre e velocemente anche quando non ci è stato chiesto di rispondere e dire la nostra. Anche quando non sarebbe il caso.

Di fronte a una carrozzina con la pedana per il fratello maggiore incorporata, non riusciamo a fare a meno di fare illazioni. A volte, più saggiamente, chiediamo alla madre; altre volte, il piccolo Erode che è in noi chiede direttamente al fratello:

Ma seeeei conteeeeento che ti è arrivato il fratellinooooooo? È bravoooo? Sei gelosooooooooooo?

Forse molti di noi hanno fili relazionali costituiti dal 90% di gelosia; forse molti di noi sono così annodati nei loro fili relazionali genealogici che non riescono proprio a districarsi, nemmeno per un attimo: se potessero, certamente noterebbero che ognuno ha i suoi fili, e non necessariamente tutti patiscono gli stessi nodi. E allora, mi chiedo, da dove viene questo gusto per annodare le relazioni degli altri? A cosa ci serve, a noi adulti, sapere se Giacomo di tre anni e mezzo è geloso di Niccolò, sei mesi e dieci cacche al giorno?

A cosa ci serve chiedere alla mamma di Anna, sei anni e l’apparecchio ai denti, se “ha preso bene l’arrivo delle gemelle”, Lia e Lea, otto mesi di coliche e luci della ribalta perchè – sono U-G-U-A-L-I e i genitori devono saperlo, che forse non se ne sono accorti?

Infine: abbiamo detto che le relazioni familiari sono intrecci di fili in cui ciascun membro della famiglia porta se stesso, ciò che è stato e ciò che vuole essere: perchè continuiamo a pensare che le reazioni del figlio maggiore vs minore e viceversa siano irrimediabilmente derivate dalla “bravura” della mamma come mediatrice di conflitti internazionali? Chi l’ha detto che le madri per diventare madri debbano per forza avere un master in scienze politiche e mediazione d’urgenza? Un’antica leggenda italiana sancisce il ruolo centrale della madre nella gestione della diplomazia interna ed esterna alla famiglia: è la madre che con il suo comportamento “porta e mantiene” l’armonia in casa, nella coppia e tra la prole. Parlando di fratelli maggiori e fratellini, e parlando di gelosia, se i maggiori sono gelosi, è la madre che non ha assolto sufficientemente bene il suo compito di “paciera”. Non è un caso che in libreria ci siano più libri sulla gelosia dei fratellini e su come evitarla, che sul ruolo dei nonni, degli zii, dei datori di lavoro e dei vicini di casa nell’influenzare le relazioni genitori-figli. Le mamme vogliono essere madri sufficientemente buone e leggerebbero di tutto, pur di essere competenti: non così i nonni, i vicini di casa, i datori di lavoro, che della competenza relazionale, evidentemente non sanno cosa farsene.

Quando arriva il fratellino, la famiglia ha già tanto da fare, tra ascolto, intrecci, nuovi linguaggi e adattamenti. Non c’è tempo per i nodi degli altri. Non c’è spazio per gli annodatori professionisti di fili altrui. Le emozioni maleducate non sono maleducate: sono intrecci relazionali da dipanare con pazienza e fiducia. Basta avere il coraggio di accoglierle senza reprimerle.

A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno.
Banana Yoshimoto, Ricordi di un vicolo cieco

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Letto per voi: Una foglia

Una notte una foglia sentì che il vento si era fatto di colpo più freddo

Silvia Vecchini – Una foglia

Questo albo splendidamente illustrato da Daniela Iride Murgia per edizioni corsare è uno dei miei preferiti.

Come saprà chi mi conosce da un po’, ho iniziato a raccogliere albi illustrati nel 2003, durante la mia prima gravidanza e non ho praticamente più smesso: ne ho letti a centinaia, ed aspetto sempre, trepidante e curiosa, di imbattermi in un altro albo, in un’altra storia, in un altro modo di narrare un tema della vita a me caro (cioè la vita, in tutte le sue infinite sfumature e declinazioni). 

Questo albo proviene (insieme ad un’altra ventina…) dalla Bologna Children‘s Book Fair 2018: come spesso accade, l’occhio è stato catturato dalla copertina e dopo qualche secondo le mani hanno iniziato a sfogliare le pagine spinte dagli occhi, divenuti improvvisamente ingordi e partecipi della storia di “Una foglia”.

Si dice che “non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina”: non concordo in linea generale con questa massima, e sono ancora meno d’accordo quando si tratta di un albo illustrato, nel quale la copertina è un assaggio di ciò che stiamo per andare a scoprire all’interno.

Una bella storia con illustrazioni intense e vivide.

Che parlano di una foglia.

Perchè dovremmo volere leggere la storia di una foglia?

Una foglia, una, tra miliardi di miliardi, è degna della nostra attenzione?

E cosa dovrebbe raccontarci, questa foglia, che non sappiamo già? 

Un ALTRO libro sulle stagioni?

Una foglia è  una storia bellissima piena di suggestioni e di declinazioni, in cui la semplicità del racconto permette al lettore di seguire la storia e contemporaneamente leggerla su diversi piani di lettura. Una foglia affronta temi complessi, senza calcare la mano: lascia che chiunque leggendo acceda al livello di interpretazione che può sostenere emotivamente: la storia di questa foglia può rimanere una “semplice” storia d’autunno e sull’avvicendarsi delle stagioni, oppure può diventare una storia sul passaggio del tempo, sulla fine e sul nuovo inizio, o ancora una storia sull’ineluttabilità e la resilienza.

Silvia Vecchini è quel tipo di artista che vorresti avere come vicina di casa. Perchè là dove appoggia il suo sguardo, è in grado di tradurlo in un nuovo modo per vedere ciò che sta osservando, e per raccontarlo anche a te, che magari stai distrattamente guardando altro, e per portare la tua attenzione lì, dove dovrebbe stare.

Regala meraviglia, questa storia di Silvia, perfettamente narrata dalle illustrazioni della Murgia.

Leggere: dalla parola al pensiero

“Nuotiamo in un mare di parole, ci muoviamo in un oceano di simboli: qualcuno ne rimane attratto istintivamente, e si lascia sfiorare, qualcuno butta un occhio distratto continuando per la sua strada, qualcuno si lascia travolgere ed è in continuo mutamento: qualcuno infine passa semplicemente  oltre, sfuggente.”

 

Leggere è uno dei pochi verbi, insieme ad amare, che non ammette imperativo, dice Pennac con il suo solito, saggio (ed invidiabile) acume.

Eppure, nella mia lunga carriera di lettrice, iniziata precocemente quaranta anni fa con una smodata curiosità per l’oggetto libro prima e per i suoi contenuti poi, ho sentito spesso coniugare il verbo leggere all’imperativo: – Leggete di più! – veniva detto quotidianamente ai miei compagni di classe, non solo alle scuole elementari e medie, ma anche (persino!) durante i pomeriggi di giochi in cortile. Per non parlare dell’estiva ora del silenzio, durante la quale si era condannati a leggere, essendo tutto il resto, a parte il sonno, proibito.

Bisognava leggere, in autonomia, seduti al tavolo di cucina, o alla propria scrivania. Non importava cosa, purché si leggesse un libro. I fumetti non erano considerati letteratura, o comunque erano lettura e letteratura di serie B. Vedere un film non era considerato letteratura. I libri con troppe figure non erano considerati letteratura. I libri tematici (di macchinine, di barbie, di giochi all’aperto etc) non erano letteratura.

Leggere, per molti genitori nati negli anni del dopoguerra, era indissolubilmente associato ai libri di scuola e ai classici. Meglio se con poche figure e illustrazioni.

Per i genitori del mio quartiere leggere era un “sofferto” crocevia verso una posizione sociale migliore: appartenenti alla cosiddetta classe operaia nelle numerose aziende tessili pratesi, artigiani o piccoli commercianti i padri, quasi tutte casalinghe fermatesi alle scuole medie le mamme: quasi tutti (a braccio direi 7-8 su 10) assai desiderosi di offrire (oserei dire imporre) un avvenire migliore ai loro figli, possibile solo attraverso un maggior livello di istruzione. Leggere era quindi visto come un “sacrificio” necessario. Loro di solito non leggevano niente, nemmeno il quotidiano la mattina. Non era per loro, dicevano, non avevano tempo, dovevano lavorare, o riposarsi, o comunque, non dovevano leggere.

I figli, invece, dovevano: negli anni ottanta, quando ancora i pareri del medico e dell’insegnante per le famiglie avevano un valore, leggere faceva parte di una “prescrizione”, come prendere le vitamine: andava fatto, quando la famiglia ne riconosceva l’importanza, come compito. Non era ancora visto, o comunque non sempre, come un piacere e restava confinato a un dovere personale del bambino/ragazzo.

Si leggeva da soli. Non c’era quasi mai il diretto coinvolgimento delle famiglie, leggevano talvolta in occasioni speciali i nonni o le mamme (soprattutto ai piccolini che non avevano ancora conquistato la capacità di leggere autonomamente). Nelle case non c’erano le librerie, e quando c’erano, non c’era traccia di libri per bambini. (I libri, all’epoca, venivano buttati via, come fossero cartaccia, durante i traslochi, o nei passaggi tra infanzia e adolescenza o tra adolescenza ed età adulta: a pensarci, rabbrividisco). Raramente si leggeva ad alta voce e in gruppo, in famiglia, tra fratelli e tra amici. Anche le poesie entravano nelle case direttamente dalle antologie scolastiche, soprattutto dai classici, e si privilegiava ahimè la capacità di “ripeterle” a memoria: quasi mai si dava spazio alla capacità di leggerle con intenzione, interpretazione, musicalità. La musica, intesa come si intende l’educazione musicale oggi, non c’era. Ascoltare musica a scuola era facoltativo e lasciato alla discrezionalità della maestra, a casa si ascoltava la radio, e la musica “moderna”. Le librerie, per ragazzi erano pochissime in Italia e il settore per l’infanzia delle normali librerie era spesso confinato ad un piccolo angolo.

Noi lettori in erba degli anni ottanta con Topolino in una mano e il Corriere dei Piccoli sottobraccio, avevamo un bel daffare per coltivare la nostra impervia passione. Se i genitori non ci portavano in biblioteca, da soli non potevamo andare. I supermercati di allora non vendevano i libri per ragazzi. Le edicole nemmeno a parlarne. Per avere un libro nuovo, dovevi sperare di: avere una maestra illuminata e una scuola attrezzata di biblioteca scolastica; avere una famiglia che coltivasse la passione della lettura e per la letteratura per l’infanzia e ti portasse il sabato pomeriggio in biblioteca o nelle librerie specializzate; avere un carteggio frequente con Babbo Natale e distribuirne copia autografa a parenti fino al quarto grado, così da trovare più libri possibili sotto l’albero.

Dovevano ancora arrivare, purtroppo, le librerie per ragazzi distribuite a tappeto in tutto lo stivale, così come gli albi illustrati oggi storici ma in quegli anni elitari ed introvabili. Si affacciavano, timidi, i grandi autori italiani per ragazzi, distribuiti da apposite collane di vecchie e nuove case editrici. Mi piace ricordare Bianca Pitzorno, per le inenarrabili risate che ho fatto grazie alla sua Lavinia e anche Laura Orvieto, con le Storie della Storia del Mondo, che ho amato incondizionatamente.

Dovevano ancora arrivare i wordless picture book: ancora oggi restano di nicchia e sono visti con sospetto da famiglie e insegnanti (troppo da bambini!), per me rappresentano comunque la gustosa rivincita degli amanti dell’illustrazione sui puristi dei “veri” libri senza immagini e sono ricchissimi di opportunità anche nel lavoro con adolescenti e adulti.

Negli ultimi venti anni del secolo scorso, quando io ero bambina e poi adolescente, doveva ancora concretamente strutturarsi, con e dopo Rodari, un pensiero diffuso e comune di pedagogisti, insegnanti e famiglie, sul ruolo della letteratura per l’infanzia nella vita del bambino, del ragazzo e infine dell’adulto.

Non era ancora chiaro, oggi lo è molto di più grazie al capillare lavoro di pedagogisti, autori ed editori: la letteratura per l’infanzia ha la funzione tra le altre di favorire il pensiero critico e la capacità relazionale, sia intergenerazionale che tra i pari.

Quest’ultimo elemento per il mio lavoro è di primaria importanza, a fini didattici e pedagogici, ma anche a fini preventivi, psicoeducativi e propriamente terapeutici.

La storia della letteratura per l’infanzia muove i suoi passi due secoli fa, ma ha impiegato decine e decine di anni per arrivare all’orecchio delle famiglie, degli educatori di nido e degli insegnanti, troppo spesso arroccati su posizioni lontane dagli studi e dalle esperienze pedagogiche più moderne. La campagna di promozione della letteratura per l’infanzia come piacere condiviso in famiglia e a scuola, come occasione di sviluppo e di crescita, cognitiva, emotiva e sociale è ancora in corso e a mio avviso sarebbe opportuno coinvolgere direttamente i genitori almeno nella lettura a voce alta a scuola, così da creare una nuova figura per l’immaginario collettivo: quello degli adulti che si divertono leggendo, a scuola, per se stessi e per i loro ragazzi (si dice che l’educazione si faccia più con l’esempio che con le parole, credo ci sia molta verità in questa frase).

Si legge ancora troppo poco, spesso per dovere, e si ha ancora timore nei confronti dei nuovi linguaggi narrativi, amati e diffusi tra i ragazzi di oggi (i video che presentano i libri per bambini, i nuovi storytelling e le app. per i tablet sono un’esperienza multisensoriale avvincente e divertente, per grandi e piccini).

La parola e l’immagine sono ubiquitariamente distribuiti: se è vero che non si può non comunicare, è altrettanto vero che non si può nemmeno non ricevere comunicazioni, uditive, visive, tattili che siano; negli anni gli studiosi e alcune case editrici hanno iniziato a proporre alla popolazione un crescente patrimonio di letteratura per l’infanzia, ma manca ancora la confidenza nei nuovi linguaggi narrativi: si esplorano ancora troppo poco le aree dell’albo illustrato, impropriamente riservato soltanto ai piccolissimi, del fumetto e dei film / video. A scuola continua ad essere privilegiato il libro (indistintamente, basta che sia un libro a forma di libro), utilizzato talvolta, in assenza di un vero progetto pedagogico, anche per affrontare temi “complessi” al momento del bisogno (quando in classe c’è “il caso”, come mi disse tempo fa un’insegnante alle prese con un lutto di un’alunna). Esempi meravigliosi di letteratura per l’infanzia che affrontano il ciclo di vita, la malattia e il tema della morte, che sarebbero ottimi strumenti di lavoro e di crescita cognitiva ed emotiva del gruppo classe, rimangono spesso nei cassetti a impolverarsi. Nella mia esperienza professionale di formazione di operatori sanitari, educatori, pedagogisti e insegnanti, il ruolo della letteratura per l’infanzia è centrale anche per gli adulti, compresi i  genitori e i nonni. La letteratura per l’infanzia è dunque prezioso strumento non solo per i bambini ma anche per chi lavora con i bambini / famiglie e può beneficiare di linguaggi pedagogici e profondamente, rispettosamente, evocativi.

Sono stata una bambina lettrice incallita. Per me l’imperativo del verbo leggere era associato ad un esplicito divieto: smetti di leggere! Basta leggere! Se finisci anche questo, non te ne compro più fino a Sabato (ed era magari lunedì….). Ho letto da sempre (ci sono documenti fotografici che mi ritraggono seduta nel passeggino, con un libro in mano). Ho letto quando non potevo farlo: alle medie durante le ore di educazione tecnica, tenendo Anna dai Capelli Rossi dentro al manuale di tecnologia, e alle superiori, durante le noiose ore di filosofia, quando dovevo invece finire Sartre, con tutta l’urgenza che si ha a sedici anni. Ho letto mentre scrivevo le tesi, per distrarmi dai libri per la tesi. Ho letto in gravidanza, recuperando i miei libri preferiti e ricominciando a scrivere a Babbo Natale per recuperare i libri per l’infanzia usciti nel frattempo che ero diventata donna. Ho letto ai miei figli, in tandem con mio marito (ho scelto un marito bibliofilo ça va sans dire). Ho letto, e leggo ai miei pazienti, usando spesso la letteratura per l’infanzia come volano per accedere a mondi interni rimasti chiusi dentro e indicibili. Leggo ai miei discenti, quasi sempre molto adulti, quasi sempre molto stanchi per le loro routine lavorative: è incredibile vedere il potere trasformativo della letteratura per l’infanzia nei grandi.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”

 Antoine De Saint-Exupéry

Educare alla lettura, educare alle emozioni

L’educazione alla lettura è un tema che mi è molto caro: lo promuovo da anni non solo come esperta di psicologia perinatale (con i neogenitori ed i nonni), o con i miei pazienti in psicoterapia, ma anche come autrice di progetti in alcune classi di scuola primaria di Prato sulla narrativa delle emozioni.

Numerosi autori sottolineano l’importanza di almeno tre fattori ritenuti necessari per promuovere l’educazione alla lettura:

1) la presenza di almeno un adulto disponibile ad educare, (e ancor prima, spesso, ad educarsi alla lettura): le madri in primis ma anche il contesto familiare allargato, così come le insegnanti/educatrici hanno un ruolo fondamentale per promuovere la lettura e con essa/ attraverso essa tutto ciò che la lettura comporta nello sviluppo del bambino. L’adulto veramente disponibile a “farsi strumento” per facilitare l’incontro con il libro e lo sviluppo del piacere della lettura è fondamentale per il buon esito del progetto: un adulto che “legge tanto per passare il tempo”, perché “va fatto”, perché “fa bene al bambino” ma non ha passione alla lettura, non è abituato ad ascoltare altri leggere, né ad ascoltarsi mentre legge, difficilmente raggiungerà lo scopo stabilito (a questo proposito, particolarmente evocative e fruibili sono le riflessioni sulla “Voce Fiume” di Valentino Merletti);

2) la presenza di un adeguato “registro” relazionale tra chi legge e chi ascolta/ guarda/ sfoglia il libro: la necessità di “sintonizzarsi”, di trovare il ritmo, di rispettare i tempi, i modi e la velocità di lettura sono elementi imprescindibili per favorire l’interesse nel libro e nella lettura da parte del bambino. Altrettanto importante è la capacità di cogliere i feedback dei bambini durante e dopo la lettura proposta e dunque scegliere, selezionare e proporre libri che siano fruibili, che siano sufficientemente comprensibili cosicché i bambini siano invogliati a soffermarsi o a ritornarvi sopra, da soli o con l’adulto;

3)  il riconoscimento del bambino come interlocutore privilegiato, in grado di partecipare all’atto del “leggere” e del “guardare le figure” in modo attivo: il bambino si appassiona alla lettura non quando la subisce come mero ricevente, ma quando può trovare lo spazio ed il tempo per interagire con l’adulto e con il libro stesso.

L’educazione alla lettura, attraverso la relazione e il rispecchiamento con l’adulto, è una strada per l’educazione alle emozioni, aspetto pedagogico di particolare rilevanza nel nostro attuale vivere contemporaneo, sia per l’adulto, che deve riscoprirsi bambino e pertanto educabile, sia per il bambino, in cerca di autonomia ed interdipendenza.