Educare alla lettura, educare alle emozioni

L’educazione alla lettura è un tema che mi è molto caro: lo promuovo da anni non solo come esperta di psicologia perinatale (con i neogenitori ed i nonni), o con i miei pazienti in psicoterapia, ma anche come autrice di progetti in alcune classi di scuola primaria di Prato sulla narrativa delle emozioni.

Numerosi autori sottolineano l’importanza di almeno tre fattori ritenuti necessari per promuovere l’educazione alla lettura:

1) la presenza di almeno un adulto disponibile ad educare, (e ancor prima, spesso, ad educarsi alla lettura): le madri in primis ma anche il contesto familiare allargato, così come le insegnanti/educatrici hanno un ruolo fondamentale per promuovere la lettura e con essa/ attraverso essa tutto ciò che la lettura comporta nello sviluppo del bambino. L’adulto veramente disponibile a “farsi strumento” per facilitare l’incontro con il libro e lo sviluppo del piacere della lettura è fondamentale per il buon esito del progetto: un adulto che “legge tanto per passare il tempo”, perché “va fatto”, perché “fa bene al bambino” ma non ha passione alla lettura, non è abituato ad ascoltare altri leggere, né ad ascoltarsi mentre legge, difficilmente raggiungerà lo scopo stabilito (a questo proposito, particolarmente evocative e fruibili sono le riflessioni sulla “Voce Fiume” di Valentino Merletti);

2) la presenza di un adeguato “registro” relazionale tra chi legge e chi ascolta/ guarda/ sfoglia il libro: la necessità di “sintonizzarsi”, di trovare il ritmo, di rispettare i tempi, i modi e la velocità di lettura sono elementi imprescindibili per favorire l’interesse nel libro e nella lettura da parte del bambino. Altrettanto importante è la capacità di cogliere i feedback dei bambini durante e dopo la lettura proposta e dunque scegliere, selezionare e proporre libri che siano fruibili, che siano sufficientemente comprensibili cosicché i bambini siano invogliati a soffermarsi o a ritornarvi sopra, da soli o con l’adulto;

3)  il riconoscimento del bambino come interlocutore privilegiato, in grado di partecipare all’atto del “leggere” e del “guardare le figure” in modo attivo: il bambino si appassiona alla lettura non quando la subisce come mero ricevente, ma quando può trovare lo spazio ed il tempo per interagire con l’adulto e con il libro stesso.

L’educazione alla lettura, attraverso la relazione e il rispecchiamento con l’adulto, è una strada per l’educazione alle emozioni, aspetto pedagogico di particolare rilevanza nel nostro attuale vivere contemporaneo, sia per l’adulto, che deve riscoprirsi bambino e pertanto educabile, sia per il bambino, in cerca di autonomia ed interdipendenza.

La narrazione come patrimonio dell’umanità

“Narrare è intrecciare e dipanare eventi attorno a un centro e secondo un senso. Il centro è, in genere, un personaggio, e il senso è un’esistenza” F.Cambi

 

La narrazione costituisce un patrimonio irrinunciabile dell’essere umano, mezzo primario di identificazione e di evoluzione, al punto da essere annoverato da alcuni psicologi tra i bisogni fondamentali dell’uomo, in grado di influenzarne il benessere e la salute.

Il narrare-narrarsi è a pieno titolo al centro di percorsi di cura come il counseling e la psicoterapia. Curare con le parole, attraverso le parole, offerte e ricevute, trova la sua radice nell’uomo e nella sua storia. Fin dagli albori della sua esistenza, infatti, l’uomo ha “lasciato tracce” narrative di sé, ha compiuto veri e propri sforzi comunicativi che ha poi raffinato nel corso del tempo, individuando forme del narrare e del narrarsi via via nuove e multiformi (dai pittogrammi sulle grotte alle attuali forme narrative di vlogging). Non è un caso che l’atto del narrarsi-narrare sia attività presente in tutti i tempi e in tutte le culture. Le forme narrative possibili sono molteplici: in alcuni popoli particolari tradizioni narrative (frequentemente il racconto orale) costituiscono un elemento identitario fondante, che si tramanda di generazione in generazione. Il bisogno di narrare, che è proprio dell’infanzia, non si esaurisce con l’infanzia stessa, ma prosegue e accompagna l’uomo per tutta la sua esistenza, ed oltre. Il filo che unisce le generazioni passate a quelle future è un filo di narrazioni, esplicite o implicite, sulle quali i bambini, ma anche gli adulti operano un lavoro di volta in volta superficiale o profondo, fantastico o realistico, il cui scopo è l’accesso al mondo (interno, in fieri, ma anche esterno), la comprensione del mondo, la presa di coscienza del mondo e delle sue forme. La narrazione si pone dunque come nucleo fondante della formazione (intesa come formarsi, prima di tutto e poi formare), e come strumento pedagogico fondamentale.

Cinema e letteratura: non è sempre la “solita” storia!

“Personalmente, preferisco il libro” Hitchcock

Il cinema utilizza uno specifico ed affascinante linguaggio narrativo e numerosi sono gli studi che analizzano la relazione e le differenze tra il linguaggio del cinema e il linguaggio della letteratura. Secondo Metz cinema e letteratura hanno in comune i significati, (sostanza, forma e contenuto), ma differiscono per il significante (la forma di espressione). Pur cambiando il modo d

i esprimere il racconto, alla base dei due linguaggi rimane la narrazione: Chatman e Jost, con la narratologia comparata, hanno messo in rilievo gli aspetti comuni tra i due tipi di linguaggio: l’analisi dei personaggi, i rapporti cronologici e causali delle varie sequenze, la presenza/punto di vista del narratore.

Un film può dunque essere non solo “visto” ma anche “letto”, come un libro.

Un film si può dunque leggere su diversi livelli:

1) un primo livello, quello richiesto allo spettatore: una lettura che permetta di comprendere correttamente il significato dato dalla successione e combinazione di immagini e suoni;

2) un livello più specifico e approfondito: il riconoscimento degli elementi costitutivi del linguaggio filmico (elementi visivi, verbali e musicali) e degli effetti della loro combinazione, lettura che richiede un apposito metalinguaggio per esprimere i procedimenti attraverso cui si realizza la strategia comunicativa del film;

3) la somma dei due: l’incontro tra gli elementi costitutivi del linguaggio filmico (punto 2) e un universo narrativo coerente e riconoscibile;

4) infine, la lettura di tutti quegli elementi non strettamente necessari alla descrizione della storia, che tuttavia concorrono a significati simbolici e secondi. Quest’ultimo aspetto ha una grande importanza quando si utilizza il cinema a fini terapeutici.

Quale che sia il linguaggio scelto, quello del libro o quello del cinema, il comun denominatore resta dunque l’arte del racconto, che si esprime attingendo dai diversi linguaggi, attivando nel lettore specifiche competenze cognitive ed emotive. Il potere evocativo del cinema in particolare rende immediata e spesso catartica la possibilità di guardare il mondo “a distanza”, sullo schermo e di attivare/ riattivare, sentire/codificare nell’immediatezza della visione, specifici angoli del proprio mondo interno.

Il fascino infinito del picture book

Durante la gravidanza del mio primo figlio, nel 2002, sono letteralmente caduta nel tunnel della letteratura per l’infanzia.

Quando mi sono iscritta al corso di Perfezionamento in Linguaggi Narrativi e letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, organizzato dall’Università degli Studi di Firenze, la ragione primaria era quella di approfondire il mondo degli albi illustrati e dei wordless picture book, che mi hanno sempre appassionato, ma che non avevo mai “studiato”. L’illustrazione e gli albi illustrati aprono  “un mondo dentro a un mondo”, quello della letteratura, della pedagogia, dell’apprendimento e dello sviluppo infantile ponendosi come mezzo privilegiato di accesso al mondo esterno e al mondo interno di chi legge e di chi ascolta.

Gli albi illustrati, con e senza parole hanno dunque infinite possibilità di utilizzo e dunque sono grandi le ricchezze e le opportunità che si nascondono in 32 pagine.

Approfondendo la tematica degli albi illustrati e del loro razionale di impiego pedagogico, ho inoltre collezionato finalmente un sacco di risposte da dare a chi per anni ha guardato con sospetto la mia collezione di albi illustrati e di wordless picture book (impropriamente definiti silent-book in Italia), che per alcuni sono (cito testualmente) “libri inutili, che non insegnano niente e che occupano solo un sacco di spazio”.

La nostra cultura è ferma ad un apprendimento verticale dall’alto verso il basso e nozionistico, livellato su obiettivi minimi da raggiungere e poco incline alle eccezioni: non stupisce quindi, che l’albo illustrato in cui ogni bambino è chiamato a rinarrare una narrazione secondo il suo proprio punto di vista, spesso non coincidente con quello dell’illustratore o dell’autore, sia visto con sospetto da molti adulti.

Ilaria Tontardini scrive punto per punto tutte le cose che si possono fare con un albo illustrato, tutto ciò che un bambino può attingere dall’incontro con l’albo, fino ad arrivare al 4 punto, che è quello che come mamma e terapeuta ha per me una grande importanza quotidiana: riuscire a raccontare e a raccontarsi, a formulare “teorie del mondo” e utilizzare le immagini e le parole del testo per fare un’esperienza di ricchezza trasformativa.

Valentino Merletti  sottolinea fin dal titolo il grande valore che si cela nel picture book, ovvero quello di costituire il primo vero strumento di lettura condivisa da adulto e bambino.

Anche se in Italia siamo ancora impegnati a dare una definizione di cosa è e di cosa non è, di come si chiama e di come non si chiama, per Valentino Merletti siamo ancora lontani da avere una visione univoca dell’albo illustrato, come di qualcosa il cui valore finale è superiore alla somma delle parti.

Eppure, il valore del picture book lo si evince mettendosi accanto a un bambino o in cerchio in un piccolo gruppo per condividere la lettura: in grado di calamitare l’attenzione e di generare dibattiti (interiori e, a volte, condivisi), in grado di offrire un punto di vista a tutti (anche ai bambini con difficoltà di apprendimento), in grado di essere rassicuranti e al tempo stesso in grado di accompagnare i lettori al di fuori della comfort zone. Vale per i bambini, ma vale ancora di più per gli adulti, come ho avuto modo di constatare nei miei laboratori sulle emozioni difficili e sul ciclo di vita.

Letto per voi: Michael Rosen’s Sad Book

Michael Rosen – Quentin Blake

We all have sad stuff. Maybe you have some right now, as you read this.

Michael Rosen è un famoso autore inglese di libri per bambini.

In Italia il suo testo più noto è sicuramente “A caccia dell’Orso” divertente e popolare libro per bambini scritto insieme ad Helen Oxenbury ( chi ha bambini piccoli e  non è mai andato con loro a caccia dell’orso, deve in ogni modo provare questa esperienza, prima che crescano troppo).

Purtroppo meno noto in Italia il libro di cui voglio parlarvi oggi: Michael Rosen’s SAD BOOK , pubblicato nel 2004 da Candlewick Press e correttamente rivolto, nelle intenzioni degli autori, sia ai bambini che agli adulti. SAD BOOK (scritto grande, in stampatello, bene in vista sulla copertina) è un libro coraggioso e onesto sul dolore del lutto, su come funzionano i giorni dopo la perdita e su cosa possiamo/dobbiamo farcene del dolore che rimane.

Questo testo, unico nel suo genere, ha ricevuto numerosi consensi dai critici letterari, è stato recensito da varie testate ed è stato edito più volte. Nonostante questi plausi, e nonostante le magnifiche illustrazioni che quasi parlano da sole alle persone in lutto,  difficilmente vedremo tradotto questo libro in italiano.

In Italia il lutto è ancora un tabù: se proprio deve essere affrontato, viene trattato con molta fatica, in modo superficiale e sintetico e spesso ne vengono affrontate solo determinate parti, quelle più accessibili all’immaginario collettivo, tralasciando gli aspetti più “negativi” e scomodi correlati al lutto. È molto difficile nel nostro paese parlare del percorso che va dal momento della perdita fino alla trasformazione del dolore in qualcosa di diverso, più simile alla “vita” che al limbo del lutto. Questo percorso di trasformazione del dolore è un percorso lungo, è un percorso complicato, è dannatamente poco certo: non si sa come andrà a finire la nostra elaborazione, nonostante l’impegno, gli sforzi, la volontà.

Non si sa finché non abbiamo attraversato il primo anno anno e mezzo e quindi finché non abbiamo trasformato abbastanza il dolore così da riuscire a tenerlo saldamente per mano, senza che ci scappi da tutte le parti e ci impedisca di vedere dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. Affrontare questo penoso viaggio esperienziale con candore e onestà è difficile, e suona come molto penoso e spaventoso. Chi potrebbe mai voler comprare un libro così triste? Ecco perchè in Italia i libri per bambini sul lutto sono pochi, ecco perchè li troviamo dentro piccole e preziose nicchie, ecco perchè alcuni sono stati pubblicati e mai più riediti, e quindi non sono più distribuiti.

Forse il nostro mercato non è ancora pronto per stampare libri in italiano, per bambini, in cui si descrive e si disegna il lutto di un padre che senza pudori e senza peli sulla lingua ci fa entrare nel faticoso mondo della sua personale elaborazione del lutto, dopo la grave e prematura perdita di suo figlio Eddie.

Dobbiamo per adesso accontentarci di leggerlo in lingua originale, e questo significa che possiamo leggerlo solo se si sa l’inglese. Un vero peccato, perchè questo testo potrebbe essere utilizzato ampiamente come ausilio per molte persone in lutto che l’inglese non lo conoscono, ma conoscono a menadito cosa prova Michael Rosen, perchè lo stanno provando o l’hanno provato, allo stesso modo, anche loro.

Il libro si apre con un ritratto di Michael:

“This is me being sad”

“Really I’m sad but pretending I’m happy”

Michael Rosen’s SAD BOOK

Con questo ritratto, il mio amore per Quentin Blake, iniziato con i libri di Roal Dahl, è ulteriormente cresciuto: la straordinaria coppia autore e illustratore aprono il “libro triste di michael” con il primo gigantesco equivoco culturale che colpisce quasi tutte le persone in lutto.

Questi due giganti della letteratura per l’infanzia non potevano non pensare, stante il loro rapporto privilegiato con i bambini e i ragazzi a un modo migliore, più onesto e veritiero  per aprire un libro sulla tristezza, e chiarire subito la centralità delle relazioni, con chi non c’è più e con chi rimane.

Chi è in lutto, infatti, è impegnato in una battaglia su più fronti: non è solo impegnato dal lutto per la persona venuta a mancare e dalle sue contemporanee reazioni psico-fisiche all’evento luttuoso, ma fin da subito si trova costretto ad affrontare una parte del lutto, quella che gli inglesi definiscono mourning e che in italiano non ha un termine corrispondente, che potremmo definire “lutto sociale“. Il lutto sociale è quell’aspetto del lutto che va oltre il defunto, oltre al tuo sentire, perchè riguarda il “se con l’altro“, riguarda la dimensione psicologica e sociale della tua relazione con gli altri, del tuo stile di attaccamento, e di come l’evento luttuoso influenza la tua vita sociale successiva. Riguarda le tue aspettative su come reagiranno gli altri al tuo dolore, e riguarda le tue aspettive su come dovresti reagire tu, che immagine vorresti dare agli altri, cosa riesci a chiedere e i feedback che gli altri danno alle tue richieste. Il lutto sociale riguarda anche, direi soprattutto, le aspettative generali che gli altri (parenti, amici, colleghi di lavoro, società in generale) hanno su come una persona dovrebbe affrontare il suo percorso di lutto.

La persona in lutto paga un prezzo molto alto per molti mesi, impegnata com è a muoversi con il suo ingombrante carico di dolore tra l’assenza, la vita com’è adesso, gli altri e le loro richieste, il futuro che sembra nebuloso e insensato. Rosen dopo la morte di Eddie per meningite, cerca risposte che non riesce a trovare. Le cerca, stimolato, incessantemente, dagli altri suoi figli, impegnati ad elaborare la scomparsa del fratello come solo i bambini sanno fare.

The children, Rosen says, “would ask, ‘And how old’s Eddie now?’ And I’d say, ‘Well, he’s just died.’ I didn’t know what else to say, really. It was literally just a few months after. Kids were asking me questions, and I was thinking, ‘I’ve got to have a way of answering it, and so in the end I wrote [this book] as an answer, almost as if I owed it to them

Michael Rosen – The Guardian

Rosen scrive questo libro per rispondere ai suoi figli e, nel cercare le risposte per loro, fa un viaggio prezioso dentro il suo lutto, mettendosi a nudo, in precario equilibrio tra rinuncia e propositi, assenza e ricordo, ribellione e accettazione. Si mette a nudo, e Quentin Blake evoca con i suoi tratti nervosi e vividi le emozioni della perdita senza aggiungere fronzoli riparatori, senza edulcorare, senza distogliere lo sguardo dai momenti più bui.

 Sad Book doesn’t hide the darkness. It doesn’t try to pretend that suffering and sadness are easy to bear. But it does at least show that it’s okay to feel bad sometimes

Sam Jordison – The Guardian

A partire da: dai sei anni, insieme a un adulto che ha già letto questo ed altri libri sul lutto e riesce a “stare” in modo consapevole ed onesto accanto a un bambino, alle sue reazioni e alle sue domande rispetto alla morte e al lutto

Specialmente consigliato per: chi lavora con le persone in lutto, le persone in lutto.

Letto per voi: Il giorno prima

VERBAVOLANT edizioni

Lorenzo Naia e Roberta Rossetti ci regalano un albo illustrato originale, delicato e poetico.

Il giorno prima è un viaggio emozionale che il lettore compie semplicemente aprendo una busta: la storia contenuta nella busta è un albo illustrato – poster, ed è costruita in cinque tavole di dimensioni crescenti. La storia si dipana giocando tra le geometrie ed i volumi di un testo opportunamente piegato in modo da disvelarsi completamente solo alla fine del racconto, riempiendo gli occhi del lettore, e le sue braccia.

Il giorno prima è un albo delicato e profondo insieme, che si rivolge idealmente a tutti: strizza l’occhio ai giovani scalpitanti e impazienti alla ricerca del futuro, accoglie in un abbraccio di carta le incertezze degli adulti pieni di disincanto disillusi per i giorni che verranno.

Si può leggere, andrebbe letto, condiviso, mostrato, proiettato sul muro anche ai  bambini, fin da piccolissimi. Parla del tempo che passa, della speranza che oscilla, dell’incredulità che dopo una stagione di freddo e silenzio possa sbocciare una stagione di fragorosa vita. 

I bambini, prima di diventare adulti spaventati dalle loro stesse ombre social, dovrebbero infatti poter ricevere da noi adulti questo dono: il dono di poter riflettere fin da piccoli sull’importanza di dare tempo al tempo, sulla fecondità dell’attesa anche quando si fa a nostro giudizio troppo lunga, sulla fiducia in noi stessi, che siamo semi e germogli e ci scordiamo di rimanere semi e di poter germogliare, in un modo o nell’altro, per tutta la vita. È un testo sull’impazienza e sullo smarrimento del giorno prima, di quel giorno dove sembra che niente accadrà più e nulla sia certo.

È un albo coccola, questo, e sappiamo bene di quante coccole abbiamo bisogno in questo mondo frenetico e distratto. Attraverso la bellezza delle illustrazioni e la delicata fermezza del messaggio questo libro parla a chi sta crescendo, a chi cambia, a chi non vorrebbe cambiare, ma è in balia degli eventi: è un libro permeato di quella bella e desueta speranza che non è resa al fato, o sterile delega a un ipotetico salvatore, ma riparazione di sè, cura di sè e creatività.

In questo albo si affronta infatti  un viaggio che è comune alle vite di molti: un percorso che va dal silenzio sospeso e apparentemente vuoto alla vita che esplode in un tripudio di bellezza.

Il viaggio della bambina-donna germoglio, protesa tra la terra e il cielo è il viaggio di ciascuna di noi, alle prese con gli eventi della vita, con i sogni sospesi, con quelli infranti, con l’amaro in bocca degli insuccessi, delle perdite e dei lutti e con quel pizzicorino creativo che ben conosciamo se solo ci mettiamo in ascolto di noi stesse, a qualunque età, ed in qualunque situazione.

La bambina-germoglio attraversa le fasi della rinascita, ci offre attraverso i colori e le parole, tutte le sfumature di un percorso di ritorno alla vita che sembra impossibile ma è naturale conseguenza della nostra profonda  e resiliente natura umana.

Attraversare le tempeste, attendere il momento opportuno, e poi fiorire, ancora.

A partire da: adatto per proiezioni e laboratori anche alla scuola materna.

Specialmente consigliato per: le persone che si sentono in balia del tempo, che non vogliono aspettare o non vogliono cambiare, che non sanno più cosa aspettarsi e sono bloccate in un tempo sospeso.

Super consigliato per: le donne che stanno attraversando il dolore dopo un aborto spontaneo o un lutto perinatale e sono travolte dalla paura del futuro.

#LeftHandersDay

Il 13 agosto è la giornata mondiale dedicata alle persone con mancinismo, noi lefthanders. 

L’etimologia di questa parola è tutta un programma, e la dice lunga sul perchè si sia resa necessaria una giornata internazionale.

Mancino deriva da manco, che vuol dire “monco, imperfetto, difettoso” ed è poi passato a intendere la mano sinistra, ritenuta quella più debole delle due. 

Il dizionario Treccani ci dice che mancino è un agg. [der. dell’agg. manco «sinistro»]. – 1. a. non com. Sinistro: mano m., anche sostantivato (v. mancina); piede m.; Sempre acquistando dal lato m. (Dante). b.Detto di persona che presenta mancinismo, e quindi usa la mano sinistra più abilmente che la destra: ha una segretaria m.; un pugileun tennistaun chitarrista m.; spesso sostantivato: un m., una m., i mancini.

Il dizionario ci dice anche che  il termine mancino si utilizza in senso figurato per descrivere un’azione sleale o insidiosa, ma compiuta con astuzia e in modo imprevedibile; o per attribuire un carattere negativo, come sinonimo di infido, disonesto.

Come tutte le caratteristiche statisticamente poco rappresentate e quindi lontane dalla “norma statistica”, anche essere mancini è stato visto con sospetto per molto tempo, almeno fino a una quarantina di anni fa: il pregiudizio era talmente radicato che si suggeriva alle madri di legare la mano sinistra dei figli mancini, così da “abituarli” ad usare l’altra mano. Questa pratica era in auge anche a scuola, dove i mancini venivano corretti, senza se e senza ma.

Nonostante i suggerimenti di uno dei miei nonni, io per fortuna non sono stata corretta, e ho potuto tranquillamente usare la mano sinistra per fare tutte le cose che so fare. Mi sono persino laureata in medicina, nonostante il mancinismo, con buona pace di tanti anziani che ho incontrato negli ambulatori ai tempi delle sostituzioni dei medici di medicina generale: 

È una dottoressA, ed è Anche mancina…

cit: anziani copiosi giunti in ambulatorio d’estate per farsi misurare la pressione

Essere mancini comporta qualche problema pratico: chi di voi ha usato le penne con inchiostro cancellabile, ha tentato di usare una stilografica, di tagliare con le forbici da destri, di imparare a fare la maglia ai ferri, sa che occorre molta pazienza e tanta fermezza per raggiungere un buon risultato.

Per questo motivo sono fioriti negli anni i negozi, anche online, riservati solo a noi mancini: quando ho trovato le istruzioni per fare la maglia per mancini e le forbici da cucito mi sono commossa (un pò meno quando ho scoperto il costo, a dirla tutta). 

In me c’è un piccolo bambino.
La sua mano sinistra solleva il velo della notte.
La sua mano destra porta un girasole, la sua torcia.
I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,
“Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso,
e il bimbo continua il suo cammino,
il suo sentiero tra le stelle.

THICH NHAT HANH

Per approfondire:

Il Post

Guida al mancinismo

I cinque modi in cui i mancini sentono e pensano diversamente 

Leggere per immagini nella prima infanzia

La lettura per immagini ha un ruolo pedagogico e formativo molto importante, soprattutto (ma non solo) nella prima infanzia: proporre un racconto per immagini dovrebbe dunque seguire dieci passi “sicuri”, che affronteremo brevemente qui di seguito.

Una premessa: la proposta di lettura, e di lettura per immagini in particolar modo è sempre carica dei “significanti” e dei significati propri del proponente e del bambino: ogni bambino risponde a questa proposta in modo personale e delle peculiarità dei singoli bambini è necessario tenere conto, in modo da interessare il più possibile ognuno di loro ed attivare in ciascuno quelle attività cognitive che si sviluppano attraverso la lettura e la narrazione.

La scelta del libro è dunque importante, come sono importanti i “modi” di presentazione e l’approccio alla narrazione dei proponenti.

Il libro “sufficientemente buono”, per parafrasare Winnicot risponderà ad alcuni requisiti:

  1. avrà figure chiare e riconoscibili, che attingono al mondo conosciuto dal bambino e possono gratificare la sua abilità nel ri-conoscere le figure presenti nel libro;
  2. il libro giusto non potrà ridursi ad un mero  elenco di cose già note. Questi libri, commercialmente diffusi in tirature molto ampie, solitamente nulla aggiungono a quanto già a disposizione del bambino. Andrebbero evitati, o quantomeno integrati con altre proposte ed alternati tra loro;
  3. sarà avvincente grazie all’uso sapiente del colore;
  4. allo svolgersi della storia che nasce dall’avvicendarsi delle immagini pagina dopo pagina;
  5. alla disposizione delle figure nella pagina;
  6. al materiale usato per fabbricarlo;
  7. al modo di proporlo: libro stampato o proiezione sul muro, ad esempio.

Questi sette elementi  favoriranno nel bambino la costruzione di immaginari personali e la personale traccia di una “storia” che poi il bambino riuscirà a ricostruire, a suo modo, mettendo in evidenza gli aspetti prediletti.

  1. il libro sarà oggetto di corsi e ricorsi: il bambino potrà recuperarlo e riguardarlo e riflettere sul libro ancora e ancora, alla ricerca del vecchio (la gratificazione di cui sopra) e del nuovo (i nuovi particolari, le chiavi di lettura possibili), ampliando le sue competenze metacognitive e imparando che intorno ad una storia letta in gruppo fioriscono decine di contributi diversi e ricchi;
  2. il libro sarà strumento per permettere a tutti i bambini, anche a quelli in condizioni socio economiche svantaggiate, di sviluppare al meglio le competenze cognitive (per le quali, ad esempio, è necessario che ci sia congruenza tra illustrazioni e testo, e che le illustrazioni siano chiare e fruibili);
  3. i piccoli lettori attraverso le illustrazioni potranno più facilmente comprendere e memorizzare la storia e poi ricostruirla autonomamente, utilizzando le immagini a disposizione, anche al di sotto dei cinque anni.

Letto per voi: Siamo nati tutti liberi

La dichiarazione universale dei diritti umani si prende cura di tutti noi, non importa chi siamo o dove viviamo. Questi diritti furono proclamati dalle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, quando il mondo gridava il suo “mai più” contro gli orrori della Seconda guerra mondiale. I governi di tutto il mondo si sono impegnati a far conoscere questi diritti alla propria gente e a fare del proprio meglio per promuoverli.

Ogni bambino e ogni adulto nel mondo ha gli stessi diritti. Siamo nati tutti liberi e uguali. I nostri diritti sono parte di ciò che ci rende umani e nessuno può portarceli via.

Amnesty International

La dichiarazione universale dei diritti umani: 30 articoli, 28 illustratori chiamati a lasciare il segno, uno per ciascun articolo, ciascuno con il suo tratto, la sua inventiva, la capacità di emozionare, di agganciare il lettore alla figura, e attraverso la figura e il suo potere evocativo, alle parole.

Le parole dei diritti umani sembrano semplici e logiche, stampate su carta e spiegate con incisive tavole a colori. 

Sappiamo che così semplici non sono, che nonostante gli accordi dei vari governi c’è ancora chi viola i diritti umani fondamentali, sappiamo che anche nel nostro paese, oggi, facciamo un po’ fatica a riconoscere i diritti umani come legittimi e inviolabili. Come universali.

Stando a ciò che leggiamo sui giornali e sui social, negli ultimi anni abbiamo lentamente perso il contatto con questa faccenda dei diritti, e passiamo il tempo a discutere tra noi adulti, su chi ha il diritto di avere i diritti e su chi invece non ne ha.

Passiamo più tempo a parlare di diritti sui social che a contribuire affinché tutti vedano riconosciuti i loro diritti. In questo mondo molto stressato, con una comunicazione globale molto stressata e una ridotta capacità/voglia di approfondire, ecco che parlare di diritti è diventato quasi un cliché come un altro.

In quanto adulti noi abbiamo però delle responsabilità: nei confronti di noi stessi e soprattutto dei bambini e ragazzi che giocoforza dovranno prendere il mondo come noi glielo stiamo preparando.  I piccoli di oggi possono prendere (apprendere) il mondo per come noi glielo raccontiamo, giorno dopo giorno, situazione dopo situazione, notizia dopo notizia.

Come raccontiamo, il mondo, ai nostri bambini? Dove è la chiave pedagogica che dovrebbe vedere uniti educatori, insegnanti genitori e familiari per offrire ai bambini un apprendimento sui temi civili e sociali adeguato alla loro età e alla storia moderna?

Se leggiamo i social, emerge un racconto contemporaneo fatto di parole, esclamazioni, aggressioni mediatiche e fisiche, a volte vere e proprie risse, totalmente imbarazzante ed allarmante. Non è necessariamente una questione di temi e di contenuti, piuttosto sono le modalità di espressione e di comunicazione a manifestare una certa ignoranza di cosa sono i diritti, quali sono e del fatto che appartengono a tutti.

Molto del successo di una storia, dipende dalle parole utilizzate per narrarla e ai fini dell’apprendimento il come si spiega un concetto conta come il cosa si sta spiegando. Nelle parole e nei gesti che si leggono oggi, non c’è traccia dei diritti umani.

Verrebbe da chiedersi dove siano finiti i 30 articoli della dichiarazione universale.

Hanno già settant’anni, troppo vecchi per contare ancora qualcosa?

Da piccola, le maestre e i professori delle scuole elementari, medie e superiori, lavoravano alacremente sui diritti. Con le fiabe, con le favole, con i sussidiari, con le pagine di giornali, con gli approfondimenti di storia, filosofia e letteratura, con il rispetto di questi 30 articoli, che comparivano sempre, prima o dopo, nelle letture e nelle antologie.

Leggere uno dopo l’altro i 30 diritti umani, in questo momento storico, ci dà la misura di quanto grande sia la nostra responsabilità: abbiamo preso in consegna i valori di chi ha vissuto le grandi guerre, e ha pagato prezzi altissimi e li abbiamo messi in cantina tra le cianfrusaglie. Parliamo esprimendo odio, egoismo, ignoranza, bullismo, razzismo, indifferenza, arroganza. Giudichiamo, distinguiamo, additiamo, senza soluzione di continuità. Leggiamo cose orribili, e nel tempo, giorno dopo giorno, le cose orribili fanno da sfondo alle nostre comunicazioni, sono lì, entrano a far parte del panorama, le integriamo, dentro di noi, anche se non vorremmo che accadesse: basta poco ad abituarsi alla barbarie, la storia ce lo insegna.

Vorrei che i bambini e i ragazzi di oggi potessero godere a pieno dei loro 30 diritti. Vorrei che per ottenere questo obiettivo, non pensassero come accade oggi, che la soluzione sia quella di togliere questi diritti a qualcun altro. Vorrei che fosse ben conosciuto e riconoscibile il valore di un diritto e che la scuola continuasse a mantenere quel ruolo educativo, pedagogico e sociale che ha. Lode agli insegnanti e alle insegnanti promotori dei diritti.

I diritti umani, che qualcuno vuole farci credere siano un fastidioso cliché, sono un’opportunità per tutti. Basta iniziare ad applicarli nella nostra vita quotidiana. Uno alla volta.

Questa è la civiltà che vorrei.

“Per educare il popolo alla pace, possiamo usare parole o possiamo parlare con le nostre vite.”

THICH NHAT HANH

Siamo nati tutti liberi

A partire da: le illustrazioni sono molto evocative, e possono essere sfogliate anche se non si è ancora in grado di leggere in autonomia.

Specialmente consigliato per: educatrici e maestre della scuola dell’infanzia e della scuola primaria che desiderino fare un bel laboratorio con i bambini.

Super consigliato per: chi legge twitter o facebook o instagram e non vuole credere che i diritti umani siano un’invenzione della pubblicità, di una qualche lobby o di qualche “buonista”.

Tutti abbiamo diritto a stare bene. Mamme, bambini e persone anziane, disoccupati o disabili hanno il diritto che qualcuno si prenda cura di loro.

Art. 25 : dedicato alle mamme di CiaoLapo, che si prendono cura delle altre madri in lutto con amore e sorellanza.

Letto per voi: Nonni con le ali

Quando i nonni volano

non si sa dove vanno

Questo non è un libro, direbbe Magritte, sfogliando le pagine di “Nonni con le ali” e quelle di “Nonne con le ali“. Intanto perchè sono due libri, cuciti insieme sottosopra.

Poi perchè, anche se sembra un libro, in realtà è una porta.

Questo libro infatti, va oltre le parole stampate.

Tra queste pagine le parole escono dalla carta, libere e lievi.

Sono prive di una punteggiatura le parole di Arianna, perchè esse stesse sono in volo.

Pronte a accompagnarci, attraverso il Volo dei nonni.

Questo libro è un Canto, un canto vero.

E no, non è un libro di canzoni. 

È Poesia, in forma di libro. Poesia che apre le porte su mondi che troppo spesso se ne stanno nascosti e inesplorati, sepolti sotto una cortina di indicibilità.

Quando capitano libri come questi, il cuore torna a casa.

Una sensazione bellissima.

Questo libro – non libro, questo libro-Poesia, libro-Porta, libro-Canto, è un libro double face. 

Ci accompagnano nel viaggio due uccelli col cappello e le ali spiegate.

I due uccelli hanno appena spiccato il volo, perdendo il cappello in aria.

Ma non sono lontani. Volano, rimanendo accanto.

Ce lo dice lo sguardo, vigile e fermo, diretto verso il lettore.

Lo sguardo ci raggiunge, durante il volo.

Nonostante il volo, vorrei poter dire.

Perchè anche se volano, i nonni mantengono lo sguardo su di noi.

Se ne vanno, ma non del tutto. Accade, quando si è dato e ricevuto molto amore, che non tutto se ne vada, con il volo.

Ed ecco, che Arianna, tavola dopo tavola, parola dopo parola tocca con il suo canto le corde profonde dell’amore e del distacco, del lutto e del ricordo. “Vado, nipote, ma rimango attraverso quanto abbiamo costruito. Rimango a sostenerti, a ricordarti, la bellezza nascosta nell’emozione della vita.

Arianna Papini, abile e raffinata artista, elegante e saggia pensatrice, tesse una poesia fatta di trame di realtà, per quella che è, intrecciate a fili di meraviglia: tra le mille, la meraviglia di scoprire il lascito prezioso del legame con i nonni amati e amorevoli. Legame che nemmeno la morte può scalfire e che la vita dovrebbe sempre poter celebrare.

Canto per i nonni volati via.

Canto per le nonne volate via.

A partire da: per tutte le età. I libri come questo dovrebbero essere a disposizione dei più piccoli ben prima che i più piccoli debbano affrontare il Volo dei nonni.

Specialmente consigliato per: i genitori che hanno qualche problema a pensare al lutto, al distacco e alla perdita, e devono poter riflettere su questo argomento in modo gentile ma onesto per essere d’aiuto, un giorno, ai loro bambini.

Super consigliato per: le maestre della scuola d’infanzia e della primaria, le famiglie che attraversano un lutto e hanno bisogno di sollievo. 

Grazie di cuore Arianna per avere pensato e creato questo libro. 

Grazie anche e sempre al tuo papà, il Prof Massimo Papini, che tanto mi ha insegnato sul rispetto dei bambini e sulla resilienza delle famiglie.

“nella magia del cielo infinito contano le stelle fino a trovare i sogni” A.Papini

Grazie ai miei nonni Marta e Claudio: da lei ho imparato l’arte di scovare il bello ad ogni costo e fare sempre del mio meglio. Da lui, ad essere scanzonata, sorniona e anche un po’ prendingiro