Letto per voi: Michael Rosen’s Sad Book

Michael Rosen – Quentin Blake

We all have sad stuff. Maybe you have some right now, as you read this.

Michael Rosen è un famoso autore inglese di libri per bambini.

In Italia il suo testo più noto è sicuramente “A caccia dell’Orso” divertente e popolare libro per bambini scritto insieme ad Helen Oxenbury ( chi ha bambini piccoli e  non è mai andato con loro a caccia dell’orso, deve in ogni modo provare questa esperienza, prima che crescano troppo).

Purtroppo meno noto in Italia il libro di cui voglio parlarvi oggi: Michael Rosen’s SAD BOOK , pubblicato nel 2004 da Candlewick Press e correttamente rivolto, nelle intenzioni degli autori, sia ai bambini che agli adulti. SAD BOOK (scritto grande, in stampatello, bene in vista sulla copertina) è un libro coraggioso e onesto sul dolore del lutto, su come funzionano i giorni dopo la perdita e su cosa possiamo/dobbiamo farcene del dolore che rimane.

Questo testo, unico nel suo genere, ha ricevuto numerosi consensi dai critici letterari, è stato recensito da varie testate ed è stato edito più volte. Nonostante questi plausi, e nonostante le magnifiche illustrazioni che quasi parlano da sole alle persone in lutto,  difficilmente vedremo tradotto questo libro in italiano.

In Italia il lutto è ancora un tabù: se proprio deve essere affrontato, viene trattato con molta fatica, in modo superficiale e sintetico e spesso ne vengono affrontate solo determinate parti, quelle più accessibili all’immaginario collettivo, tralasciando gli aspetti più “negativi” e scomodi correlati al lutto. È molto difficile nel nostro paese parlare del percorso che va dal momento della perdita fino alla trasformazione del dolore in qualcosa di diverso, più simile alla “vita” che al limbo del lutto. Questo percorso di trasformazione del dolore è un percorso lungo, è un percorso complicato, è dannatamente poco certo: non si sa come andrà a finire la nostra elaborazione, nonostante l’impegno, gli sforzi, la volontà.

Non si sa finché non abbiamo attraversato il primo anno anno e mezzo e quindi finché non abbiamo trasformato abbastanza il dolore così da riuscire a tenerlo saldamente per mano, senza che ci scappi da tutte le parti e ci impedisca di vedere dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. Affrontare questo penoso viaggio esperienziale con candore e onestà è difficile, e suona come molto penoso e spaventoso. Chi potrebbe mai voler comprare un libro così triste? Ecco perchè in Italia i libri per bambini sul lutto sono pochi, ecco perchè li troviamo dentro piccole e preziose nicchie, ecco perchè alcuni sono stati pubblicati e mai più riediti, e quindi non sono più distribuiti.

Forse il nostro mercato non è ancora pronto per stampare libri in italiano, per bambini, in cui si descrive e si disegna il lutto di un padre che senza pudori e senza peli sulla lingua ci fa entrare nel faticoso mondo della sua personale elaborazione del lutto, dopo la grave e prematura perdita di suo figlio Eddie.

Dobbiamo per adesso accontentarci di leggerlo in lingua originale, e questo significa che possiamo leggerlo solo se si sa l’inglese. Un vero peccato, perchè questo testo potrebbe essere utilizzato ampiamente come ausilio per molte persone in lutto che l’inglese non lo conoscono, ma conoscono a menadito cosa prova Michael Rosen, perchè lo stanno provando o l’hanno provato, allo stesso modo, anche loro.

Il libro si apre con un ritratto di Michael:

“This is me being sad”

“Really I’m sad but pretending I’m happy”

Michael Rosen’s SAD BOOK

Con questo ritratto, il mio amore per Quentin Blake, iniziato con i libri di Roal Dahl, è ulteriormente cresciuto: la straordinaria coppia autore e illustratore aprono il “libro triste di michael” con il primo gigantesco equivoco culturale che colpisce quasi tutte le persone in lutto.

Questi due giganti della letteratura per l’infanzia non potevano non pensare, stante il loro rapporto privilegiato con i bambini e i ragazzi a un modo migliore, più onesto e veritiero  per aprire un libro sulla tristezza, e chiarire subito la centralità delle relazioni, con chi non c’è più e con chi rimane.

Chi è in lutto, infatti, è impegnato in una battaglia su più fronti: non è solo impegnato dal lutto per la persona venuta a mancare e dalle sue contemporanee reazioni psico-fisiche all’evento luttuoso, ma fin da subito si trova costretto ad affrontare una parte del lutto, quella che gli inglesi definiscono mourning e che in italiano non ha un termine corrispondente, che potremmo definire “lutto sociale“. Il lutto sociale è quell’aspetto del lutto che va oltre il defunto, oltre al tuo sentire, perchè riguarda il “se con l’altro“, riguarda la dimensione psicologica e sociale della tua relazione con gli altri, del tuo stile di attaccamento, e di come l’evento luttuoso influenza la tua vita sociale successiva. Riguarda le tue aspettative su come reagiranno gli altri al tuo dolore, e riguarda le tue aspettive su come dovresti reagire tu, che immagine vorresti dare agli altri, cosa riesci a chiedere e i feedback che gli altri danno alle tue richieste. Il lutto sociale riguarda anche, direi soprattutto, le aspettative generali che gli altri (parenti, amici, colleghi di lavoro, società in generale) hanno su come una persona dovrebbe affrontare il suo percorso di lutto.

La persona in lutto paga un prezzo molto alto per molti mesi, impegnata com è a muoversi con il suo ingombrante carico di dolore tra l’assenza, la vita com’è adesso, gli altri e le loro richieste, il futuro che sembra nebuloso e insensato. Rosen dopo la morte di Eddie per meningite, cerca risposte che non riesce a trovare. Le cerca, stimolato, incessantemente, dagli altri suoi figli, impegnati ad elaborare la scomparsa del fratello come solo i bambini sanno fare.

The children, Rosen says, “would ask, ‘And how old’s Eddie now?’ And I’d say, ‘Well, he’s just died.’ I didn’t know what else to say, really. It was literally just a few months after. Kids were asking me questions, and I was thinking, ‘I’ve got to have a way of answering it, and so in the end I wrote [this book] as an answer, almost as if I owed it to them

Michael Rosen – The Guardian

Rosen scrive questo libro per rispondere ai suoi figli e, nel cercare le risposte per loro, fa un viaggio prezioso dentro il suo lutto, mettendosi a nudo, in precario equilibrio tra rinuncia e propositi, assenza e ricordo, ribellione e accettazione. Si mette a nudo, e Quentin Blake evoca con i suoi tratti nervosi e vividi le emozioni della perdita senza aggiungere fronzoli riparatori, senza edulcorare, senza distogliere lo sguardo dai momenti più bui.

 Sad Book doesn’t hide the darkness. It doesn’t try to pretend that suffering and sadness are easy to bear. But it does at least show that it’s okay to feel bad sometimes

Sam Jordison – The Guardian

A partire da: dai sei anni, insieme a un adulto che ha già letto questo ed altri libri sul lutto e riesce a “stare” in modo consapevole ed onesto accanto a un bambino, alle sue reazioni e alle sue domande rispetto alla morte e al lutto

Specialmente consigliato per: chi lavora con le persone in lutto, le persone in lutto.

Letto per voi: Il giorno prima

VERBAVOLANT edizioni

Lorenzo Naia e Roberta Rossetti ci regalano un albo illustrato originale, delicato e poetico.

Il giorno prima è un viaggio emozionale che il lettore compie semplicemente aprendo una busta: la storia contenuta nella busta è un albo illustrato – poster, ed è costruita in cinque tavole di dimensioni crescenti. La storia si dipana giocando tra le geometrie ed i volumi di un testo opportunamente piegato in modo da disvelarsi completamente solo alla fine del racconto, riempiendo gli occhi del lettore, e le sue braccia.

Il giorno prima è un albo delicato e profondo insieme, che si rivolge idealmente a tutti: strizza l’occhio ai giovani scalpitanti e impazienti alla ricerca del futuro, accoglie in un abbraccio di carta le incertezze degli adulti pieni di disincanto disillusi per i giorni che verranno.

Si può leggere, andrebbe letto, condiviso, mostrato, proiettato sul muro anche ai  bambini, fin da piccolissimi. Parla del tempo che passa, della speranza che oscilla, dell’incredulità che dopo una stagione di freddo e silenzio possa sbocciare una stagione di fragorosa vita. 

I bambini, prima di diventare adulti spaventati dalle loro stesse ombre social, dovrebbero infatti poter ricevere da noi adulti questo dono: il dono di poter riflettere fin da piccoli sull’importanza di dare tempo al tempo, sulla fecondità dell’attesa anche quando si fa a nostro giudizio troppo lunga, sulla fiducia in noi stessi, che siamo semi e germogli e ci scordiamo di rimanere semi e di poter germogliare, in un modo o nell’altro, per tutta la vita. È un testo sull’impazienza e sullo smarrimento del giorno prima, di quel giorno dove sembra che niente accadrà più e nulla sia certo.

È un albo coccola, questo, e sappiamo bene di quante coccole abbiamo bisogno in questo mondo frenetico e distratto. Attraverso la bellezza delle illustrazioni e la delicata fermezza del messaggio questo libro parla a chi sta crescendo, a chi cambia, a chi non vorrebbe cambiare, ma è in balia degli eventi: è un libro permeato di quella bella e desueta speranza che non è resa al fato, o sterile delega a un ipotetico salvatore, ma riparazione di sè, cura di sè e creatività.

In questo albo si affronta infatti  un viaggio che è comune alle vite di molti: un percorso che va dal silenzio sospeso e apparentemente vuoto alla vita che esplode in un tripudio di bellezza.

Il viaggio della bambina-donna germoglio, protesa tra la terra e il cielo è il viaggio di ciascuna di noi, alle prese con gli eventi della vita, con i sogni sospesi, con quelli infranti, con l’amaro in bocca degli insuccessi, delle perdite e dei lutti e con quel pizzicorino creativo che ben conosciamo se solo ci mettiamo in ascolto di noi stesse, a qualunque età, ed in qualunque situazione.

La bambina-germoglio attraversa le fasi della rinascita, ci offre attraverso i colori e le parole, tutte le sfumature di un percorso di ritorno alla vita che sembra impossibile ma è naturale conseguenza della nostra profonda  e resiliente natura umana.

Attraversare le tempeste, attendere il momento opportuno, e poi fiorire, ancora.

A partire da: adatto per proiezioni e laboratori anche alla scuola materna.

Specialmente consigliato per: le persone che si sentono in balia del tempo, che non vogliono aspettare o non vogliono cambiare, che non sanno più cosa aspettarsi e sono bloccate in un tempo sospeso.

Super consigliato per: le donne che stanno attraversando il dolore dopo un aborto spontaneo o un lutto perinatale e sono travolte dalla paura del futuro.

#LeftHandersDay

Il 13 agosto è la giornata mondiale dedicata alle persone con mancinismo, noi lefthanders. 

L’etimologia di questa parola è tutta un programma, e la dice lunga sul perchè si sia resa necessaria una giornata internazionale.

Mancino deriva da manco, che vuol dire “monco, imperfetto, difettoso” ed è poi passato a intendere la mano sinistra, ritenuta quella più debole delle due. 

Il dizionario Treccani ci dice che mancino è un agg. [der. dell’agg. manco «sinistro»]. – 1. a. non com. Sinistro: mano m., anche sostantivato (v. mancina); piede m.; Sempre acquistando dal lato m. (Dante). b.Detto di persona che presenta mancinismo, e quindi usa la mano sinistra più abilmente che la destra: ha una segretaria m.; un pugileun tennistaun chitarrista m.; spesso sostantivato: un m., una m., i mancini.

Il dizionario ci dice anche che  il termine mancino si utilizza in senso figurato per descrivere un’azione sleale o insidiosa, ma compiuta con astuzia e in modo imprevedibile; o per attribuire un carattere negativo, come sinonimo di infido, disonesto.

Come tutte le caratteristiche statisticamente poco rappresentate e quindi lontane dalla “norma statistica”, anche essere mancini è stato visto con sospetto per molto tempo, almeno fino a una quarantina di anni fa: il pregiudizio era talmente radicato che si suggeriva alle madri di legare la mano sinistra dei figli mancini, così da “abituarli” ad usare l’altra mano. Questa pratica era in auge anche a scuola, dove i mancini venivano corretti, senza se e senza ma.

Nonostante i suggerimenti di uno dei miei nonni, io per fortuna non sono stata corretta, e ho potuto tranquillamente usare la mano sinistra per fare tutte le cose che so fare. Mi sono persino laureata in medicina, nonostante il mancinismo, con buona pace di tanti anziani che ho incontrato negli ambulatori ai tempi delle sostituzioni dei medici di medicina generale: 

È una dottoressA, ed è Anche mancina…

cit: anziani copiosi giunti in ambulatorio d’estate per farsi misurare la pressione

Essere mancini comporta qualche problema pratico: chi di voi ha usato le penne con inchiostro cancellabile, ha tentato di usare una stilografica, di tagliare con le forbici da destri, di imparare a fare la maglia ai ferri, sa che occorre molta pazienza e tanta fermezza per raggiungere un buon risultato.

Per questo motivo sono fioriti negli anni i negozi, anche online, riservati solo a noi mancini: quando ho trovato le istruzioni per fare la maglia per mancini e le forbici da cucito mi sono commossa (un pò meno quando ho scoperto il costo, a dirla tutta). 

In me c’è un piccolo bambino.
La sua mano sinistra solleva il velo della notte.
La sua mano destra porta un girasole, la sua torcia.
I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,
“Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso,
e il bimbo continua il suo cammino,
il suo sentiero tra le stelle.

THICH NHAT HANH

Per approfondire:

Il Post

Guida al mancinismo

I cinque modi in cui i mancini sentono e pensano diversamente 

Leggere per immagini nella prima infanzia

La lettura per immagini ha un ruolo pedagogico e formativo molto importante, soprattutto (ma non solo) nella prima infanzia: proporre un racconto per immagini dovrebbe dunque seguire dieci passi “sicuri”, che affronteremo brevemente qui di seguito.

Una premessa: la proposta di lettura, e di lettura per immagini in particolar modo è sempre carica dei “significanti” e dei significati propri del proponente e del bambino: ogni bambino risponde a questa proposta in modo personale e delle peculiarità dei singoli bambini è necessario tenere conto, in modo da interessare il più possibile ognuno di loro ed attivare in ciascuno quelle attività cognitive che si sviluppano attraverso la lettura e la narrazione.

La scelta del libro è dunque importante, come sono importanti i “modi” di presentazione e l’approccio alla narrazione dei proponenti.

Il libro “sufficientemente buono”, per parafrasare Winnicot risponderà ad alcuni requisiti:

  1. avrà figure chiare e riconoscibili, che attingono al mondo conosciuto dal bambino e possono gratificare la sua abilità nel ri-conoscere le figure presenti nel libro;
  2. il libro giusto non potrà ridursi ad un mero  elenco di cose già note. Questi libri, commercialmente diffusi in tirature molto ampie, solitamente nulla aggiungono a quanto già a disposizione del bambino. Andrebbero evitati, o quantomeno integrati con altre proposte ed alternati tra loro;
  3. sarà avvincente grazie all’uso sapiente del colore;
  4. allo svolgersi della storia che nasce dall’avvicendarsi delle immagini pagina dopo pagina;
  5. alla disposizione delle figure nella pagina;
  6. al materiale usato per fabbricarlo;
  7. al modo di proporlo: libro stampato o proiezione sul muro, ad esempio.

Questi sette elementi  favoriranno nel bambino la costruzione di immaginari personali e la personale traccia di una “storia” che poi il bambino riuscirà a ricostruire, a suo modo, mettendo in evidenza gli aspetti prediletti.

  1. il libro sarà oggetto di corsi e ricorsi: il bambino potrà recuperarlo e riguardarlo e riflettere sul libro ancora e ancora, alla ricerca del vecchio (la gratificazione di cui sopra) e del nuovo (i nuovi particolari, le chiavi di lettura possibili), ampliando le sue competenze metacognitive e imparando che intorno ad una storia letta in gruppo fioriscono decine di contributi diversi e ricchi;
  2. il libro sarà strumento per permettere a tutti i bambini, anche a quelli in condizioni socio economiche svantaggiate, di sviluppare al meglio le competenze cognitive (per le quali, ad esempio, è necessario che ci sia congruenza tra illustrazioni e testo, e che le illustrazioni siano chiare e fruibili);
  3. i piccoli lettori attraverso le illustrazioni potranno più facilmente comprendere e memorizzare la storia e poi ricostruirla autonomamente, utilizzando le immagini a disposizione, anche al di sotto dei cinque anni.

Letto per voi: Siamo nati tutti liberi

La dichiarazione universale dei diritti umani si prende cura di tutti noi, non importa chi siamo o dove viviamo. Questi diritti furono proclamati dalle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, quando il mondo gridava il suo “mai più” contro gli orrori della Seconda guerra mondiale. I governi di tutto il mondo si sono impegnati a far conoscere questi diritti alla propria gente e a fare del proprio meglio per promuoverli.

Ogni bambino e ogni adulto nel mondo ha gli stessi diritti. Siamo nati tutti liberi e uguali. I nostri diritti sono parte di ciò che ci rende umani e nessuno può portarceli via.

Amnesty International

La dichiarazione universale dei diritti umani: 30 articoli, 28 illustratori chiamati a lasciare il segno, uno per ciascun articolo, ciascuno con il suo tratto, la sua inventiva, la capacità di emozionare, di agganciare il lettore alla figura, e attraverso la figura e il suo potere evocativo, alle parole.

Le parole dei diritti umani sembrano semplici e logiche, stampate su carta e spiegate con incisive tavole a colori. 

Sappiamo che così semplici non sono, che nonostante gli accordi dei vari governi c’è ancora chi viola i diritti umani fondamentali, sappiamo che anche nel nostro paese, oggi, facciamo un po’ fatica a riconoscere i diritti umani come legittimi e inviolabili. Come universali.

Stando a ciò che leggiamo sui giornali e sui social, negli ultimi anni abbiamo lentamente perso il contatto con questa faccenda dei diritti, e passiamo il tempo a discutere tra noi adulti, su chi ha il diritto di avere i diritti e su chi invece non ne ha.

Passiamo più tempo a parlare di diritti sui social che a contribuire affinché tutti vedano riconosciuti i loro diritti. In questo mondo molto stressato, con una comunicazione globale molto stressata e una ridotta capacità/voglia di approfondire, ecco che parlare di diritti è diventato quasi un cliché come un altro.

In quanto adulti noi abbiamo però delle responsabilità: nei confronti di noi stessi e soprattutto dei bambini e ragazzi che giocoforza dovranno prendere il mondo come noi glielo stiamo preparando.  I piccoli di oggi possono prendere (apprendere) il mondo per come noi glielo raccontiamo, giorno dopo giorno, situazione dopo situazione, notizia dopo notizia.

Come raccontiamo, il mondo, ai nostri bambini? Dove è la chiave pedagogica che dovrebbe vedere uniti educatori, insegnanti genitori e familiari per offrire ai bambini un apprendimento sui temi civili e sociali adeguato alla loro età e alla storia moderna?

Se leggiamo i social, emerge un racconto contemporaneo fatto di parole, esclamazioni, aggressioni mediatiche e fisiche, a volte vere e proprie risse, totalmente imbarazzante ed allarmante. Non è necessariamente una questione di temi e di contenuti, piuttosto sono le modalità di espressione e di comunicazione a manifestare una certa ignoranza di cosa sono i diritti, quali sono e del fatto che appartengono a tutti.

Molto del successo di una storia, dipende dalle parole utilizzate per narrarla e ai fini dell’apprendimento il come si spiega un concetto conta come il cosa si sta spiegando. Nelle parole e nei gesti che si leggono oggi, non c’è traccia dei diritti umani.

Verrebbe da chiedersi dove siano finiti i 30 articoli della dichiarazione universale.

Hanno già settant’anni, troppo vecchi per contare ancora qualcosa?

Da piccola, le maestre e i professori delle scuole elementari, medie e superiori, lavoravano alacremente sui diritti. Con le fiabe, con le favole, con i sussidiari, con le pagine di giornali, con gli approfondimenti di storia, filosofia e letteratura, con il rispetto di questi 30 articoli, che comparivano sempre, prima o dopo, nelle letture e nelle antologie.

Leggere uno dopo l’altro i 30 diritti umani, in questo momento storico, ci dà la misura di quanto grande sia la nostra responsabilità: abbiamo preso in consegna i valori di chi ha vissuto le grandi guerre, e ha pagato prezzi altissimi e li abbiamo messi in cantina tra le cianfrusaglie. Parliamo esprimendo odio, egoismo, ignoranza, bullismo, razzismo, indifferenza, arroganza. Giudichiamo, distinguiamo, additiamo, senza soluzione di continuità. Leggiamo cose orribili, e nel tempo, giorno dopo giorno, le cose orribili fanno da sfondo alle nostre comunicazioni, sono lì, entrano a far parte del panorama, le integriamo, dentro di noi, anche se non vorremmo che accadesse: basta poco ad abituarsi alla barbarie, la storia ce lo insegna.

Vorrei che i bambini e i ragazzi di oggi potessero godere a pieno dei loro 30 diritti. Vorrei che per ottenere questo obiettivo, non pensassero come accade oggi, che la soluzione sia quella di togliere questi diritti a qualcun altro. Vorrei che fosse ben conosciuto e riconoscibile il valore di un diritto e che la scuola continuasse a mantenere quel ruolo educativo, pedagogico e sociale che ha. Lode agli insegnanti e alle insegnanti promotori dei diritti.

I diritti umani, che qualcuno vuole farci credere siano un fastidioso cliché, sono un’opportunità per tutti. Basta iniziare ad applicarli nella nostra vita quotidiana. Uno alla volta.

Questa è la civiltà che vorrei.

“Per educare il popolo alla pace, possiamo usare parole o possiamo parlare con le nostre vite.”

THICH NHAT HANH

Siamo nati tutti liberi

A partire da: le illustrazioni sono molto evocative, e possono essere sfogliate anche se non si è ancora in grado di leggere in autonomia.

Specialmente consigliato per: educatrici e maestre della scuola dell’infanzia e della scuola primaria che desiderino fare un bel laboratorio con i bambini.

Super consigliato per: chi legge twitter o facebook o instagram e non vuole credere che i diritti umani siano un’invenzione della pubblicità, di una qualche lobby o di qualche “buonista”.

Tutti abbiamo diritto a stare bene. Mamme, bambini e persone anziane, disoccupati o disabili hanno il diritto che qualcuno si prenda cura di loro.

Art. 25 : dedicato alle mamme di CiaoLapo, che si prendono cura delle altre madri in lutto con amore e sorellanza.

Letto per voi: Nonni con le ali

Quando i nonni volano

non si sa dove vanno

Questo non è un libro, direbbe Magritte, sfogliando le pagine di “Nonni con le ali” e quelle di “Nonne con le ali“. Intanto perchè sono due libri, cuciti insieme sottosopra.

Poi perchè, anche se sembra un libro, in realtà è una porta.

Questo libro infatti, va oltre le parole stampate.

Tra queste pagine le parole escono dalla carta, libere e lievi.

Sono prive di una punteggiatura le parole di Arianna, perchè esse stesse sono in volo.

Pronte a accompagnarci, attraverso il Volo dei nonni.

Questo libro è un Canto, un canto vero.

E no, non è un libro di canzoni. 

È Poesia, in forma di libro. Poesia che apre le porte su mondi che troppo spesso se ne stanno nascosti e inesplorati, sepolti sotto una cortina di indicibilità.

Quando capitano libri come questi, il cuore torna a casa.

Una sensazione bellissima.

Questo libro – non libro, questo libro-Poesia, libro-Porta, libro-Canto, è un libro double face. 

Ci accompagnano nel viaggio due uccelli col cappello e le ali spiegate.

I due uccelli hanno appena spiccato il volo, perdendo il cappello in aria.

Ma non sono lontani. Volano, rimanendo accanto.

Ce lo dice lo sguardo, vigile e fermo, diretto verso il lettore.

Lo sguardo ci raggiunge, durante il volo.

Nonostante il volo, vorrei poter dire.

Perchè anche se volano, i nonni mantengono lo sguardo su di noi.

Se ne vanno, ma non del tutto. Accade, quando si è dato e ricevuto molto amore, che non tutto se ne vada, con il volo.

Ed ecco, che Arianna, tavola dopo tavola, parola dopo parola tocca con il suo canto le corde profonde dell’amore e del distacco, del lutto e del ricordo. “Vado, nipote, ma rimango attraverso quanto abbiamo costruito. Rimango a sostenerti, a ricordarti, la bellezza nascosta nell’emozione della vita.

Arianna Papini, abile e raffinata artista, elegante e saggia pensatrice, tesse una poesia fatta di trame di realtà, per quella che è, intrecciate a fili di meraviglia: tra le mille, la meraviglia di scoprire il lascito prezioso del legame con i nonni amati e amorevoli. Legame che nemmeno la morte può scalfire e che la vita dovrebbe sempre poter celebrare.

Canto per i nonni volati via.

Canto per le nonne volate via.

A partire da: per tutte le età. I libri come questo dovrebbero essere a disposizione dei più piccoli ben prima che i più piccoli debbano affrontare il Volo dei nonni.

Specialmente consigliato per: i genitori che hanno qualche problema a pensare al lutto, al distacco e alla perdita, e devono poter riflettere su questo argomento in modo gentile ma onesto per essere d’aiuto, un giorno, ai loro bambini.

Super consigliato per: le maestre della scuola d’infanzia e della primaria, le famiglie che attraversano un lutto e hanno bisogno di sollievo. 

Grazie di cuore Arianna per avere pensato e creato questo libro. 

Grazie anche e sempre al tuo papà, il Prof Massimo Papini, che tanto mi ha insegnato sul rispetto dei bambini e sulla resilienza delle famiglie.

“nella magia del cielo infinito contano le stelle fino a trovare i sogni” A.Papini

Grazie ai miei nonni Marta e Claudio: da lei ho imparato l’arte di scovare il bello ad ogni costo e fare sempre del mio meglio. Da lui, ad essere scanzonata, sorniona e anche un po’ prendingiro

#InternationalCatDay

Alcuni dei miei libri a tema “Gatto”

-Ma ciò che esiste

non esiste per sempre? 

non è così?

-Sì nel cuore sì.

Vivian Lamarque – Poesie per un gatto

Oggi in tutto il mondo si celebra la festa del gatto e qui a matermundi ne approfittiamo per tirare fuori i gatto-libri dallo scaffale della libreria dedicato al mio animale preferito (negli anni ne ho raccolti dalla strada ben venti, di tutte le dimensioni e in tutte le condizioni, e attualmente ne ospito sei – otto, a seconda se portano o meno gli amici a cena).

I gatti sono compagni di vita straordinari, capaci di grandi insegnamenti: loro vivono, decidono, chiedono, pretendono, donano, spariscono, tornano, regalano colazioni a km zero lasciando porzioni premasticate sullo zerbino della porta, reggono con rispetto il tuo sguardo quando hai qualcosa non va, e stanno accanto, senza perdere un grammo della loro composta eleganza. Ti accudiscono a suon di fusa, anche quando la situazione è seria. Ti dormono addosso, senza pietà, mentre sei sul divano e vorresti leggere, ma non puoi perchè mettono la coda tra le pagine. Amano la tastiera del computer, follemente: soprattutto quando devi consegnare un lavoro e loro con una zampatina discreta chiudono il file, senza salvare, ovviamente. Fanno il collaudo di carrozzine, passeggini e lettini quando un bambino è in arrivo (a volte anche successivamente, just in case), giusto per testare la “sonnevolezza” dei materassi.  Corrono solo se ne vale la pena (e se lo desiderano), ti accompagnano a passeggio (ma senza dirtelo, e a patto che tu non lo chieda, ovviamente). Amano il sole, la neve, l’autunno e le foglie ballerine, detestano la pioggia (ma solo quando non possono ripararsi a dormire all’asciutto).

I gatti sono affascinanti, piacciono ai grandi e piacciono ai bambini. La letteratura per l’infanzia è gremita di gatti che sono dei grandi classici, dal Gatto con gli Stivali, al famoso Tom Micio di Beatrix Potter.

Gli autori per bambini amano illustrare le storie con i gatti: in molti si sono sbizzarriti per raccontare storie divertenti e allegre, come Gatto Nero, Gatta Bianca di Silvia Borando minibombo edizioni, che può essere proposto ai nostri bimbi anche da piccolissimi.

Molti bambini conoscono già l’ineffabile Simon’s Cat  protagonista di divertenti disegni animati su youtube: i fumetti di Simon’s Cat sono in grado di strappare una risata agli amanti dei gatti, ma anche a chi con i gatti ci vive, e conosce a menadito le loro feline personalità.

Se volete un angolo di poesia con le fusa,  leggete Poesie per un Gatto di Vivian Lamarque, un’opera saggia ma anche ironica e scanzonata al tempo stesso).

Se volete avvicinarvi all’essenza del gatto e alla sua profonda e magica natura, leggete anche questo testo di Kwong Kuen Shan  pittrice e scrittrice cinese  che vive da tempo nel Regno Unito.

Il suo Il Gatto e il Tao, edito in Italia per L’Ippocampo edizioni, è un lavoro raffinato e intelligente: unisce gli acquerelli dei gatti dell’autrice, ritratti in varie situazioni, a riflessioni tratte dai testi classici del pensiero cinese.

Il Gatto e il Tao Kwong Kuen Shan Ippocampo Edizioni

Nella prefazione l’autrice racconta di come è riuscita a vincere la fobia dei gatti, grazie al suo primo gatto che ha deciso di adottarla, e di come sia nato questo libro che vuole essere un ringraziamento ai gatti e ai testi che possono essere ispirazione, insegnamento e simbolo. 

Non opprimo i deboli e non temo i potenti.

Zuo Qining

Gatti e grandi saggi, insieme. Non potremmo chiedere di meglio.

Buona lettura, e buon #internationalcatday

Il mio bambino è maleducato!

“È tutta una questione di buone abitudini!”

“Dipende  tutto dall’esempio che ha in casa..”

A noi genitori, si sa, piacerebbe infinitamente avere il controllo della situazione h24 365/365 (e perchè no, generazione dopo generazione, retroattivamente, persino) in un sacco di campi che riteniamo di nostro esclusivo dominio.

Tra questi campi d’azione genitoriale spicca il campo (di battaglia) dell’ “educazione dei figli“: un campo che, ad oggi, lascia più vinti che vincitori e più vittime che eroi, qualunque schieramento si voglia prendere in considerazione.

L’educazione è storicamente IL campo di battaglia genitoriale per antonomasia, perchè, si sa, le colpe dei figli ricadono sui padri e sulle madri ogni qual volta qualcuno, in qualche parte del globo pronuncia la fatidica frase “Sei un maleducato!“.

Se si è maleducati, anche se abbiamo 24 anni per gamba, la colpa principale è e resta dei genitori, i quali,  per legittima difesa, negli anni hanno tentato di scaricare la maggior parte possibile di responsabilità sulla scuola, sul sistema scolastico, sulle maestre, nel pietoso ma nobile tentativo di sfuggire all’equazione: figlio maleducato = genitore snaturato.

Il genitore quindi, nel diventare genitore, diventa anche, simultaneamente educatore: tutto questo avviene spesso senza avere in dotazione un bagaglio sufficiente di  nozioni di pedagogia o psicologia evolutiva, ma soltanto la propria esperienza di figlio, fratello, cugino, o amico.

Può anche accadere, soprattutto nelle società con un basso livello di natalità, che si diventi genitore senza avere MAI visto un neonato prima del nostro.

Noi genitori,  a volte incoscienti, a volte impavidi e spesso pieni di ancestrale sicumera ci arruoliamo volontariamente nell’esercito dei genitori-educatori, pronti a combattere  lotte senza fine e battaglie furibonde nello sterminato campo dell’educazione dei figli.

L’arruolamento inizia già con il test di gravidanza positivo, perchè la battaglia dell’Educazione, si sappia, si combatte fin da subito, essendo una lotta impari tra noi (i genitori inesperti e colpevoli fino a prova contraria di maleducazione) e loro.

Loro chi? Chi sono gli antagonisti dei genitori, quando si parla di educazione dei figli?

Loro sono una popolazione eterogenea, composita e di difficile classificazione. Per quanti sforzi un genitore faccia, troverà sempre qualcuno di “Loro” sul suo cammino verso l’educazione dei figli.

C’è sempre qualcuno pronto a intraprendere una battaglia all’ultima teoria pedagogica, siatene certi.

Un genitore sa che il suo mestiere è irto di incertezze, ma di una cosa può essere certo: qualunque cosa accada, non resterà mai solo ad annoiarsi sul campo di battaglia dell’educazione.

Non si può educare in assenza dell’educato: ecco che a volte, i nostri principali “avversari”  nella battaglia per l’educazione, quelli che danno più filo da torcere, sono i nostri figli, che ci costringono, con la loro presenza attiva, a vestire i panni del genitore, e simultaneamente quelli dell’educatore, facendo benissimo, va detto, la loro parte di antagonisti.

Per ogni genitore-educatore, c’è un figlio che in quanto tale, per contratto generazionale, esercita la nobile arte della maieutica tirando fuori dal proprio ascendente, di volta in volta, il meglio o il peggio.

Poco distanti ci sono i nonni, che oscillano tra due posizioni opposte: quella di  genitore senior esperto in consigli non richiesti (sottotitolo: figlio mio, non puoi essere anche genitore, perchè sei ancora il MIO bambino implume, lascia qua tuo figlio, che ci penso io) e quella del genitore sadico (sottotitolo: quel che è fatto è reso) del “eri così anche tu, te lo avevo detto che facevi meglio a non avere figli, d’altra parte da un melo non può nascere un fico”.

In questo contesto si parla di genitore accerchiato: l’imboscata è tesa, i nonni e i nipoti stretti in un’alleanza d’acciaio, rinsaldata a suon di gelati, figurine e altri strappi alla regola.

Le amiche, benedette le amiche nostre alleate di educazione filiale.

Se ne avete, tenetevele strette, perchè molte “amiche” , quando si tratta di indossare l’elmetto di genitore-educatore, perdono di vista tutto il resto, anche noi, e le nostre profonde occhiaie a due piazze.

Arrivano alla culla, le amiche del tempo che fu, con i loro petti  costellati di medaglie al valore, e le loro storie idilliache di sonni, allattamenti, svezzamenti, spannolinamenti, inserimenti, recite, poesie, premi letterari/artistici per il bambino più intelligente della contea, e pronunciano la frase: “Cava, se il TUO Luca Ebasta è come il mio PierNiccolGiorgio, non ti accorgerai neanche di averlo. (sorriso cortese di incoraggiamento)  Certo, molto dipende dal saper imporre le regole: PNG non avevo neanche espulso la placenta che già dormiva beato con la aupair nell’altra ala della clinica”.

Giusto per chiarire la questione: tra tuo figlio e Pierniccolgiorgio ci sono ben undici gradi di separazione, elevati al cubo.

Sul campo di battaglia dell’educazione imperversano anche gli ologrammi, tutti intorno a te, a portata di algoritmo: sono i blog, i giornali per genitori, i libri degli “esperti” in genitorialità, pieni di foto di mamme e papà armoniosi e sorridenti, che trovano sempre una soluzione montessoriana alle nefandezze dei loro figlioli, facendoci sentire dei genitori condannati all’esilio per incapacità cronica.

Dopo i blogs, ecco, in ordine sparso e casuale,  il nutrito esercito dei contro-educatori: quelli che la sanno più lunga, più facile, più giusta più bella di quella che sai tu, che te ne stai arrampicata sulle birkenstock tacco 12 millimetri e le ginocchia malferme, con il tuo fucilino a tappo, e le tasche zeppe di comet’hofattotidisfo.

Da lontano, i controeducatori, quelli che ce l’hanno con noi, genitori alle prime armi, con figli artisti della maieutica e quindi spesso urlanti e oppositivi, sembrano massimi esperti in allevamento della specie umana: hanno gli occhiali tondi e la bocca con l’angolino piegato in modo sprezzante, o hanno il camice, o scrivono libri di regole che non sembrano regole perchè le regole non vanno più di moda, o hanno allevato sei figli senza nemmeno un tablet o un videoregistratore con le vhs della disney, o fanno talmente tanta pubblicità sui loro servizi di consulenza per genitori da insinuarti il dubbio che tu debba per forza avere bisogno del loro “esperto” parere in allevamento della prole.

Poi li vedi da vicino, i controeducatori e scopri delle cose interessanti: sono tutti figli di qualcuno, e hanno combattuto la stessa battaglia che tu stai combattendo a ruoli invertiti, da figli; spesso sono anche genitori, e si sono trovati, prima di te, a solcare lo stesso campo di battaglia, ma non si ricordano più come ci si sente, o non vogliono ricordarselo, perchè preferiscono pensare di non avere mai avuto bisogno del tuo stesso fucilino a tappo e di non avere MAI pensato comet’hofattotidisfo; più spesso, ahimè, sono lì  di passaggio, non sanno nulla di genitorialità, di educazione, di allevamento della prole, perchè non hanno mai allevato nemmeno un pesce rosso, ma devono comunque dire la loro.

Ecco che allora, noi genitori con l’elmetto da educatore che combatte per non essere condannato a colpevole di maleducazione,  dovremmo riflettere su un paio di punti chiave:

  1. il rapporto genitori – figli può essere un’occasione di benessere e di apprendimento senza pari, e non nasce per essere percepito, vissuto o gestito come una lotta: per ciò che si sente dire in giro, si legge o si sperimenta al parco giochi, possiamo facilmente intuire come questa preziosa relazione possa trasformarsi, o essere trasformata per pressioni esterne, in lotta;
  2. il genitore è per forza anche educatore, se sceglie di crescere i suoi figli, ma le regole dei processi educativi non sono innate, non dipendono dalla buona volontà di genitori e figli e non dipendono nemmeno da una presunta “bravura” a fare il genitore: ricordiamoci che i bisogni dei bambini sono correlati con la loro evoluzione e il loro sviluppo, è naturale che cambino, si modifichino e a volte è naturale che occorra molto tempo per trovare una “quadra” in uno step evolutivo, senza che questo significhi che i genitori non sanno educare o che i bambini sono “cattivi”.
  3. il bambino nasce con alcune sue peculiari caratteristiche, indipendenti dall’educazione ricevuta  o dalla bravura dei genitori e spesso legate al temperamento, a come è fatta la mappa del suo cervello, soprattutto di quello emotivo e relazionale, e a qualche ramo dei nostri alberi genealogici (sì, anche quello della biscugina che soffriva di sonnambulismo e anche quello della suocera bugiarda); se siamo in grado di metterci in ascolto del nostro bambino e di noi stessi senza farci prendere dal senso di impotenza/fallimento/colpa, il percorso educativo sarà sicuramente più soddisfacente e ricco di successi.
  4. i genitori dovrebbero scegliersi validi alleati (il famoso villaggio per crescere un bambino è a forma di villaggio, non di trincea): prima di tutto i nostri primi alleati sono i nostri stessi figli, esperti di maieutica e in grado di tirare fuori da noi qualunque cosa. Sono i nostri massimi  ammiratori, (anche quando sembra di no) e si fidano di noi: investiamo il nostro tempo per scambiarci fiducia e cura, e non per dare il voto alla nostra bravura o efficacia; chiediamo sostegno e scambiamo esperienza con tutti coloro che riescono a tirare fuori il meglio di noi, senza farci sentire inadeguati, sbagliati, perdenti (anche se è scappato uno sculaccione o abbiamo urlato al supermercato, tra gli sguardi inorriditi dei controeducatori): se focalizzo il problema, e lo condivido, sarà più facile, la volta successiva, adottare soluzioni educative diverse da quella che abbiamo usato senza successo. La vergogna e il senso di inadeguatezza non ci insegnano a relazionarci coi nostri figli, figuriamoci  ad educarli.
  5. Se ponete un vostro quesito educativo e relazionale a una persona e quella persona utilizza il vostro problema per farvi la predica, brontolare, farvi notare le vostre mancanze, preconizzare la vostra disfatta, vendervi libri, manuali, corsi per diventare bravi genitori, ricordarvi che facevate schifo anche come figli o fratelli, beh, queste NON sono le persone giuste per lavorare con voi sull’educazione dei vostri bambini.

 

 

Letto per voi: Leo e Lia

C’era una volta un bimbo che si chiamava Leo e aveva quattro anni. Era anche buono: non sempre, ma quasi sempre.

Leo e Lia è il primo libro di Laura Orvieto, scrittrice per l’infanzia tra le più note del novecento per quello che è un grande classico della letteratura per l’infanzia, Storie della Storia del mondo.

In Leo e Lia, l’autrice ci offre uno spaccato di vita quotidiana di una famiglia fiorentina dei primi del novecento: i brevi capitoli affrontano ciascuno un tema o un’esperienza dell’infanzia in chiave pedagogica, sotto lo sguardo, benevolo ma fermo degli adulti di famiglia.

L’insieme è piacevole e l’atmosfera ha in tutto e per tutto il sapore dell’infanzia, delle regole scrupolosamente insegnate e pazientemente apprese, del desiderio dei bambini di essere contemporaneamente autonomi e restare tuttavia interdipendenti dai genitori e dalle figure di riferimento.

Per essere un libro del 1909, Leo e Lia manifesta un’onestà pedagogica e un rispetto per l’infanzia molto all’avanguardia: in particolare i capitoli inerenti il ciclo della vita, la religione, e il rispetto dell’altro sono affrontati con una delicatezza saggia ed adulta: i bambini ricevono risposte coerenti alle loro domande,  e, soprattutto, sanno di poter fare affidamento sui genitori, in una relazione basata contemporaneamente sulla reciprocità e sulla netta distinzione dei ruoli.

La mamma, il papà, la nonna, la tata inglese rappresentano un mondo adulto che “funziona” in modo coerente e congruo rispetto alle regole che faticosamente impartisce ai due bambini.

Dal canto loro, Leo e Lia, due caratteri diversi come spesso accade tra fratelli, i loro cugini ed amici rappresentano un’infanzia alle prese con l’educazione, talvolta aspra, talvolta ricca di ricompense: tra queste, non possiamo non annoverare il dono oggi assai raro di poter vivere l’infanzia per ciò che è e rappresenta, una parte importante della vita, ben definita, pienamente rispettata e in quanto tale, estremamente rassicurante.

Leo e Lia sono bambini a cui vengono fatte richieste per bambini: si chiede loro di rispettare le regole della famiglia (pulirsi le scarpe prima di uscire, finire il pranzo, non alzare le mani per ottenere un gioco o per avere ragione) si offre loro un “luogo sicuro” da frequentare al bisogno, sponda per riflessioni, domande e risposte, quando le risposte ci sono.

In Leo e Lia succede qualcosa di molto importante, che torna anche in altri classici per l’infanzia e in numerosi albi illustrati moderni: si lascia ai bambini del tempo libero da tutto il resto: del tempo vuoto, da riempire attraverso il proprio mondo interno e la propria creatività, o da lasciare, semplicemente, vuoto. 

Essere bambini è anche questo: poter disporre di uno spicchio di tempo libero da costrizioni forzature e obblighi: poter apprendere, finchè si è in tempo, il privilegio di godere del tempo, avendone rispetto, senza tiranneggiarlo con la smania di divertirsi a tutti i costi, o fare qualcosa a tutti i costi.

Si può non fare, e il mondo non casca: Leo e Lia ce lo mostrano, con la semplicità di chi si sente contenuto, e per questo impara a gestire l’angoscia e l’horror vacui.

Il mondo degli adulti e quello dei bambini, in questo libro, sono in continuità, e mai sovrapposti, fusi o confusi: ognuno ha il suo spazio, ciascuno beneficia della presenza dell’altro senza esserne invaso.

Questo libro è pervaso da una rassicurante serenità: i ruoli sono chiari, i bambini possono fare i bambini e riflettere sulle loro azioni con adulti che non si stancano di essere guide autorevoli, e riescono ad assumersi le loro responsabilità, in caso di errore (si legga a questo proposito il capitolo Leo castiga la mamma).

Nel 1909, Leo e Lia potevano viversi il tempo dell’infanzia ed imparare a diventare adulti con un ritmo pedagogico adeguato al loro sviluppo, confortati dalla presenza di adulti care-giver, dediti con fiducia e pazienza al loro ruolo. Questo ritmo cadenzato e armonioso sembra oggi molto lontano dalla nostra realtà fatta di confini liquidi, relazioni simbiotiche e ruoli invertiti. Ecco che leggere Leo e Lia, potrebbe aiutarci a riprendere un ritmo più umano e gratificante per fare i genitori, e per dare ai nostri figli il tempo appropriato per crescere e imparare.

A partire da: 4 anni (letto da un adulto) o 6 anni (letto da soli)

Specialmente consigliato per: tutti i neo-genitori ma anche per i genitori bis un pò sfiduciati.

Leo e Lia, Laura Orvieto, Giunti Junior edizioni, 2011

Storia dell’illustrazione

“L’illustratore dialoga, non gli basta esprimersi” Bossaglia

 

La storia dell’illustrazione è relativamente recente: inizia a metà dell’ottocento, con l’introduzione delle illustrazioni nei periodici, a scopo didascalico, “dichiarativo”. Nata per accompagnare il testo scritto rendendolo più “chiaro”, nel tempo la funzione didascalica/decorativa ha lasciato il posto alla funzione “illustrativa” più pura: gli illustratori infatti “commentano” con il disegno il testo scritto, traducendo un significante in un altro significante, interpretando ciò che è scritto e riscrivendolo in qualcosa d’altro.  Le figure assolvono da tempo questa funzione “trasformativa” del testo: basti pensare ai vecchi figurinai e alle loro stampe, su cui fiorivano illustrazioni che attingevano alle vecchie tradizioni popolari e le ridefinivano, arricchendole di immagini e di immaginari, prima destinate al popolo, e poi direttamente ai bambini. La nascita dell’illustrazione per l’infanzia passa dunque dal popolo, come quella delle fiabe, e subisce numerosi cambiamenti storici, prima con l’avvento del cartoon e poi con l’esplosione dell’editoria per ragazzi, non sempre attenta all’utilizzo dell’illustrazione in chiave “trasformativa” del testo che all’illustrazione si accompagna (illuminanti a questo proposito le parole di Munari sulle ridondanze).

Eppure, quando si parla di infanzia, dovremmo considerare la notevole importanza delle illustrazioni per lo sviluppo cognitivo del bambino. Lumbelli parla di “primato dell’illustrazione”: fino ai sei anni di età la lettura del libro di immagini costituisce non solo un “ponte” per la futura lettura della parola scritta e della sua comprensione, ma anche notevole stimolo a integrare la sequenza di immagini e poi di parole ricavandone una “storia”. Apprendere i due linguaggi e integrarli richiede al bambino un notevole sforzo, per il quale è necessario che l’adulto di riferimento (genitore, educatore, insegnante) sia attento a proporre i testi lasciando al bambino il tempo e il modo per svolgere questo “compito” mantenendo viva la capacità metacognitiva di riflettere su quanto sta accadendo tra le pagine e di “personalizzare” la storia, facendola un po’ propria.

Il bambino, attraverso l’illustrazione accede dunque a un mondo che arricchisce quello che ha ascoltato o letto da solo, che suggerisce altri mondi ed altri scenari, altre ipotesi o intuizioni, favorendo lo sviluppo del pensiero critico e una modalità di lettura della realtà non stereotipata e rigida, ma flessibile e creativa.