Il mio bambino è maleducato!

“È tutta una questione di buone abitudini!”

“Dipende  tutto dall’esempio che ha in casa..”

A noi genitori, si sa, piacerebbe infinitamente avere il controllo della situazione h24 365/365 (e perchè no, generazione dopo generazione, retroattivamente, persino) in un sacco di campi che riteniamo di nostro esclusivo dominio.

Tra questi campi d’azione genitoriale spicca il campo (di battaglia) dell’ “educazione dei figli“: un campo che, ad oggi, lascia più vinti che vincitori e più vittime che eroi, qualunque schieramento si voglia prendere in considerazione.

L’educazione è storicamente IL campo di battaglia genitoriale per antonomasia, perchè, si sa, le colpe dei figli ricadono sui padri e sulle madri ogni qual volta qualcuno, in qualche parte del globo pronuncia la fatidica frase “Sei un maleducato!“.

Se si è maleducati, anche se abbiamo 24 anni per gamba, la colpa principale è e resta dei genitori, i quali,  per legittima difesa, negli anni hanno tentato di scaricare la maggior parte possibile di responsabilità sulla scuola, sul sistema scolastico, sulle maestre, nel pietoso ma nobile tentativo di sfuggire all’equazione: figlio maleducato = genitore snaturato.

Il genitore quindi, nel diventare genitore, diventa anche, simultaneamente educatore: tutto questo avviene spesso senza avere in dotazione un bagaglio sufficiente di  nozioni di pedagogia o psicologia evolutiva, ma soltanto la propria esperienza di figlio, fratello, cugino, o amico.

Può anche accadere, soprattutto nelle società con un basso livello di natalità, che si diventi genitore senza avere MAI visto un neonato prima del nostro.

Noi genitori,  a volte incoscienti, a volte impavidi e spesso pieni di ancestrale sicumera ci arruoliamo volontariamente nell’esercito dei genitori-educatori, pronti a combattere  lotte senza fine e battaglie furibonde nello sterminato campo dell’educazione dei figli.

L’arruolamento inizia già con il test di gravidanza positivo, perchè la battaglia dell’Educazione, si sappia, si combatte fin da subito, essendo una lotta impari tra noi (i genitori inesperti e colpevoli fino a prova contraria di maleducazione) e loro.

Loro chi? Chi sono gli antagonisti dei genitori, quando si parla di educazione dei figli?

Loro sono una popolazione eterogenea, composita e di difficile classificazione. Per quanti sforzi un genitore faccia, troverà sempre qualcuno di “Loro” sul suo cammino verso l’educazione dei figli.

C’è sempre qualcuno pronto a intraprendere una battaglia all’ultima teoria pedagogica, siatene certi.

Un genitore sa che il suo mestiere è irto di incertezze, ma di una cosa può essere certo: qualunque cosa accada, non resterà mai solo ad annoiarsi sul campo di battaglia dell’educazione.

Non si può educare in assenza dell’educato: ecco che a volte, i nostri principali “avversari”  nella battaglia per l’educazione, quelli che danno più filo da torcere, sono i nostri figli, che ci costringono, con la loro presenza attiva, a vestire i panni del genitore, e simultaneamente quelli dell’educatore, facendo benissimo, va detto, la loro parte di antagonisti.

Per ogni genitore-educatore, c’è un figlio che in quanto tale, per contratto generazionale, esercita la nobile arte della maieutica tirando fuori dal proprio ascendente, di volta in volta, il meglio o il peggio.

Poco distanti ci sono i nonni, che oscillano tra due posizioni opposte: quella di  genitore senior esperto in consigli non richiesti (sottotitolo: figlio mio, non puoi essere anche genitore, perchè sei ancora il MIO bambino implume, lascia qua tuo figlio, che ci penso io) e quella del genitore sadico (sottotitolo: quel che è fatto è reso) del “eri così anche tu, te lo avevo detto che facevi meglio a non avere figli, d’altra parte da un melo non può nascere un fico”.

In questo contesto si parla di genitore accerchiato: l’imboscata è tesa, i nonni e i nipoti stretti in un’alleanza d’acciaio, rinsaldata a suon di gelati, figurine e altri strappi alla regola.

Le amiche, benedette le amiche nostre alleate di educazione filiale.

Se ne avete, tenetevele strette, perchè molte “amiche” , quando si tratta di indossare l’elmetto di genitore-educatore, perdono di vista tutto il resto, anche noi, e le nostre profonde occhiaie a due piazze.

Arrivano alla culla, le amiche del tempo che fu, con i loro petti  costellati di medaglie al valore, e le loro storie idilliache di sonni, allattamenti, svezzamenti, spannolinamenti, inserimenti, recite, poesie, premi letterari/artistici per il bambino più intelligente della contea, e pronunciano la frase: “Cava, se il TUO Luca Ebasta è come il mio PierNiccolGiorgio, non ti accorgerai neanche di averlo. (sorriso cortese di incoraggiamento)  Certo, molto dipende dal saper imporre le regole: PNG non avevo neanche espulso la placenta che già dormiva beato con la aupair nell’altra ala della clinica”.

Giusto per chiarire la questione: tra tuo figlio e Pierniccolgiorgio ci sono ben undici gradi di separazione, elevati al cubo.

Sul campo di battaglia dell’educazione imperversano anche gli ologrammi, tutti intorno a te, a portata di algoritmo: sono i blog, i giornali per genitori, i libri degli “esperti” in genitorialità, pieni di foto di mamme e papà armoniosi e sorridenti, che trovano sempre una soluzione montessoriana alle nefandezze dei loro figlioli, facendoci sentire dei genitori condannati all’esilio per incapacità cronica.

Dopo i blogs, ecco, in ordine sparso e casuale,  il nutrito esercito dei contro-educatori: quelli che la sanno più lunga, più facile, più giusta più bella di quella che sai tu, che te ne stai arrampicata sulle birkenstock tacco 12 millimetri e le ginocchia malferme, con il tuo fucilino a tappo, e le tasche zeppe di comet’hofattotidisfo.

Da lontano, i controeducatori, quelli che ce l’hanno con noi, genitori alle prime armi, con figli artisti della maieutica e quindi spesso urlanti e oppositivi, sembrano massimi esperti in allevamento della specie umana: hanno gli occhiali tondi e la bocca con l’angolino piegato in modo sprezzante, o hanno il camice, o scrivono libri di regole che non sembrano regole perchè le regole non vanno più di moda, o hanno allevato sei figli senza nemmeno un tablet o un videoregistratore con le vhs della disney, o fanno talmente tanta pubblicità sui loro servizi di consulenza per genitori da insinuarti il dubbio che tu debba per forza avere bisogno del loro “esperto” parere in allevamento della prole.

Poi li vedi da vicino, i controeducatori e scopri delle cose interessanti: sono tutti figli di qualcuno, e hanno combattuto la stessa battaglia che tu stai combattendo a ruoli invertiti, da figli; spesso sono anche genitori, e si sono trovati, prima di te, a solcare lo stesso campo di battaglia, ma non si ricordano più come ci si sente, o non vogliono ricordarselo, perchè preferiscono pensare di non avere mai avuto bisogno del tuo stesso fucilino a tappo e di non avere MAI pensato comet’hofattotidisfo; più spesso, ahimè, sono lì  di passaggio, non sanno nulla di genitorialità, di educazione, di allevamento della prole, perchè non hanno mai allevato nemmeno un pesce rosso, ma devono comunque dire la loro.

Ecco che allora, noi genitori con l’elmetto da educatore che combatte per non essere condannato a colpevole di maleducazione,  dovremmo riflettere su un paio di punti chiave:

  1. il rapporto genitori – figli può essere un’occasione di benessere e di apprendimento senza pari, e non nasce per essere percepito, vissuto o gestito come una lotta: per ciò che si sente dire in giro, si legge o si sperimenta al parco giochi, possiamo facilmente intuire come questa preziosa relazione possa trasformarsi, o essere trasformata per pressioni esterne, in lotta;
  2. il genitore è per forza anche educatore, se sceglie di crescere i suoi figli, ma le regole dei processi educativi non sono innate, non dipendono dalla buona volontà di genitori e figli e non dipendono nemmeno da una presunta “bravura” a fare il genitore: ricordiamoci che i bisogni dei bambini sono correlati con la loro evoluzione e il loro sviluppo, è naturale che cambino, si modifichino e a volte è naturale che occorra molto tempo per trovare una “quadra” in uno step evolutivo, senza che questo significhi che i genitori non sanno educare o che i bambini sono “cattivi”.
  3. il bambino nasce con alcune sue peculiari caratteristiche, indipendenti dall’educazione ricevuta  o dalla bravura dei genitori e spesso legate al temperamento, a come è fatta la mappa del suo cervello, soprattutto di quello emotivo e relazionale, e a qualche ramo dei nostri alberi genealogici (sì, anche quello della biscugina che soffriva di sonnambulismo e anche quello della suocera bugiarda); se siamo in grado di metterci in ascolto del nostro bambino e di noi stessi senza farci prendere dal senso di impotenza/fallimento/colpa, il percorso educativo sarà sicuramente più soddisfacente e ricco di successi.
  4. i genitori dovrebbero scegliersi validi alleati (il famoso villaggio per crescere un bambino è a forma di villaggio, non di trincea): prima di tutto i nostri primi alleati sono i nostri stessi figli, esperti di maieutica e in grado di tirare fuori da noi qualunque cosa. Sono i nostri massimi  ammiratori, (anche quando sembra di no) e si fidano di noi: investiamo il nostro tempo per scambiarci fiducia e cura, e non per dare il voto alla nostra bravura o efficacia; chiediamo sostegno e scambiamo esperienza con tutti coloro che riescono a tirare fuori il meglio di noi, senza farci sentire inadeguati, sbagliati, perdenti (anche se è scappato uno sculaccione o abbiamo urlato al supermercato, tra gli sguardi inorriditi dei controeducatori): se focalizzo il problema, e lo condivido, sarà più facile, la volta successiva, adottare soluzioni educative diverse da quella che abbiamo usato senza successo. La vergogna e il senso di inadeguatezza non ci insegnano a relazionarci coi nostri figli, figuriamoci  ad educarli.
  5. Se ponete un vostro quesito educativo e relazionale a una persona e quella persona utilizza il vostro problema per farvi la predica, brontolare, farvi notare le vostre mancanze, preconizzare la vostra disfatta, vendervi libri, manuali, corsi per diventare bravi genitori, ricordarvi che facevate schifo anche come figli o fratelli, beh, queste NON sono le persone giuste per lavorare con voi sull’educazione dei vostri bambini.

 

 

Letto per voi: Leo e Lia

C’era una volta un bimbo che si chiamava Leo e aveva quattro anni. Era anche buono: non sempre, ma quasi sempre.

Leo e Lia è il primo libro di Laura Orvieto, scrittrice per l’infanzia tra le più note del novecento per quello che è un grande classico della letteratura per l’infanzia, Storie della Storia del mondo.

In Leo e Lia, l’autrice ci offre uno spaccato di vita quotidiana di una famiglia fiorentina dei primi del novecento: i brevi capitoli affrontano ciascuno un tema o un’esperienza dell’infanzia in chiave pedagogica, sotto lo sguardo, benevolo ma fermo degli adulti di famiglia.

L’insieme è piacevole e l’atmosfera ha in tutto e per tutto il sapore dell’infanzia, delle regole scrupolosamente insegnate e pazientemente apprese, del desiderio dei bambini di essere contemporaneamente autonomi e restare tuttavia interdipendenti dai genitori e dalle figure di riferimento.

Per essere un libro del 1909, Leo e Lia manifesta un’onestà pedagogica e un rispetto per l’infanzia molto all’avanguardia: in particolare i capitoli inerenti il ciclo della vita, la religione, e il rispetto dell’altro sono affrontati con una delicatezza saggia ed adulta: i bambini ricevono risposte coerenti alle loro domande,  e, soprattutto, sanno di poter fare affidamento sui genitori, in una relazione basata contemporaneamente sulla reciprocità e sulla netta distinzione dei ruoli.

La mamma, il papà, la nonna, la tata inglese rappresentano un mondo adulto che “funziona” in modo coerente e congruo rispetto alle regole che faticosamente impartisce ai due bambini.

Dal canto loro, Leo e Lia, due caratteri diversi come spesso accade tra fratelli, i loro cugini ed amici rappresentano un’infanzia alle prese con l’educazione, talvolta aspra, talvolta ricca di ricompense: tra queste, non possiamo non annoverare il dono oggi assai raro di poter vivere l’infanzia per ciò che è e rappresenta, una parte importante della vita, ben definita, pienamente rispettata e in quanto tale, estremamente rassicurante.

Leo e Lia sono bambini a cui vengono fatte richieste per bambini: si chiede loro di rispettare le regole della famiglia (pulirsi le scarpe prima di uscire, finire il pranzo, non alzare le mani per ottenere un gioco o per avere ragione) si offre loro un “luogo sicuro” da frequentare al bisogno, sponda per riflessioni, domande e risposte, quando le risposte ci sono.

In Leo e Lia succede qualcosa di molto importante, che torna anche in altri classici per l’infanzia e in numerosi albi illustrati moderni: si lascia ai bambini del tempo libero da tutto il resto: del tempo vuoto, da riempire attraverso il proprio mondo interno e la propria creatività, o da lasciare, semplicemente, vuoto. 

Essere bambini è anche questo: poter disporre di uno spicchio di tempo libero da costrizioni forzature e obblighi: poter apprendere, finchè si è in tempo, il privilegio di godere del tempo, avendone rispetto, senza tiranneggiarlo con la smania di divertirsi a tutti i costi, o fare qualcosa a tutti i costi.

Si può non fare, e il mondo non casca: Leo e Lia ce lo mostrano, con la semplicità di chi si sente contenuto, e per questo impara a gestire l’angoscia e l’horror vacui.

Il mondo degli adulti e quello dei bambini, in questo libro, sono in continuità, e mai sovrapposti, fusi o confusi: ognuno ha il suo spazio, ciascuno beneficia della presenza dell’altro senza esserne invaso.

Questo libro è pervaso da una rassicurante serenità: i ruoli sono chiari, i bambini possono fare i bambini e riflettere sulle loro azioni con adulti che non si stancano di essere guide autorevoli, e riescono ad assumersi le loro responsabilità, in caso di errore (si legga a questo proposito il capitolo Leo castiga la mamma).

Nel 1909, Leo e Lia potevano viversi il tempo dell’infanzia ed imparare a diventare adulti con un ritmo pedagogico adeguato al loro sviluppo, confortati dalla presenza di adulti care-giver, dediti con fiducia e pazienza al loro ruolo. Questo ritmo cadenzato e armonioso sembra oggi molto lontano dalla nostra realtà fatta di confini liquidi, relazioni simbiotiche e ruoli invertiti. Ecco che leggere Leo e Lia, potrebbe aiutarci a riprendere un ritmo più umano e gratificante per fare i genitori, e per dare ai nostri figli il tempo appropriato per crescere e imparare.

A partire da: 4 anni (letto da un adulto) o 6 anni (letto da soli)

Specialmente consigliato per: tutti i neo-genitori ma anche per i genitori bis un pò sfiduciati.

Leo e Lia, Laura Orvieto, Giunti Junior edizioni, 2011

Storia dell’illustrazione

“L’illustratore dialoga, non gli basta esprimersi” Bossaglia

 

La storia dell’illustrazione è relativamente recente: inizia a metà dell’ottocento, con l’introduzione delle illustrazioni nei periodici, a scopo didascalico, “dichiarativo”. Nata per accompagnare il testo scritto rendendolo più “chiaro”, nel tempo la funzione didascalica/decorativa ha lasciato il posto alla funzione “illustrativa” più pura: gli illustratori infatti “commentano” con il disegno il testo scritto, traducendo un significante in un altro significante, interpretando ciò che è scritto e riscrivendolo in qualcosa d’altro.  Le figure assolvono da tempo questa funzione “trasformativa” del testo: basti pensare ai vecchi figurinai e alle loro stampe, su cui fiorivano illustrazioni che attingevano alle vecchie tradizioni popolari e le ridefinivano, arricchendole di immagini e di immaginari, prima destinate al popolo, e poi direttamente ai bambini. La nascita dell’illustrazione per l’infanzia passa dunque dal popolo, come quella delle fiabe, e subisce numerosi cambiamenti storici, prima con l’avvento del cartoon e poi con l’esplosione dell’editoria per ragazzi, non sempre attenta all’utilizzo dell’illustrazione in chiave “trasformativa” del testo che all’illustrazione si accompagna (illuminanti a questo proposito le parole di Munari sulle ridondanze).

Eppure, quando si parla di infanzia, dovremmo considerare la notevole importanza delle illustrazioni per lo sviluppo cognitivo del bambino. Lumbelli parla di “primato dell’illustrazione”: fino ai sei anni di età la lettura del libro di immagini costituisce non solo un “ponte” per la futura lettura della parola scritta e della sua comprensione, ma anche notevole stimolo a integrare la sequenza di immagini e poi di parole ricavandone una “storia”. Apprendere i due linguaggi e integrarli richiede al bambino un notevole sforzo, per il quale è necessario che l’adulto di riferimento (genitore, educatore, insegnante) sia attento a proporre i testi lasciando al bambino il tempo e il modo per svolgere questo “compito” mantenendo viva la capacità metacognitiva di riflettere su quanto sta accadendo tra le pagine e di “personalizzare” la storia, facendola un po’ propria.

Il bambino, attraverso l’illustrazione accede dunque a un mondo che arricchisce quello che ha ascoltato o letto da solo, che suggerisce altri mondi ed altri scenari, altre ipotesi o intuizioni, favorendo lo sviluppo del pensiero critico e una modalità di lettura della realtà non stereotipata e rigida, ma flessibile e creativa.

 

Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Letto per voi: The Heart and the Bottle

Oliver Jeffers è tra i miei autori contemporanei preferiti. Jeffers disegna, scrive, compone storie ricche di messaggi e metamessaggi, in un registro di letture sovrapposte estremamente fruibile a tutte le età. I suoi libri si prestano per essere letti fin dalla pancia, per essere letti ai lattanti e per accompagnare i nostri bambini nel percorso di scoperta del libro e lettura autonoma.

Le storie di Jeffers esplorano il mondo da angoli originali e spesso bizzarri (avete letto l’epopea dei pastelli a cera? date un’occhiata!), con alcuni rovesciamenti di prospettiva che risultano estremamente divertenti ed affascinanti per tutta la fascia zero sei .

Gli adulti che incontrano Jeffers per la prima volta, potrebbero trovarlo “troppo semplice” e “da bambini”:  i tratti apparentemente poco strutturati, le ombre scarabocchiate, i disegni che sembrano, sono, come schizzi.

Eppure non a caso si dice “less is more“: oltre l’apparente semplicità delle illustrazioni e del linguaggio si palesano messaggi profondi e ben strutturati.

Questo è il caso del piccolo gioiello che vi propongo oggi; “The Heart and the Bottle”. Disponibile in lingua inglese e mai pubblicato in italiano, lo potete trovare qui .

In questo libro Jeffers affronta un tema che l’editoria per l’infanzia, fatto salvo poche, lodevoli eccezioni, ha ingiustamente lasciato ai margini.

Il tema al centro di questo libro è la perdita, e più che la perdita, le sue ripercussioni sulla vita della protagonista, che vediamo crescere, pagina dopo pagina e vivere, illustrazione dopo illustrazione con il cuore in bottiglia.

Ecco che Jeffers disegna, senza nominarlo, il lutto: il lutto che ci chiude dentro, perchè a chi affronta una perdita viene naturale pensare che chiudersi dentro, vivere dietro al vetro, sia più sicuro.

Se non amo, non soffro.

Il genio di Jeffers sta proprio nella sintesi e nel potere evocativo del suo testo. Un testo che parla a tutti in 32 pagine e una manciata di frasi, permettendo riflessioni universali.

Il cuore in bottiglia.

Appeso al collo, ma scrupolosamente separato dalla testa.

Questa è la soluzione provvisoria, di molte persone che affrontano un lutto.

Arriva, dovrebbe sempre arrivare, un momento in cui si può, si vuole, di nuovo, sentire.

Sentire la vita.

Ed ecco che Jeffers-il genio, con la sua ironia poetica, ci spiega come ri-succede, ancora una volta.

Ci racconta il passaggio da lutto a ri-nascita.

Ci racconta di come si debba ri-imparare a vivere. E quanto tutta questa operazione sia resa possibile da un aiuto esterno. Da un nuovo incontro.

Non basta voler elaborare il lutto (a pagina 26 una rappresentazione dolceamara di quanto la volontà di stare meglio, per quanto necessaria, non sia condizione sufficiente a stare meglio davvero).

E chi ha fatto questo percorso, non può che sorridere, arrivando a pagina 29.

Indicato per: tutti

A partire da: -9 mesi (leggete, commuovetevi, ridete e meravigliatevi, fin dai primi mesi di gestazione, affinchè al vostro pupo arrivi tutta la palette pantone delle emozioni umane)

Specialmente consigliato per: gli adulti che stanno affrontando una perdita, i genitori che desiderano iniziare a parlare in modo delicato e sincero del lutto ai loro figli, per le insegnanti di scuola materna e per le prime classi della primaria (io lo propongo come laboratorio in Inglese).

Super consigliato per: le madri colpite da lutto perinatale che si sentono perennemente a pagina 25.

Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

Kintsugi

L’arte del Kintsugi e il lutto perinatale

Riflessioni sulla perdita, la trasformazione e la rinascita

Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

Kintsugi è un termine giapponese difficilmente traducibile in Italiano, perchè espressione di un concetto poco 

familiare per la nostra cultura.

Kintsugi è un termine composto da due parole:  “oro” e “riunire”.

Si utilizza il termine kintsugi quando vogliamo descrivere la disciplina artistica del ricomporre oggetti di ceramica dopo che si sono rotti, per restituire loro una nuova, più preziosa “vita”.

Il concetto di kintsugi nasconde un significato simbolico molto profondo, ed adatto per riflessioni più ampie sull’uomo, la vita, le avversità e la resilienza.

Nel kintsugi infatti non basta “ricomporre” gli oggetti rotti per farli “funzionare” di nuovo. Tutte le riparazioni sono effettuate con materiale pregiato (oro o argento) e hanno due nobili obiettivi: l’obiettivo di restituire l’oggetto alla sua funzione primaria (quella di tazza, di vaso, di vassoio) unito al nobile obiettivo di rivelare, e non “nascondere” o negare, i punti di rottura.

Con questa tecnica le imperfezioni non vengono mascherate, nascoste o minimizzate, ma valorizzate, per quanto possibile come parte integrante del soggetto.

Le cicatrici nel kintsugi non si nascondono, ma si curano e si coccolano.

Le cicatrici si amano, potremmo dire.

Il kintsugi dunque rende “belle” le cicatrici degli oggetti di uso comune. Cicatrici talmente profonde, se pensiamo ad una tazza rotta o ai cocci di un piatto, da rendere “inutilizzabile” l’oggetto.

Inservibile.

Da buttare.

Sgradevole alla vista.

Prima del processo del kintsugi, prima di “riunire con l’oro”, ciò che è rotto resta rotto: espropriato della sua funzione e della sua identità (un vaso rotto non è un vaso, era un vaso, adesso che si è rotto, è solo un insieme di cocci, pallido ricordo di ciò che è stato).

Prima del kintsugi non ci sono cicatrici, non ci sono funzioni residue, non ci sono “bellezze” da esprimere. C’è solo un mucchietto di cocci informi.

Con il kintsugi, lavoro paziente che richiede delicatezza, competenza, dedizione, i frammenti ricongiunti riportano l’oggetto alla sua funzione, effettiva o simbolica, e avvalorano con l’oro l’avvenuta trasformazione, senza negare l’accaduto e senza negare l’identità nucleare del soggetto.  Nel kintsugi, le cicatrici post-traumatiche, al momento giusto, diventano parte integrante del soggetto.

Ero un vaso prezioso – sono stato rotto – sono stato ricongiunto – sono stato impreziosito – sono un vaso prezioso.

Kintsugi valorizza ciò che potrebbe essere visto come “qualcosa da buttare”.

Kintsugi riabilita con nobiltà e amore il concetto di cicatrice, come “parte” del sé che può essere vista. Che può essere narrata.

La cicatrice è riconosciuta come parte “degna” del soggetto andato in frantumi e poi ricomposto.

Ciascuno di noi, nella vita, colleziona un numero imprecisato di “cicatrici”, nel corpo o nella mente – anima. 

Il lutto stesso, secondo Racamier, è una ferita, che va pulita e aperta con cura affinché possa esitare in una cicatrice  sana.

Per trasformare le ferite in cicatrici, e per avere delle “belle” cicatrici, è importante prestare molta cura alle ferite. È importante avere rispetto delle proprie ferite e avere la pazienza di prendersi cura giorno dopo giorno delle cicatrici.

Quando la ferita si chiude, resta comunque la cicatrice, a simboleggiare l’avvenuto trauma.

Le cicatrici ci parlano di qualcosa che viene da lontano, di qualcosa che è avvenuto, un trauma, un danno, che nel tempo, con pazienza e cura, è stato “riparato”.

La cicatrice rimane come simbolo di un percorso, a volte semplice e lineare a volte tortuoso e irto di ostacoli (soprattutto nelle ferite della psiche).

Nella nostra cultura, le cicatrici si associano spesso ad emozioni appartenenti all’area della vergogna, dell’imbarazzo o della colpa. Mostrare agli altri le proprie cicatrici, del corpo o dell’anima, è un atto non scontato. Guardare le proprie cicatrici,  allo stesso modo, richiede una grande quantità di lavoro, di accettazione, di forza. Oppure, come ci suggerisce il kintsugi, richiede un deciso cambio di prospettiva. Richiede la fermezza di accogliere la cicatrice come parte di sé. E valorizzarla.

Quando abbiamo indetto il nostro quinto concorso “Le Parole dell’Amore 2017”, abbiamo chiesto ai partecipanti di affrontare un tema difficile e poco esplorato: abbiamo chiesto di parlare del percorso che dal lutto perinatale porta le famiglie a intraprendere una nuova gravidanza. Volevamo ascoltare linguaggi, espressioni, narrazioni intorno a questo tema: volevamo dare voce ad un’esperienza psichica e fisica vissuta ogni anno da migliaia di donne nel nostro paese, nell’indifferenza generale.

Il mito del “nuovo bambino” che “nascerà sano”, “dopo tutto ciò che avete passato” è spesso tutto ciò che la nostra società ha da dire sulle gravidanze successive a un lutto perinatale.

Gravidanze, vale la pena di ricordare, che avvengono nel corpo rotto delle madri in lutto.

Il corpo non è davvero rotto (spesso, anzi, è un corpo sano, privo della minima traccia di patologia), ovviamente.

Ma le donne spesso, si percepiscono come “rotte”. Incapaci di portare avanti una gravidanza, incapaci di garantire la sopravvivenza del bambino che stanno gestando. Se lo dicono, allo specchio. Se lo dicono, nei gruppi di ascolto.

Ce lo diciamo, a denti stretti, in un sussurro.

Che a nessuno piace pensarsi “difettato”.

Le gravidanze successive iniziano spesso in questo clima di ferite, cicatrici ancora fresche, vergogna per corpi ritenuti rotti e per culle vuote: sono percorsi estremi, in balia di desiderio e terrore. 

Le gravidanze successive sono speranza e disperazione all’unisono.

Sono scommesse contro il destino, la natura, Dio e chi altro si trovi dall’altra parte del tavolo: la posta in gioco, per le coppie, è molto alta.

La posta in gioco è infatti la vita di un bambino che (si spera) nascerà.

Per affrontare nove mesi in questo stato d’animo, in balia di speranza, disperazione, mancanza e al tempo stesso amore per tutti i propri figli, è indispensabile ricevere sostegno.

Affiancare le madri, i loro bellissimi corpi (anche quando vissuti come rotti, sono belli lo stesso), i loro sogni e le loro paure; affiancare i padri, il loro “tenere duro”, il loro impotente e al tempo stesso smisurato desiderio di proteggere i loro figli e le loro compagne da non si sa bene cosa, purché stavolta vada tutto bene: questo è l’obiettivo che la nostra società distratta e giudicate dovrebbe assumere.

Questo è lo scopo del kintsugi.

L’ultima notte

sembrava non finire-

eppure è giorno!

Vincenzo Farina

Restituire valore.

Mettere insieme i pezzi, ricongiungerli con l’oro.

Creare spazi e narrazioni per ogni bambino.

Creare resilienza per i corpi delle madri, per le coppie travolte dal lutto, per i figli che verranno.

 

Questo articolo è estratto dall’antologia letteraria “Kintsugi” pubblicata  da Officina Grafica Editoriale per CiaoLapo Onlus nell’ambito del Concorso Letterario .

L’antologia è bella e buona: il ricavato delle vendite sostiene le attività di CiaoLapo!

Dieta e fertilità

Alcuni alimenti possono influenzare la nostra fertilità: ecco quali

Articolo a cura del Prof Alfredo Vannacci Neurofarba, Università di Firenze

Soia

La soia è una eccellente fonte di proteine vegetali e può essere considerata in linea generale uno dei migliori “sostituti” vegetali della carne, nelle varie forme in cui si trova in commercio: fagioli di soia, “latte” di soia, tofu, miso, tempeh, fino ai prodotti pronti a base di derivati della soia.

Questo legume è però anche fonte di fitoestrogeni (genisteina e daidveina in particolari, i cosiddetti “isoflavoni”) che possono giocare un ruolo duplice in termini di fertilità. Se da un lato una alimentazione ricca di derivati della soia può avere effetti positivi sulla regolarizzazione del ciclo femminile e sulla fertilità, l’uso abbondante di alimenti contenenti genisteina è da sconsigliare nei giorni immediatamente precedenti e successivi all’ovulazione perché tale sostanza può interferire con la corretta motilità e capacitazione degli spermatozoi.

Messaggio da ricordare:

Sì agli alimenti a base di soia come fonte di proteine vegetali, ma evitare il loro uso intensivo nei giorni dell’ovulazione.

I crostacei

Il pesce ed i crostacei sono una buona fonte di proteine animali, essendo contemporaneamente poveri di grassi saturi e di colesterolo. In una alimentazione non vegetariana, la maggioranza delle proteine animali dovrebbe provenire dal pesce, il cui consumo non dovrebbe essere inferiore ad una volta a settimana (questo ovviamente non escludendo le fonti vegetali di proteine). Il pesce è anche un’ottima fonte di acidi grassi polinsaturi il cui ruolo nel sostenere la fertilità e nel favorire lo sviluppo intrauterino specialmente del sistema nervoso è ampiamente riconosciuto. I migliori alimenti in questo senso sono il tonno, i gamberetti, i crostacei ed il salmone, pesce che ha la caratteristica di possedere grandi quantità di tessuto grasso, ma ricco di acidi grassi benefici (l’unica fonte alternativa di origine vegetale ai grassi polinsaturi omega-3 del pesce sono i semi di lino).
Nella assunzione regolare di pesce è opportuno fare attenzione al suo potenziale inquinamento con mercurio. Per tale ragione sarà necessario assumere pesce della cui origine e adeguatezza alimentare siamo ragionevolmente sicuri.

Messaggio da ricordare:

Assumere pesce e crostacei almeno una volta a settimana. Se si segue una dieta vegetariana, assumere olio di lino o semi di lino in abbondante quantità.

Vitamine, minerali e oligoelementi

In primo luogo una cosa importante da sottolineare è che i livelli raccomandati di assunzione di vitamine, minerali, oligoelementi e altri nutrienti devono essere preferibilmente raggiunti attraverso una dieta varia e ricca di frutta e verdura freschi e di stagione, ricorrendo alla integrazione e alla supplementazione soltanto quando strettamente necessario. Ciò vale anche per il concepimento, la gravidanza e l’allattamento, condizioni nelle quali si consiglia sì l’utilizzo di specifici integratori, ma senza che questi debbano essere considerati come sostituti di una dieta varia e integrata.

Le vitamine a cui si fa in genere maggiormente riferimento parlando di fertilità sono quelle del gruppo B, in particolare l’acido folico; 400mcg al giorno di acido folico sono infatti consigliati per la prevenzione dei difetti del tubo neurale, sia durante la gravidanza sia nei mesi del concepimento. Oltre all’effetto benefico sullo sviluppo fetale, l’acido folico sembra anche essere in grado di sostenere la fertilità, dal momento che sono da tempo noti casi reversibili di infertilità in donne con bassi livelli di questa vitamina, risolti con la sua supplementazione [Dawson et al, Br J Obst Gynecol, 1982]. Dato che anche altre vitamine del gruppo B come la vitamina B6 (piridossina) e la vitamina B12 hanno mostrato qualche effetto sulla fertilità [Sanfilippo et al, Int J Fertil, 1991; Hargrove et al, Infertility, 1979], così come la vitamina C ha mostrato un effetto positivo sia sull’ovulazione che sulla produzione endogena di progesterone [Igarashi, Int J Fertil, 1977; Henmi et al, Fertil Steril, 2003], appare ragionevole consigliare durante il periodo del concepimento l’assunzione di un integratore multivitaminico che contenga tutte queste vitamine, insieme a minerali ed oligoelementi. Tra questi, il selenio, il rame ed il ferro sembrano essere i più importanti in termini riproduttivi.
L’approccio basato sull’utilizzo di una integrazione multipla di vitamine, minerali e oligoelementi a basse dosi, deve essere preferibile rispetto all’uso di dosi massicce di singoli elementi. Tale integrazione si è infatti dimostrata in grado di aumentare la fertilità sia nelle donne che negli uomini in studi clinici controllati e randomizzati, migliorando anche i risultati delle tecniche di fecondazione assistita [Czeizel et al, Int J Vitamin Nutr Res, 1996; Tremellen et al, Aust N Z J Obstet Gynecol, 2007].

Messaggio da ricordare:

Nella fase del concepimento è buona norma associare ad una alimentazione ricca di frutta e verdura di stagione un integratore multivitaminico con oligoelementi e minerali, acidi grassi polinsaturi e inositolo, che contenga almeno 400 mcg di acido folico.

 

Per ulteriori dettagli ed approfondimenti si consiglia di rivolgersi a un medico, un dietista o un nutrizionista esperti in alimentazione e fertilità, i quali saranno in grado di definire il programma alimentare più adeguato alla vostra condizione individuale.

 

Letture consigliate

  • Kim Han et al. “Fertility Facts, Hunreds of tips for getting pegnant”, Chronicle Books, San Francisco, USA 2008
  • Alan R. Gaby. “Nutritional Medicine”, Fritz Perlberg Publishing Concord, NH USA, 2011
  • Paul Pitchford. “Healing with whole foods. Asian Traditions and Modern Nutrition”, North Atlantic Books, USA, 2002

 

Sulla letteratura per l’infanzia

La letteratura per l’infanzia è “oggetto misterioso e cangiante” di svariate riflessioni e ricerche, data la sua intrinseca difficoltà ad essere definita in modo univoco e unitario. Nata alla fine del seicento con La Fontaine e Perrault, si sviluppa tra settecento e ottocento per poi raggiungere i giorni nostri e le sue attuali (e molteplici) forme di espressione. Nel corso del tempo la letteratura per l’infanzia ha subito numerosi cambiamenti, a partire dai suoi “scopi”, che si sono modificati adattandosi al divenire dei contesti storici e culturali: si è passati da una letteratura precettistica, con una componente pedagogica fortemente direttiva, ad una letteratura finalmente centrata sull’infanzia, nel suo più profondo significato e nella sua più intima e universale natura. Lo “spartiacque” tra questi due mondi è riconosciuto in Pinocchio, la prima opera nella quale il bambino è rappresentato in quanto tale, al culmine delle sue infinite declinazioni e possibilità, ribellione inclusa.

La letteratura per l’infanzia è importante “specchio” del suo tempo, e specchio dei cambiamenti tra le diverse epoche storiche e le diverse generazioni: può essere definita letteratura “per” solo quando ha al centro il bambino, “lector in fabula” e “il suo discorso” (Pitzorno), quando arriva al bambino e ai suoi mondi con i linguaggi, le espressioni e i temi dei bambini. Negli anni molte proposte editoriali “per bambini”, che per bambini non erano, sono state rigettate dai bambini stessi, alla ricerca di storie curiose, di storie senza tempo, di immaginari e di possibili immedesimazioni. A Rodari e alle sue opere si deve il prezioso contributo di stimolare nei bambini il dialogo, l’osservazione, il confronto: il pensiero divergente, nato con Collodi, si struttura negli anni sessanta e si diffonde finalmente anche grazie a numerosi autori ed editori. Adulti curiosi ed osservatori, che sperimentano “le parole per dirlo” con e per i bambini: attraverso il libro diviene possibile toccare tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli edulcorati da altri media o ritenuti estranei al mondo dell’infanzia, “indicibili”, come la morte, la malattia, la violenza, la sessualità. Il libro per l’infanzia diviene dunque prezioso medium non solo per apprendere, ma anche per comprendere e comprendersi, con uno sguardo introspettivo estremamente prezioso per il bambino e il ragazzo, che viene invitato a fare un’esperienza multisensoriale ed esistenziale profonda intrinseca all’atto stesso del leggere.  Tale esperienza è un’esperienza che ritengo senza tempo e senza età: la letteratura per l’infanzia riguarda infatti anche i bambini piccoli e piccolissimi, in primis attraverso le loro famiglie: l’incontro con il libro e con “la storia” (anche quando è quasi senza parole, o “tutta di immagini”, o squisitamente semplice) diviene luogo privilegiato di comunicazione tra adulto e bambino, spazio nel quale è possibile perlustrare, soffermarsi, ascoltare ed esplorare, pagina dopo pagina.