Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Letto per voi: The Heart and the Bottle

Oliver Jeffers è tra i miei autori contemporanei preferiti. Jeffers disegna, scrive, compone storie ricche di messaggi e metamessaggi, in un registro di letture sovrapposte estremamente fruibile a tutte le età. I suoi libri si prestano per essere letti fin dalla pancia, per essere letti ai lattanti e per accompagnare i nostri bambini nel percorso di scoperta del libro e lettura autonoma.

Le storie di Jeffers esplorano il mondo da angoli originali e spesso bizzarri (avete letto l’epopea dei pastelli a cera? date un’occhiata!), con alcuni rovesciamenti di prospettiva che risultano estremamente divertenti ed affascinanti per tutta la fascia zero sei .

Gli adulti che incontrano Jeffers per la prima volta, potrebbero trovarlo “troppo semplice” e “da bambini”:  i tratti apparentemente poco strutturati, le ombre scarabocchiate, i disegni che sembrano, sono, come schizzi.

Eppure non a caso si dice “less is more“: oltre l’apparente semplicità delle illustrazioni e del linguaggio si palesano messaggi profondi e ben strutturati.

Questo è il caso del piccolo gioiello che vi propongo oggi; “The Heart and the Bottle”. Disponibile in lingua inglese e mai pubblicato in italiano, lo potete trovare qui .

In questo libro Jeffers affronta un tema che l’editoria per l’infanzia, fatto salvo poche, lodevoli eccezioni, ha ingiustamente lasciato ai margini.

Il tema al centro di questo libro è la perdita, e più che la perdita, le sue ripercussioni sulla vita della protagonista, che vediamo crescere, pagina dopo pagina e vivere, illustrazione dopo illustrazione con il cuore in bottiglia.

Ecco che Jeffers disegna, senza nominarlo, il lutto: il lutto che ci chiude dentro, perchè a chi affronta una perdita viene naturale pensare che chiudersi dentro, vivere dietro al vetro, sia più sicuro.

Se non amo, non soffro.

Il genio di Jeffers sta proprio nella sintesi e nel potere evocativo del suo testo. Un testo che parla a tutti in 32 pagine e una manciata di frasi, permettendo riflessioni universali.

Il cuore in bottiglia.

Appeso al collo, ma scrupolosamente separato dalla testa.

Questa è la soluzione provvisoria, di molte persone che affrontano un lutto.

Arriva, dovrebbe sempre arrivare, un momento in cui si può, si vuole, di nuovo, sentire.

Sentire la vita.

Ed ecco che Jeffers-il genio, con la sua ironia poetica, ci spiega come ri-succede, ancora una volta.

Ci racconta il passaggio da lutto a ri-nascita.

Ci racconta di come si debba ri-imparare a vivere. E quanto tutta questa operazione sia resa possibile da un aiuto esterno. Da un nuovo incontro.

Non basta voler elaborare il lutto (a pagina 26 una rappresentazione dolceamara di quanto la volontà di stare meglio, per quanto necessaria, non sia condizione sufficiente a stare meglio davvero).

E chi ha fatto questo percorso, non può che sorridere, arrivando a pagina 29.

Indicato per: tutti

A partire da: -9 mesi (leggete, commuovetevi, ridete e meravigliatevi, fin dai primi mesi di gestazione, affinchè al vostro pupo arrivi tutta la palette pantone delle emozioni umane)

Specialmente consigliato per: gli adulti che stanno affrontando una perdita, i genitori che desiderano iniziare a parlare in modo delicato e sincero del lutto ai loro figli, per le insegnanti di scuola materna e per le prime classi della primaria (io lo propongo come laboratorio in Inglese).

Super consigliato per: le madri colpite da lutto perinatale che si sentono perennemente a pagina 25.

Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

Kintsugi

L’arte del Kintsugi e il lutto perinatale

Riflessioni sulla perdita, la trasformazione e la rinascita

Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

Kintsugi è un termine giapponese difficilmente traducibile in Italiano, perchè espressione di un concetto poco 

familiare per la nostra cultura.

Kintsugi è un termine composto da due parole:  “oro” e “riunire”.

Si utilizza il termine kintsugi quando vogliamo descrivere la disciplina artistica del ricomporre oggetti di ceramica dopo che si sono rotti, per restituire loro una nuova, più preziosa “vita”.

Il concetto di kintsugi nasconde un significato simbolico molto profondo, ed adatto per riflessioni più ampie sull’uomo, la vita, le avversità e la resilienza.

Nel kintsugi infatti non basta “ricomporre” gli oggetti rotti per farli “funzionare” di nuovo. Tutte le riparazioni sono effettuate con materiale pregiato (oro o argento) e hanno due nobili obiettivi: l’obiettivo di restituire l’oggetto alla sua funzione primaria (quella di tazza, di vaso, di vassoio) unito al nobile obiettivo di rivelare, e non “nascondere” o negare, i punti di rottura.

Con questa tecnica le imperfezioni non vengono mascherate, nascoste o minimizzate, ma valorizzate, per quanto possibile come parte integrante del soggetto.

Le cicatrici nel kintsugi non si nascondono, ma si curano e si coccolano.

Le cicatrici si amano, potremmo dire.

Il kintsugi dunque rende “belle” le cicatrici degli oggetti di uso comune. Cicatrici talmente profonde, se pensiamo ad una tazza rotta o ai cocci di un piatto, da rendere “inutilizzabile” l’oggetto.

Inservibile.

Da buttare.

Sgradevole alla vista.

Prima del processo del kintsugi, prima di “riunire con l’oro”, ciò che è rotto resta rotto: espropriato della sua funzione e della sua identità (un vaso rotto non è un vaso, era un vaso, adesso che si è rotto, è solo un insieme di cocci, pallido ricordo di ciò che è stato).

Prima del kintsugi non ci sono cicatrici, non ci sono funzioni residue, non ci sono “bellezze” da esprimere. C’è solo un mucchietto di cocci informi.

Con il kintsugi, lavoro paziente che richiede delicatezza, competenza, dedizione, i frammenti ricongiunti riportano l’oggetto alla sua funzione, effettiva o simbolica, e avvalorano con l’oro l’avvenuta trasformazione, senza negare l’accaduto e senza negare l’identità nucleare del soggetto.  Nel kintsugi, le cicatrici post-traumatiche, al momento giusto, diventano parte integrante del soggetto.

Ero un vaso prezioso – sono stato rotto – sono stato ricongiunto – sono stato impreziosito – sono un vaso prezioso.

Kintsugi valorizza ciò che potrebbe essere visto come “qualcosa da buttare”.

Kintsugi riabilita con nobiltà e amore il concetto di cicatrice, come “parte” del sé che può essere vista. Che può essere narrata.

La cicatrice è riconosciuta come parte “degna” del soggetto andato in frantumi e poi ricomposto.

Ciascuno di noi, nella vita, colleziona un numero imprecisato di “cicatrici”, nel corpo o nella mente – anima. 

Il lutto stesso, secondo Racamier, è una ferita, che va pulita e aperta con cura affinché possa esitare in una cicatrice  sana.

Per trasformare le ferite in cicatrici, e per avere delle “belle” cicatrici, è importante prestare molta cura alle ferite. È importante avere rispetto delle proprie ferite e avere la pazienza di prendersi cura giorno dopo giorno delle cicatrici.

Quando la ferita si chiude, resta comunque la cicatrice, a simboleggiare l’avvenuto trauma.

Le cicatrici ci parlano di qualcosa che viene da lontano, di qualcosa che è avvenuto, un trauma, un danno, che nel tempo, con pazienza e cura, è stato “riparato”.

La cicatrice rimane come simbolo di un percorso, a volte semplice e lineare a volte tortuoso e irto di ostacoli (soprattutto nelle ferite della psiche).

Nella nostra cultura, le cicatrici si associano spesso ad emozioni appartenenti all’area della vergogna, dell’imbarazzo o della colpa. Mostrare agli altri le proprie cicatrici, del corpo o dell’anima, è un atto non scontato. Guardare le proprie cicatrici,  allo stesso modo, richiede una grande quantità di lavoro, di accettazione, di forza. Oppure, come ci suggerisce il kintsugi, richiede un deciso cambio di prospettiva. Richiede la fermezza di accogliere la cicatrice come parte di sé. E valorizzarla.

Quando abbiamo indetto il nostro quinto concorso “Le Parole dell’Amore 2017”, abbiamo chiesto ai partecipanti di affrontare un tema difficile e poco esplorato: abbiamo chiesto di parlare del percorso che dal lutto perinatale porta le famiglie a intraprendere una nuova gravidanza. Volevamo ascoltare linguaggi, espressioni, narrazioni intorno a questo tema: volevamo dare voce ad un’esperienza psichica e fisica vissuta ogni anno da migliaia di donne nel nostro paese, nell’indifferenza generale.

Il mito del “nuovo bambino” che “nascerà sano”, “dopo tutto ciò che avete passato” è spesso tutto ciò che la nostra società ha da dire sulle gravidanze successive a un lutto perinatale.

Gravidanze, vale la pena di ricordare, che avvengono nel corpo rotto delle madri in lutto.

Il corpo non è davvero rotto (spesso, anzi, è un corpo sano, privo della minima traccia di patologia), ovviamente.

Ma le donne spesso, si percepiscono come “rotte”. Incapaci di portare avanti una gravidanza, incapaci di garantire la sopravvivenza del bambino che stanno gestando. Se lo dicono, allo specchio. Se lo dicono, nei gruppi di ascolto.

Ce lo diciamo, a denti stretti, in un sussurro.

Che a nessuno piace pensarsi “difettato”.

Le gravidanze successive iniziano spesso in questo clima di ferite, cicatrici ancora fresche, vergogna per corpi ritenuti rotti e per culle vuote: sono percorsi estremi, in balia di desiderio e terrore. 

Le gravidanze successive sono speranza e disperazione all’unisono.

Sono scommesse contro il destino, la natura, Dio e chi altro si trovi dall’altra parte del tavolo: la posta in gioco, per le coppie, è molto alta.

La posta in gioco è infatti la vita di un bambino che (si spera) nascerà.

Per affrontare nove mesi in questo stato d’animo, in balia di speranza, disperazione, mancanza e al tempo stesso amore per tutti i propri figli, è indispensabile ricevere sostegno.

Affiancare le madri, i loro bellissimi corpi (anche quando vissuti come rotti, sono belli lo stesso), i loro sogni e le loro paure; affiancare i padri, il loro “tenere duro”, il loro impotente e al tempo stesso smisurato desiderio di proteggere i loro figli e le loro compagne da non si sa bene cosa, purché stavolta vada tutto bene: questo è l’obiettivo che la nostra società distratta e giudicate dovrebbe assumere.

Questo è lo scopo del kintsugi.

L’ultima notte

sembrava non finire-

eppure è giorno!

Vincenzo Farina

Restituire valore.

Mettere insieme i pezzi, ricongiungerli con l’oro.

Creare spazi e narrazioni per ogni bambino.

Creare resilienza per i corpi delle madri, per le coppie travolte dal lutto, per i figli che verranno.

 

Questo articolo è estratto dall’antologia letteraria “Kintsugi” pubblicata  da Officina Grafica Editoriale per CiaoLapo Onlus nell’ambito del Concorso Letterario .

L’antologia è bella e buona: il ricavato delle vendite sostiene le attività di CiaoLapo!

Dieta e fertilità

Alcuni alimenti possono influenzare la nostra fertilità: ecco quali

Articolo a cura del Prof Alfredo Vannacci Neurofarba, Università di Firenze

Soia

La soia è una eccellente fonte di proteine vegetali e può essere considerata in linea generale uno dei migliori “sostituti” vegetali della carne, nelle varie forme in cui si trova in commercio: fagioli di soia, “latte” di soia, tofu, miso, tempeh, fino ai prodotti pronti a base di derivati della soia.

Questo legume è però anche fonte di fitoestrogeni (genisteina e daidveina in particolari, i cosiddetti “isoflavoni”) che possono giocare un ruolo duplice in termini di fertilità. Se da un lato una alimentazione ricca di derivati della soia può avere effetti positivi sulla regolarizzazione del ciclo femminile e sulla fertilità, l’uso abbondante di alimenti contenenti genisteina è da sconsigliare nei giorni immediatamente precedenti e successivi all’ovulazione perché tale sostanza può interferire con la corretta motilità e capacitazione degli spermatozoi.

Messaggio da ricordare:

Sì agli alimenti a base di soia come fonte di proteine vegetali, ma evitare il loro uso intensivo nei giorni dell’ovulazione.

I crostacei

Il pesce ed i crostacei sono una buona fonte di proteine animali, essendo contemporaneamente poveri di grassi saturi e di colesterolo. In una alimentazione non vegetariana, la maggioranza delle proteine animali dovrebbe provenire dal pesce, il cui consumo non dovrebbe essere inferiore ad una volta a settimana (questo ovviamente non escludendo le fonti vegetali di proteine). Il pesce è anche un’ottima fonte di acidi grassi polinsaturi il cui ruolo nel sostenere la fertilità e nel favorire lo sviluppo intrauterino specialmente del sistema nervoso è ampiamente riconosciuto. I migliori alimenti in questo senso sono il tonno, i gamberetti, i crostacei ed il salmone, pesce che ha la caratteristica di possedere grandi quantità di tessuto grasso, ma ricco di acidi grassi benefici (l’unica fonte alternativa di origine vegetale ai grassi polinsaturi omega-3 del pesce sono i semi di lino).
Nella assunzione regolare di pesce è opportuno fare attenzione al suo potenziale inquinamento con mercurio. Per tale ragione sarà necessario assumere pesce della cui origine e adeguatezza alimentare siamo ragionevolmente sicuri.

Messaggio da ricordare:

Assumere pesce e crostacei almeno una volta a settimana. Se si segue una dieta vegetariana, assumere olio di lino o semi di lino in abbondante quantità.

Vitamine, minerali e oligoelementi

In primo luogo una cosa importante da sottolineare è che i livelli raccomandati di assunzione di vitamine, minerali, oligoelementi e altri nutrienti devono essere preferibilmente raggiunti attraverso una dieta varia e ricca di frutta e verdura freschi e di stagione, ricorrendo alla integrazione e alla supplementazione soltanto quando strettamente necessario. Ciò vale anche per il concepimento, la gravidanza e l’allattamento, condizioni nelle quali si consiglia sì l’utilizzo di specifici integratori, ma senza che questi debbano essere considerati come sostituti di una dieta varia e integrata.

Le vitamine a cui si fa in genere maggiormente riferimento parlando di fertilità sono quelle del gruppo B, in particolare l’acido folico; 400mcg al giorno di acido folico sono infatti consigliati per la prevenzione dei difetti del tubo neurale, sia durante la gravidanza sia nei mesi del concepimento. Oltre all’effetto benefico sullo sviluppo fetale, l’acido folico sembra anche essere in grado di sostenere la fertilità, dal momento che sono da tempo noti casi reversibili di infertilità in donne con bassi livelli di questa vitamina, risolti con la sua supplementazione [Dawson et al, Br J Obst Gynecol, 1982]. Dato che anche altre vitamine del gruppo B come la vitamina B6 (piridossina) e la vitamina B12 hanno mostrato qualche effetto sulla fertilità [Sanfilippo et al, Int J Fertil, 1991; Hargrove et al, Infertility, 1979], così come la vitamina C ha mostrato un effetto positivo sia sull’ovulazione che sulla produzione endogena di progesterone [Igarashi, Int J Fertil, 1977; Henmi et al, Fertil Steril, 2003], appare ragionevole consigliare durante il periodo del concepimento l’assunzione di un integratore multivitaminico che contenga tutte queste vitamine, insieme a minerali ed oligoelementi. Tra questi, il selenio, il rame ed il ferro sembrano essere i più importanti in termini riproduttivi.
L’approccio basato sull’utilizzo di una integrazione multipla di vitamine, minerali e oligoelementi a basse dosi, deve essere preferibile rispetto all’uso di dosi massicce di singoli elementi. Tale integrazione si è infatti dimostrata in grado di aumentare la fertilità sia nelle donne che negli uomini in studi clinici controllati e randomizzati, migliorando anche i risultati delle tecniche di fecondazione assistita [Czeizel et al, Int J Vitamin Nutr Res, 1996; Tremellen et al, Aust N Z J Obstet Gynecol, 2007].

Messaggio da ricordare:

Nella fase del concepimento è buona norma associare ad una alimentazione ricca di frutta e verdura di stagione un integratore multivitaminico con oligoelementi e minerali, acidi grassi polinsaturi e inositolo, che contenga almeno 400 mcg di acido folico.

 

Per ulteriori dettagli ed approfondimenti si consiglia di rivolgersi a un medico, un dietista o un nutrizionista esperti in alimentazione e fertilità, i quali saranno in grado di definire il programma alimentare più adeguato alla vostra condizione individuale.

 

Letture consigliate

  • Kim Han et al. “Fertility Facts, Hunreds of tips for getting pegnant”, Chronicle Books, San Francisco, USA 2008
  • Alan R. Gaby. “Nutritional Medicine”, Fritz Perlberg Publishing Concord, NH USA, 2011
  • Paul Pitchford. “Healing with whole foods. Asian Traditions and Modern Nutrition”, North Atlantic Books, USA, 2002

 

Sulla letteratura per l’infanzia

La letteratura per l’infanzia è “oggetto misterioso e cangiante” di svariate riflessioni e ricerche, data la sua intrinseca difficoltà ad essere definita in modo univoco e unitario. Nata alla fine del seicento con La Fontaine e Perrault, si sviluppa tra settecento e ottocento per poi raggiungere i giorni nostri e le sue attuali (e molteplici) forme di espressione. Nel corso del tempo la letteratura per l’infanzia ha subito numerosi cambiamenti, a partire dai suoi “scopi”, che si sono modificati adattandosi al divenire dei contesti storici e culturali: si è passati da una letteratura precettistica, con una componente pedagogica fortemente direttiva, ad una letteratura finalmente centrata sull’infanzia, nel suo più profondo significato e nella sua più intima e universale natura. Lo “spartiacque” tra questi due mondi è riconosciuto in Pinocchio, la prima opera nella quale il bambino è rappresentato in quanto tale, al culmine delle sue infinite declinazioni e possibilità, ribellione inclusa.

La letteratura per l’infanzia è importante “specchio” del suo tempo, e specchio dei cambiamenti tra le diverse epoche storiche e le diverse generazioni: può essere definita letteratura “per” solo quando ha al centro il bambino, “lector in fabula” e “il suo discorso” (Pitzorno), quando arriva al bambino e ai suoi mondi con i linguaggi, le espressioni e i temi dei bambini. Negli anni molte proposte editoriali “per bambini”, che per bambini non erano, sono state rigettate dai bambini stessi, alla ricerca di storie curiose, di storie senza tempo, di immaginari e di possibili immedesimazioni. A Rodari e alle sue opere si deve il prezioso contributo di stimolare nei bambini il dialogo, l’osservazione, il confronto: il pensiero divergente, nato con Collodi, si struttura negli anni sessanta e si diffonde finalmente anche grazie a numerosi autori ed editori. Adulti curiosi ed osservatori, che sperimentano “le parole per dirlo” con e per i bambini: attraverso il libro diviene possibile toccare tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli edulcorati da altri media o ritenuti estranei al mondo dell’infanzia, “indicibili”, come la morte, la malattia, la violenza, la sessualità. Il libro per l’infanzia diviene dunque prezioso medium non solo per apprendere, ma anche per comprendere e comprendersi, con uno sguardo introspettivo estremamente prezioso per il bambino e il ragazzo, che viene invitato a fare un’esperienza multisensoriale ed esistenziale profonda intrinseca all’atto stesso del leggere.  Tale esperienza è un’esperienza che ritengo senza tempo e senza età: la letteratura per l’infanzia riguarda infatti anche i bambini piccoli e piccolissimi, in primis attraverso le loro famiglie: l’incontro con il libro e con “la storia” (anche quando è quasi senza parole, o “tutta di immagini”, o squisitamente semplice) diviene luogo privilegiato di comunicazione tra adulto e bambino, spazio nel quale è possibile perlustrare, soffermarsi, ascoltare ed esplorare, pagina dopo pagina.

Fare l’amore in gravidanza e nel post parto

a cura di Dianora Torrini, ostetrica

Fin dai primissimi momenti di gravidanza nella donna avvengono una serie di cambiamenti fisici e psicologici, di cui è bene tenere conto per poter affrontare con serenità e consapevolezza il rapporto di coppia, sia durante la gravidanza che il dopo parto. Non è infatti necessario rinunciare alla propria relazione di coppia, la quale, anche nel momento dell’attesa, può essere ricca e soddisfacente per entrambi i partner.

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L’aborto del primo trimestre

a cura di Dianora Torrini, ostetrica e Claudia Ravaldi, psichiatra psicoterapeuta

L’aborto spontaneo del primo trimestre, avviene durante le prime 12 settimane di gestazione, è un evento piuttosto frequente che si manifesta essenzialmente attraverso perdite ematiche e in alcuni casi dolori tipo mestruali di intensità variabile, dovuti alla contrazione del muscolo uterino.

La comparsa di perdite ematiche è un momento piuttosto difficile per la coppia perché si rende conto che qualcosa può non andare bene, che la gravidanza potrebbe essere a rischio e che potrebbe anche interrompersi. Inoltre, nonostante l’aborto spontaneo del primo trimestre sia un evento piuttosto frequente del quale si sente spesso parlare è comunque un evento inaspettato che può causare stress, ansia e sensazione di impotenza.

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Travaglio e parto…l’ossitocina

L’ossitocina viene definito come l?ormone dell?amore poichè governa gli aspetti del comportamento riproduttivo dell?uomo e della donna. È la principale sostanza prodotta dal corpo femminile che controlla il decorso del travaglio poichè stimola le contrazioni uterine.

L’utero delle donne si contrae anche fuori gravidanza, ad esempio durante l?ovulazione, durante un rapporto sessuale quando si verifica un picco di ossitocina associato all?orgasmo, oppure durante le mestruazioni. Inoltre la produzione di ossitocina induce comportamenti legati alla sfera dell’accudimento, garantisce il trasporto degli spermatozoi durante il rapporto sessuale e la fuoriuscita del latte dal seno.

Durante l’allattamento è proprio la suzione del bambino che favorisce la produzione di ossitocina.
L’ossitocina, però è  un ormone timido ovvero la sua produzione viene inibita da ansia, stress, dolore, preoccupazioni, persone estranee, rumori, distrazioni e luci forti.

L’ossitocina in gravidanza

L’utero non si contrae soltanto quando inizia il travaglio ma gi? durante la gravidanza si verificano alcune contrazioni non dolorose che compaiono sporadicamente. Queste provvedono a favorire una buona circolazione sanguigna alla placenta, a mantenere il muscolo ben tonico allenandolo anche a contrarsi come reazione a movimenti del bambino, ad uno spostamento corporeo e, nelle ultime settimane di gravidanza iniziano ad essere avvertite dalla donna come un vago senso di fastidio (contrazioni di Braxton Hicks).
Questo tipo di contrazioni può quindi iniziare e presentarsi casualmente durante il giorno diventando poi più regolare.