#LeftHandersDay

Il 13 agosto è la giornata mondiale dedicata alle persone con mancinismo, noi lefthanders. 

L’etimologia di questa parola è tutta un programma, e la dice lunga sul perchè si sia resa necessaria una giornata internazionale.

Mancino deriva da manco, che vuol dire “monco, imperfetto, difettoso” ed è poi passato a intendere la mano sinistra, ritenuta quella più debole delle due. 

Il dizionario Treccani ci dice che mancino è un agg. [der. dell’agg. manco «sinistro»]. – 1. a. non com. Sinistro: mano m., anche sostantivato (v. mancina); piede m.; Sempre acquistando dal lato m. (Dante). b.Detto di persona che presenta mancinismo, e quindi usa la mano sinistra più abilmente che la destra: ha una segretaria m.; un pugileun tennistaun chitarrista m.; spesso sostantivato: un m., una m., i mancini.

Il dizionario ci dice anche che  il termine mancino si utilizza in senso figurato per descrivere un’azione sleale o insidiosa, ma compiuta con astuzia e in modo imprevedibile; o per attribuire un carattere negativo, come sinonimo di infido, disonesto.

Come tutte le caratteristiche statisticamente poco rappresentate e quindi lontane dalla “norma statistica”, anche essere mancini è stato visto con sospetto per molto tempo, almeno fino a una quarantina di anni fa: il pregiudizio era talmente radicato che si suggeriva alle madri di legare la mano sinistra dei figli mancini, così da “abituarli” ad usare l’altra mano. Questa pratica era in auge anche a scuola, dove i mancini venivano corretti, senza se e senza ma.

Nonostante i suggerimenti di uno dei miei nonni, io per fortuna non sono stata corretta, e ho potuto tranquillamente usare la mano sinistra per fare tutte le cose che so fare. Mi sono persino laureata in medicina, nonostante il mancinismo, con buona pace di tanti anziani che ho incontrato negli ambulatori ai tempi delle sostituzioni dei medici di medicina generale: 

È una dottoressA, ed è Anche mancina…

cit: anziani copiosi giunti in ambulatorio d’estate per farsi misurare la pressione

Essere mancini comporta qualche problema pratico: chi di voi ha usato le penne con inchiostro cancellabile, ha tentato di usare una stilografica, di tagliare con le forbici da destri, di imparare a fare la maglia ai ferri, sa che occorre molta pazienza e tanta fermezza per raggiungere un buon risultato.

Per questo motivo sono fioriti negli anni i negozi, anche online, riservati solo a noi mancini: quando ho trovato le istruzioni per fare la maglia per mancini e le forbici da cucito mi sono commossa (un pò meno quando ho scoperto il costo, a dirla tutta). 

In me c’è un piccolo bambino.
La sua mano sinistra solleva il velo della notte.
La sua mano destra porta un girasole, la sua torcia.
I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,
“Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso,
e il bimbo continua il suo cammino,
il suo sentiero tra le stelle.

THICH NHAT HANH

Per approfondire:

Il Post

Guida al mancinismo

I cinque modi in cui i mancini sentono e pensano diversamente 

Leggere per immagini nella prima infanzia

La lettura per immagini ha un ruolo pedagogico e formativo molto importante, soprattutto (ma non solo) nella prima infanzia: proporre un racconto per immagini dovrebbe dunque seguire dieci passi “sicuri”, che affronteremo brevemente qui di seguito.

Una premessa: la proposta di lettura, e di lettura per immagini in particolar modo è sempre carica dei “significanti” e dei significati propri del proponente e del bambino: ogni bambino risponde a questa proposta in modo personale e delle peculiarità dei singoli bambini è necessario tenere conto, in modo da interessare il più possibile ognuno di loro ed attivare in ciascuno quelle attività cognitive che si sviluppano attraverso la lettura e la narrazione.

La scelta del libro è dunque importante, come sono importanti i “modi” di presentazione e l’approccio alla narrazione dei proponenti.

Il libro “sufficientemente buono”, per parafrasare Winnicot risponderà ad alcuni requisiti:

  1. avrà figure chiare e riconoscibili, che attingono al mondo conosciuto dal bambino e possono gratificare la sua abilità nel ri-conoscere le figure presenti nel libro;
  2. il libro giusto non potrà ridursi ad un mero  elenco di cose già note. Questi libri, commercialmente diffusi in tirature molto ampie, solitamente nulla aggiungono a quanto già a disposizione del bambino. Andrebbero evitati, o quantomeno integrati con altre proposte ed alternati tra loro;
  3. sarà avvincente grazie all’uso sapiente del colore;
  4. allo svolgersi della storia che nasce dall’avvicendarsi delle immagini pagina dopo pagina;
  5. alla disposizione delle figure nella pagina;
  6. al materiale usato per fabbricarlo;
  7. al modo di proporlo: libro stampato o proiezione sul muro, ad esempio.

Questi sette elementi  favoriranno nel bambino la costruzione di immaginari personali e la personale traccia di una “storia” che poi il bambino riuscirà a ricostruire, a suo modo, mettendo in evidenza gli aspetti prediletti.

  1. il libro sarà oggetto di corsi e ricorsi: il bambino potrà recuperarlo e riguardarlo e riflettere sul libro ancora e ancora, alla ricerca del vecchio (la gratificazione di cui sopra) e del nuovo (i nuovi particolari, le chiavi di lettura possibili), ampliando le sue competenze metacognitive e imparando che intorno ad una storia letta in gruppo fioriscono decine di contributi diversi e ricchi;
  2. il libro sarà strumento per permettere a tutti i bambini, anche a quelli in condizioni socio economiche svantaggiate, di sviluppare al meglio le competenze cognitive (per le quali, ad esempio, è necessario che ci sia congruenza tra illustrazioni e testo, e che le illustrazioni siano chiare e fruibili);
  3. i piccoli lettori attraverso le illustrazioni potranno più facilmente comprendere e memorizzare la storia e poi ricostruirla autonomamente, utilizzando le immagini a disposizione, anche al di sotto dei cinque anni.

Letto per voi: Siamo nati tutti liberi

La dichiarazione universale dei diritti umani si prende cura di tutti noi, non importa chi siamo o dove viviamo. Questi diritti furono proclamati dalle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, quando il mondo gridava il suo “mai più” contro gli orrori della Seconda guerra mondiale. I governi di tutto il mondo si sono impegnati a far conoscere questi diritti alla propria gente e a fare del proprio meglio per promuoverli.

Ogni bambino e ogni adulto nel mondo ha gli stessi diritti. Siamo nati tutti liberi e uguali. I nostri diritti sono parte di ciò che ci rende umani e nessuno può portarceli via.

Amnesty International

La dichiarazione universale dei diritti umani: 30 articoli, 28 illustratori chiamati a lasciare il segno, uno per ciascun articolo, ciascuno con il suo tratto, la sua inventiva, la capacità di emozionare, di agganciare il lettore alla figura, e attraverso la figura e il suo potere evocativo, alle parole.

Le parole dei diritti umani sembrano semplici e logiche, stampate su carta e spiegate con incisive tavole a colori. 

Sappiamo che così semplici non sono, che nonostante gli accordi dei vari governi c’è ancora chi viola i diritti umani fondamentali, sappiamo che anche nel nostro paese, oggi, facciamo un po’ fatica a riconoscere i diritti umani come legittimi e inviolabili. Come universali.

Stando a ciò che leggiamo sui giornali e sui social, negli ultimi anni abbiamo lentamente perso il contatto con questa faccenda dei diritti, e passiamo il tempo a discutere tra noi adulti, su chi ha il diritto di avere i diritti e su chi invece non ne ha.

Passiamo più tempo a parlare di diritti sui social che a contribuire affinché tutti vedano riconosciuti i loro diritti. In questo mondo molto stressato, con una comunicazione globale molto stressata e una ridotta capacità/voglia di approfondire, ecco che parlare di diritti è diventato quasi un cliché come un altro.

In quanto adulti noi abbiamo però delle responsabilità: nei confronti di noi stessi e soprattutto dei bambini e ragazzi che giocoforza dovranno prendere il mondo come noi glielo stiamo preparando.  I piccoli di oggi possono prendere (apprendere) il mondo per come noi glielo raccontiamo, giorno dopo giorno, situazione dopo situazione, notizia dopo notizia.

Come raccontiamo, il mondo, ai nostri bambini? Dove è la chiave pedagogica che dovrebbe vedere uniti educatori, insegnanti genitori e familiari per offrire ai bambini un apprendimento sui temi civili e sociali adeguato alla loro età e alla storia moderna?

Se leggiamo i social, emerge un racconto contemporaneo fatto di parole, esclamazioni, aggressioni mediatiche e fisiche, a volte vere e proprie risse, totalmente imbarazzante ed allarmante. Non è necessariamente una questione di temi e di contenuti, piuttosto sono le modalità di espressione e di comunicazione a manifestare una certa ignoranza di cosa sono i diritti, quali sono e del fatto che appartengono a tutti.

Molto del successo di una storia, dipende dalle parole utilizzate per narrarla e ai fini dell’apprendimento il come si spiega un concetto conta come il cosa si sta spiegando. Nelle parole e nei gesti che si leggono oggi, non c’è traccia dei diritti umani.

Verrebbe da chiedersi dove siano finiti i 30 articoli della dichiarazione universale.

Hanno già settant’anni, troppo vecchi per contare ancora qualcosa?

Da piccola, le maestre e i professori delle scuole elementari, medie e superiori, lavoravano alacremente sui diritti. Con le fiabe, con le favole, con i sussidiari, con le pagine di giornali, con gli approfondimenti di storia, filosofia e letteratura, con il rispetto di questi 30 articoli, che comparivano sempre, prima o dopo, nelle letture e nelle antologie.

Leggere uno dopo l’altro i 30 diritti umani, in questo momento storico, ci dà la misura di quanto grande sia la nostra responsabilità: abbiamo preso in consegna i valori di chi ha vissuto le grandi guerre, e ha pagato prezzi altissimi e li abbiamo messi in cantina tra le cianfrusaglie. Parliamo esprimendo odio, egoismo, ignoranza, bullismo, razzismo, indifferenza, arroganza. Giudichiamo, distinguiamo, additiamo, senza soluzione di continuità. Leggiamo cose orribili, e nel tempo, giorno dopo giorno, le cose orribili fanno da sfondo alle nostre comunicazioni, sono lì, entrano a far parte del panorama, le integriamo, dentro di noi, anche se non vorremmo che accadesse: basta poco ad abituarsi alla barbarie, la storia ce lo insegna.

Vorrei che i bambini e i ragazzi di oggi potessero godere a pieno dei loro 30 diritti. Vorrei che per ottenere questo obiettivo, non pensassero come accade oggi, che la soluzione sia quella di togliere questi diritti a qualcun altro. Vorrei che fosse ben conosciuto e riconoscibile il valore di un diritto e che la scuola continuasse a mantenere quel ruolo educativo, pedagogico e sociale che ha. Lode agli insegnanti e alle insegnanti promotori dei diritti.

I diritti umani, che qualcuno vuole farci credere siano un fastidioso cliché, sono un’opportunità per tutti. Basta iniziare ad applicarli nella nostra vita quotidiana. Uno alla volta.

Questa è la civiltà che vorrei.

“Per educare il popolo alla pace, possiamo usare parole o possiamo parlare con le nostre vite.”

THICH NHAT HANH

Siamo nati tutti liberi

A partire da: le illustrazioni sono molto evocative, e possono essere sfogliate anche se non si è ancora in grado di leggere in autonomia.

Specialmente consigliato per: educatrici e maestre della scuola dell’infanzia e della scuola primaria che desiderino fare un bel laboratorio con i bambini.

Super consigliato per: chi legge twitter o facebook o instagram e non vuole credere che i diritti umani siano un’invenzione della pubblicità, di una qualche lobby o di qualche “buonista”.

Tutti abbiamo diritto a stare bene. Mamme, bambini e persone anziane, disoccupati o disabili hanno il diritto che qualcuno si prenda cura di loro.

Art. 25 : dedicato alle mamme di CiaoLapo, che si prendono cura delle altre madri in lutto con amore e sorellanza.

Letto per voi: Nonni con le ali

Quando i nonni volano

non si sa dove vanno

Questo non è un libro, direbbe Magritte, sfogliando le pagine di “Nonni con le ali” e quelle di “Nonne con le ali“. Intanto perchè sono due libri, cuciti insieme sottosopra.

Poi perchè, anche se sembra un libro, in realtà è una porta.

Questo libro infatti, va oltre le parole stampate.

Tra queste pagine le parole escono dalla carta, libere e lievi.

Sono prive di una punteggiatura le parole di Arianna, perchè esse stesse sono in volo.

Pronte a accompagnarci, attraverso il Volo dei nonni.

Questo libro è un Canto, un canto vero.

E no, non è un libro di canzoni. 

È Poesia, in forma di libro. Poesia che apre le porte su mondi che troppo spesso se ne stanno nascosti e inesplorati, sepolti sotto una cortina di indicibilità.

Quando capitano libri come questi, il cuore torna a casa.

Una sensazione bellissima.

Questo libro – non libro, questo libro-Poesia, libro-Porta, libro-Canto, è un libro double face. 

Ci accompagnano nel viaggio due uccelli col cappello e le ali spiegate.

I due uccelli hanno appena spiccato il volo, perdendo il cappello in aria.

Ma non sono lontani. Volano, rimanendo accanto.

Ce lo dice lo sguardo, vigile e fermo, diretto verso il lettore.

Lo sguardo ci raggiunge, durante il volo.

Nonostante il volo, vorrei poter dire.

Perchè anche se volano, i nonni mantengono lo sguardo su di noi.

Se ne vanno, ma non del tutto. Accade, quando si è dato e ricevuto molto amore, che non tutto se ne vada, con il volo.

Ed ecco, che Arianna, tavola dopo tavola, parola dopo parola tocca con il suo canto le corde profonde dell’amore e del distacco, del lutto e del ricordo. “Vado, nipote, ma rimango attraverso quanto abbiamo costruito. Rimango a sostenerti, a ricordarti, la bellezza nascosta nell’emozione della vita.

Arianna Papini, abile e raffinata artista, elegante e saggia pensatrice, tesse una poesia fatta di trame di realtà, per quella che è, intrecciate a fili di meraviglia: tra le mille, la meraviglia di scoprire il lascito prezioso del legame con i nonni amati e amorevoli. Legame che nemmeno la morte può scalfire e che la vita dovrebbe sempre poter celebrare.

Canto per i nonni volati via.

Canto per le nonne volate via.

A partire da: per tutte le età. I libri come questo dovrebbero essere a disposizione dei più piccoli ben prima che i più piccoli debbano affrontare il Volo dei nonni.

Specialmente consigliato per: i genitori che hanno qualche problema a pensare al lutto, al distacco e alla perdita, e devono poter riflettere su questo argomento in modo gentile ma onesto per essere d’aiuto, un giorno, ai loro bambini.

Super consigliato per: le maestre della scuola d’infanzia e della primaria, le famiglie che attraversano un lutto e hanno bisogno di sollievo. 

Grazie di cuore Arianna per avere pensato e creato questo libro. 

Grazie anche e sempre al tuo papà, il Prof Massimo Papini, che tanto mi ha insegnato sul rispetto dei bambini e sulla resilienza delle famiglie.

“nella magia del cielo infinito contano le stelle fino a trovare i sogni” A.Papini

Grazie ai miei nonni Marta e Claudio: da lei ho imparato l’arte di scovare il bello ad ogni costo e fare sempre del mio meglio. Da lui, ad essere scanzonata, sorniona e anche un po’ prendingiro

#InternationalCatDay

Alcuni dei miei libri a tema “Gatto”

-Ma ciò che esiste

non esiste per sempre? 

non è così?

-Sì nel cuore sì.

Vivian Lamarque – Poesie per un gatto

Oggi in tutto il mondo si celebra la festa del gatto e qui a matermundi ne approfittiamo per tirare fuori i gatto-libri dallo scaffale della libreria dedicato al mio animale preferito (negli anni ne ho raccolti dalla strada ben venti, di tutte le dimensioni e in tutte le condizioni, e attualmente ne ospito sei – otto, a seconda se portano o meno gli amici a cena).

I gatti sono compagni di vita straordinari, capaci di grandi insegnamenti: loro vivono, decidono, chiedono, pretendono, donano, spariscono, tornano, regalano colazioni a km zero lasciando porzioni premasticate sullo zerbino della porta, reggono con rispetto il tuo sguardo quando hai qualcosa non va, e stanno accanto, senza perdere un grammo della loro composta eleganza. Ti accudiscono a suon di fusa, anche quando la situazione è seria. Ti dormono addosso, senza pietà, mentre sei sul divano e vorresti leggere, ma non puoi perchè mettono la coda tra le pagine. Amano la tastiera del computer, follemente: soprattutto quando devi consegnare un lavoro e loro con una zampatina discreta chiudono il file, senza salvare, ovviamente. Fanno il collaudo di carrozzine, passeggini e lettini quando un bambino è in arrivo (a volte anche successivamente, just in case), giusto per testare la “sonnevolezza” dei materassi.  Corrono solo se ne vale la pena (e se lo desiderano), ti accompagnano a passeggio (ma senza dirtelo, e a patto che tu non lo chieda, ovviamente). Amano il sole, la neve, l’autunno e le foglie ballerine, detestano la pioggia (ma solo quando non possono ripararsi a dormire all’asciutto).

I gatti sono affascinanti, piacciono ai grandi e piacciono ai bambini. La letteratura per l’infanzia è gremita di gatti che sono dei grandi classici, dal Gatto con gli Stivali, al famoso Tom Micio di Beatrix Potter.

Gli autori per bambini amano illustrare le storie con i gatti: in molti si sono sbizzarriti per raccontare storie divertenti e allegre, come Gatto Nero, Gatta Bianca di Silvia Borando minibombo edizioni, che può essere proposto ai nostri bimbi anche da piccolissimi.

Molti bambini conoscono già l’ineffabile Simon’s Cat  protagonista di divertenti disegni animati su youtube: i fumetti di Simon’s Cat sono in grado di strappare una risata agli amanti dei gatti, ma anche a chi con i gatti ci vive, e conosce a menadito le loro feline personalità.

Se volete un angolo di poesia con le fusa,  leggete Poesie per un Gatto di Vivian Lamarque, un’opera saggia ma anche ironica e scanzonata al tempo stesso).

Se volete avvicinarvi all’essenza del gatto e alla sua profonda e magica natura, leggete anche questo testo di Kwong Kuen Shan  pittrice e scrittrice cinese  che vive da tempo nel Regno Unito.

Il suo Il Gatto e il Tao, edito in Italia per L’Ippocampo edizioni, è un lavoro raffinato e intelligente: unisce gli acquerelli dei gatti dell’autrice, ritratti in varie situazioni, a riflessioni tratte dai testi classici del pensiero cinese.

Il Gatto e il Tao Kwong Kuen Shan Ippocampo Edizioni

Nella prefazione l’autrice racconta di come è riuscita a vincere la fobia dei gatti, grazie al suo primo gatto che ha deciso di adottarla, e di come sia nato questo libro che vuole essere un ringraziamento ai gatti e ai testi che possono essere ispirazione, insegnamento e simbolo. 

Non opprimo i deboli e non temo i potenti.

Zuo Qining

Gatti e grandi saggi, insieme. Non potremmo chiedere di meglio.

Buona lettura, e buon #internationalcatday

Il mio bambino è maleducato!

“È tutta una questione di buone abitudini!”

“Dipende  tutto dall’esempio che ha in casa..”

A noi genitori, si sa, piacerebbe infinitamente avere il controllo della situazione h24 365/365 (e perchè no, generazione dopo generazione, retroattivamente, persino) in un sacco di campi che riteniamo di nostro esclusivo dominio.

Tra questi campi d’azione genitoriale spicca il campo (di battaglia) dell’ “educazione dei figli“: un campo che, ad oggi, lascia più vinti che vincitori e più vittime che eroi, qualunque schieramento si voglia prendere in considerazione.

L’educazione è storicamente IL campo di battaglia genitoriale per antonomasia, perchè, si sa, le colpe dei figli ricadono sui padri e sulle madri ogni qual volta qualcuno, in qualche parte del globo pronuncia la fatidica frase “Sei un maleducato!“.

Se si è maleducati, anche se abbiamo 24 anni per gamba, la colpa principale è e resta dei genitori, i quali,  per legittima difesa, negli anni hanno tentato di scaricare la maggior parte possibile di responsabilità sulla scuola, sul sistema scolastico, sulle maestre, nel pietoso ma nobile tentativo di sfuggire all’equazione: figlio maleducato = genitore snaturato.

Il genitore quindi, nel diventare genitore, diventa anche, simultaneamente educatore: tutto questo avviene spesso senza avere in dotazione un bagaglio sufficiente di  nozioni di pedagogia o psicologia evolutiva, ma soltanto la propria esperienza di figlio, fratello, cugino, o amico.

Può anche accadere, soprattutto nelle società con un basso livello di natalità, che si diventi genitore senza avere MAI visto un neonato prima del nostro.

Noi genitori,  a volte incoscienti, a volte impavidi e spesso pieni di ancestrale sicumera ci arruoliamo volontariamente nell’esercito dei genitori-educatori, pronti a combattere  lotte senza fine e battaglie furibonde nello sterminato campo dell’educazione dei figli.

L’arruolamento inizia già con il test di gravidanza positivo, perchè la battaglia dell’Educazione, si sappia, si combatte fin da subito, essendo una lotta impari tra noi (i genitori inesperti e colpevoli fino a prova contraria di maleducazione) e loro.

Loro chi? Chi sono gli antagonisti dei genitori, quando si parla di educazione dei figli?

Loro sono una popolazione eterogenea, composita e di difficile classificazione. Per quanti sforzi un genitore faccia, troverà sempre qualcuno di “Loro” sul suo cammino verso l’educazione dei figli.

C’è sempre qualcuno pronto a intraprendere una battaglia all’ultima teoria pedagogica, siatene certi.

Un genitore sa che il suo mestiere è irto di incertezze, ma di una cosa può essere certo: qualunque cosa accada, non resterà mai solo ad annoiarsi sul campo di battaglia dell’educazione.

Non si può educare in assenza dell’educato: ecco che a volte, i nostri principali “avversari”  nella battaglia per l’educazione, quelli che danno più filo da torcere, sono i nostri figli, che ci costringono, con la loro presenza attiva, a vestire i panni del genitore, e simultaneamente quelli dell’educatore, facendo benissimo, va detto, la loro parte di antagonisti.

Per ogni genitore-educatore, c’è un figlio che in quanto tale, per contratto generazionale, esercita la nobile arte della maieutica tirando fuori dal proprio ascendente, di volta in volta, il meglio o il peggio.

Poco distanti ci sono i nonni, che oscillano tra due posizioni opposte: quella di  genitore senior esperto in consigli non richiesti (sottotitolo: figlio mio, non puoi essere anche genitore, perchè sei ancora il MIO bambino implume, lascia qua tuo figlio, che ci penso io) e quella del genitore sadico (sottotitolo: quel che è fatto è reso) del “eri così anche tu, te lo avevo detto che facevi meglio a non avere figli, d’altra parte da un melo non può nascere un fico”.

In questo contesto si parla di genitore accerchiato: l’imboscata è tesa, i nonni e i nipoti stretti in un’alleanza d’acciaio, rinsaldata a suon di gelati, figurine e altri strappi alla regola.

Le amiche, benedette le amiche nostre alleate di educazione filiale.

Se ne avete, tenetevele strette, perchè molte “amiche” , quando si tratta di indossare l’elmetto di genitore-educatore, perdono di vista tutto il resto, anche noi, e le nostre profonde occhiaie a due piazze.

Arrivano alla culla, le amiche del tempo che fu, con i loro petti  costellati di medaglie al valore, e le loro storie idilliache di sonni, allattamenti, svezzamenti, spannolinamenti, inserimenti, recite, poesie, premi letterari/artistici per il bambino più intelligente della contea, e pronunciano la frase: “Cava, se il TUO Luca Ebasta è come il mio PierNiccolGiorgio, non ti accorgerai neanche di averlo. (sorriso cortese di incoraggiamento)  Certo, molto dipende dal saper imporre le regole: PNG non avevo neanche espulso la placenta che già dormiva beato con la aupair nell’altra ala della clinica”.

Giusto per chiarire la questione: tra tuo figlio e Pierniccolgiorgio ci sono ben undici gradi di separazione, elevati al cubo.

Sul campo di battaglia dell’educazione imperversano anche gli ologrammi, tutti intorno a te, a portata di algoritmo: sono i blog, i giornali per genitori, i libri degli “esperti” in genitorialità, pieni di foto di mamme e papà armoniosi e sorridenti, che trovano sempre una soluzione montessoriana alle nefandezze dei loro figlioli, facendoci sentire dei genitori condannati all’esilio per incapacità cronica.

Dopo i blogs, ecco, in ordine sparso e casuale,  il nutrito esercito dei contro-educatori: quelli che la sanno più lunga, più facile, più giusta più bella di quella che sai tu, che te ne stai arrampicata sulle birkenstock tacco 12 millimetri e le ginocchia malferme, con il tuo fucilino a tappo, e le tasche zeppe di comet’hofattotidisfo.

Da lontano, i controeducatori, quelli che ce l’hanno con noi, genitori alle prime armi, con figli artisti della maieutica e quindi spesso urlanti e oppositivi, sembrano massimi esperti in allevamento della specie umana: hanno gli occhiali tondi e la bocca con l’angolino piegato in modo sprezzante, o hanno il camice, o scrivono libri di regole che non sembrano regole perchè le regole non vanno più di moda, o hanno allevato sei figli senza nemmeno un tablet o un videoregistratore con le vhs della disney, o fanno talmente tanta pubblicità sui loro servizi di consulenza per genitori da insinuarti il dubbio che tu debba per forza avere bisogno del loro “esperto” parere in allevamento della prole.

Poi li vedi da vicino, i controeducatori e scopri delle cose interessanti: sono tutti figli di qualcuno, e hanno combattuto la stessa battaglia che tu stai combattendo a ruoli invertiti, da figli; spesso sono anche genitori, e si sono trovati, prima di te, a solcare lo stesso campo di battaglia, ma non si ricordano più come ci si sente, o non vogliono ricordarselo, perchè preferiscono pensare di non avere mai avuto bisogno del tuo stesso fucilino a tappo e di non avere MAI pensato comet’hofattotidisfo; più spesso, ahimè, sono lì  di passaggio, non sanno nulla di genitorialità, di educazione, di allevamento della prole, perchè non hanno mai allevato nemmeno un pesce rosso, ma devono comunque dire la loro.

Ecco che allora, noi genitori con l’elmetto da educatore che combatte per non essere condannato a colpevole di maleducazione,  dovremmo riflettere su un paio di punti chiave:

  1. il rapporto genitori – figli può essere un’occasione di benessere e di apprendimento senza pari, e non nasce per essere percepito, vissuto o gestito come una lotta: per ciò che si sente dire in giro, si legge o si sperimenta al parco giochi, possiamo facilmente intuire come questa preziosa relazione possa trasformarsi, o essere trasformata per pressioni esterne, in lotta;
  2. il genitore è per forza anche educatore, se sceglie di crescere i suoi figli, ma le regole dei processi educativi non sono innate, non dipendono dalla buona volontà di genitori e figli e non dipendono nemmeno da una presunta “bravura” a fare il genitore: ricordiamoci che i bisogni dei bambini sono correlati con la loro evoluzione e il loro sviluppo, è naturale che cambino, si modifichino e a volte è naturale che occorra molto tempo per trovare una “quadra” in uno step evolutivo, senza che questo significhi che i genitori non sanno educare o che i bambini sono “cattivi”.
  3. il bambino nasce con alcune sue peculiari caratteristiche, indipendenti dall’educazione ricevuta  o dalla bravura dei genitori e spesso legate al temperamento, a come è fatta la mappa del suo cervello, soprattutto di quello emotivo e relazionale, e a qualche ramo dei nostri alberi genealogici (sì, anche quello della biscugina che soffriva di sonnambulismo e anche quello della suocera bugiarda); se siamo in grado di metterci in ascolto del nostro bambino e di noi stessi senza farci prendere dal senso di impotenza/fallimento/colpa, il percorso educativo sarà sicuramente più soddisfacente e ricco di successi.
  4. i genitori dovrebbero scegliersi validi alleati (il famoso villaggio per crescere un bambino è a forma di villaggio, non di trincea): prima di tutto i nostri primi alleati sono i nostri stessi figli, esperti di maieutica e in grado di tirare fuori da noi qualunque cosa. Sono i nostri massimi  ammiratori, (anche quando sembra di no) e si fidano di noi: investiamo il nostro tempo per scambiarci fiducia e cura, e non per dare il voto alla nostra bravura o efficacia; chiediamo sostegno e scambiamo esperienza con tutti coloro che riescono a tirare fuori il meglio di noi, senza farci sentire inadeguati, sbagliati, perdenti (anche se è scappato uno sculaccione o abbiamo urlato al supermercato, tra gli sguardi inorriditi dei controeducatori): se focalizzo il problema, e lo condivido, sarà più facile, la volta successiva, adottare soluzioni educative diverse da quella che abbiamo usato senza successo. La vergogna e il senso di inadeguatezza non ci insegnano a relazionarci coi nostri figli, figuriamoci  ad educarli.
  5. Se ponete un vostro quesito educativo e relazionale a una persona e quella persona utilizza il vostro problema per farvi la predica, brontolare, farvi notare le vostre mancanze, preconizzare la vostra disfatta, vendervi libri, manuali, corsi per diventare bravi genitori, ricordarvi che facevate schifo anche come figli o fratelli, beh, queste NON sono le persone giuste per lavorare con voi sull’educazione dei vostri bambini.

 

 

Letto per voi: Leo e Lia

C’era una volta un bimbo che si chiamava Leo e aveva quattro anni. Era anche buono: non sempre, ma quasi sempre.

Leo e Lia è il primo libro di Laura Orvieto, scrittrice per l’infanzia tra le più note del novecento per quello che è un grande classico della letteratura per l’infanzia, Storie della Storia del mondo.

In Leo e Lia, l’autrice ci offre uno spaccato di vita quotidiana di una famiglia fiorentina dei primi del novecento: i brevi capitoli affrontano ciascuno un tema o un’esperienza dell’infanzia in chiave pedagogica, sotto lo sguardo, benevolo ma fermo degli adulti di famiglia.

L’insieme è piacevole e l’atmosfera ha in tutto e per tutto il sapore dell’infanzia, delle regole scrupolosamente insegnate e pazientemente apprese, del desiderio dei bambini di essere contemporaneamente autonomi e restare tuttavia interdipendenti dai genitori e dalle figure di riferimento.

Per essere un libro del 1909, Leo e Lia manifesta un’onestà pedagogica e un rispetto per l’infanzia molto all’avanguardia: in particolare i capitoli inerenti il ciclo della vita, la religione, e il rispetto dell’altro sono affrontati con una delicatezza saggia ed adulta: i bambini ricevono risposte coerenti alle loro domande,  e, soprattutto, sanno di poter fare affidamento sui genitori, in una relazione basata contemporaneamente sulla reciprocità e sulla netta distinzione dei ruoli.

La mamma, il papà, la nonna, la tata inglese rappresentano un mondo adulto che “funziona” in modo coerente e congruo rispetto alle regole che faticosamente impartisce ai due bambini.

Dal canto loro, Leo e Lia, due caratteri diversi come spesso accade tra fratelli, i loro cugini ed amici rappresentano un’infanzia alle prese con l’educazione, talvolta aspra, talvolta ricca di ricompense: tra queste, non possiamo non annoverare il dono oggi assai raro di poter vivere l’infanzia per ciò che è e rappresenta, una parte importante della vita, ben definita, pienamente rispettata e in quanto tale, estremamente rassicurante.

Leo e Lia sono bambini a cui vengono fatte richieste per bambini: si chiede loro di rispettare le regole della famiglia (pulirsi le scarpe prima di uscire, finire il pranzo, non alzare le mani per ottenere un gioco o per avere ragione) si offre loro un “luogo sicuro” da frequentare al bisogno, sponda per riflessioni, domande e risposte, quando le risposte ci sono.

In Leo e Lia succede qualcosa di molto importante, che torna anche in altri classici per l’infanzia e in numerosi albi illustrati moderni: si lascia ai bambini del tempo libero da tutto il resto: del tempo vuoto, da riempire attraverso il proprio mondo interno e la propria creatività, o da lasciare, semplicemente, vuoto. 

Essere bambini è anche questo: poter disporre di uno spicchio di tempo libero da costrizioni forzature e obblighi: poter apprendere, finchè si è in tempo, il privilegio di godere del tempo, avendone rispetto, senza tiranneggiarlo con la smania di divertirsi a tutti i costi, o fare qualcosa a tutti i costi.

Si può non fare, e il mondo non casca: Leo e Lia ce lo mostrano, con la semplicità di chi si sente contenuto, e per questo impara a gestire l’angoscia e l’horror vacui.

Il mondo degli adulti e quello dei bambini, in questo libro, sono in continuità, e mai sovrapposti, fusi o confusi: ognuno ha il suo spazio, ciascuno beneficia della presenza dell’altro senza esserne invaso.

Questo libro è pervaso da una rassicurante serenità: i ruoli sono chiari, i bambini possono fare i bambini e riflettere sulle loro azioni con adulti che non si stancano di essere guide autorevoli, e riescono ad assumersi le loro responsabilità, in caso di errore (si legga a questo proposito il capitolo Leo castiga la mamma).

Nel 1909, Leo e Lia potevano viversi il tempo dell’infanzia ed imparare a diventare adulti con un ritmo pedagogico adeguato al loro sviluppo, confortati dalla presenza di adulti care-giver, dediti con fiducia e pazienza al loro ruolo. Questo ritmo cadenzato e armonioso sembra oggi molto lontano dalla nostra realtà fatta di confini liquidi, relazioni simbiotiche e ruoli invertiti. Ecco che leggere Leo e Lia, potrebbe aiutarci a riprendere un ritmo più umano e gratificante per fare i genitori, e per dare ai nostri figli il tempo appropriato per crescere e imparare.

A partire da: 4 anni (letto da un adulto) o 6 anni (letto da soli)

Specialmente consigliato per: tutti i neo-genitori ma anche per i genitori bis un pò sfiduciati.

Leo e Lia, Laura Orvieto, Giunti Junior edizioni, 2011

Storia dell’illustrazione

“L’illustratore dialoga, non gli basta esprimersi” Bossaglia

 

La storia dell’illustrazione è relativamente recente: inizia a metà dell’ottocento, con l’introduzione delle illustrazioni nei periodici, a scopo didascalico, “dichiarativo”. Nata per accompagnare il testo scritto rendendolo più “chiaro”, nel tempo la funzione didascalica/decorativa ha lasciato il posto alla funzione “illustrativa” più pura: gli illustratori infatti “commentano” con il disegno il testo scritto, traducendo un significante in un altro significante, interpretando ciò che è scritto e riscrivendolo in qualcosa d’altro.  Le figure assolvono da tempo questa funzione “trasformativa” del testo: basti pensare ai vecchi figurinai e alle loro stampe, su cui fiorivano illustrazioni che attingevano alle vecchie tradizioni popolari e le ridefinivano, arricchendole di immagini e di immaginari, prima destinate al popolo, e poi direttamente ai bambini. La nascita dell’illustrazione per l’infanzia passa dunque dal popolo, come quella delle fiabe, e subisce numerosi cambiamenti storici, prima con l’avvento del cartoon e poi con l’esplosione dell’editoria per ragazzi, non sempre attenta all’utilizzo dell’illustrazione in chiave “trasformativa” del testo che all’illustrazione si accompagna (illuminanti a questo proposito le parole di Munari sulle ridondanze).

Eppure, quando si parla di infanzia, dovremmo considerare la notevole importanza delle illustrazioni per lo sviluppo cognitivo del bambino. Lumbelli parla di “primato dell’illustrazione”: fino ai sei anni di età la lettura del libro di immagini costituisce non solo un “ponte” per la futura lettura della parola scritta e della sua comprensione, ma anche notevole stimolo a integrare la sequenza di immagini e poi di parole ricavandone una “storia”. Apprendere i due linguaggi e integrarli richiede al bambino un notevole sforzo, per il quale è necessario che l’adulto di riferimento (genitore, educatore, insegnante) sia attento a proporre i testi lasciando al bambino il tempo e il modo per svolgere questo “compito” mantenendo viva la capacità metacognitiva di riflettere su quanto sta accadendo tra le pagine e di “personalizzare” la storia, facendola un po’ propria.

Il bambino, attraverso l’illustrazione accede dunque a un mondo che arricchisce quello che ha ascoltato o letto da solo, che suggerisce altri mondi ed altri scenari, altre ipotesi o intuizioni, favorendo lo sviluppo del pensiero critico e una modalità di lettura della realtà non stereotipata e rigida, ma flessibile e creativa.

 

Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Letto per voi: The Heart and the Bottle

Oliver Jeffers è tra i miei autori contemporanei preferiti. Jeffers disegna, scrive, compone storie ricche di messaggi e metamessaggi, in un registro di letture sovrapposte estremamente fruibile a tutte le età. I suoi libri si prestano per essere letti fin dalla pancia, per essere letti ai lattanti e per accompagnare i nostri bambini nel percorso di scoperta del libro e lettura autonoma.

Le storie di Jeffers esplorano il mondo da angoli originali e spesso bizzarri (avete letto l’epopea dei pastelli a cera? date un’occhiata!), con alcuni rovesciamenti di prospettiva che risultano estremamente divertenti ed affascinanti per tutta la fascia zero sei .

Gli adulti che incontrano Jeffers per la prima volta, potrebbero trovarlo “troppo semplice” e “da bambini”:  i tratti apparentemente poco strutturati, le ombre scarabocchiate, i disegni che sembrano, sono, come schizzi.

Eppure non a caso si dice “less is more“: oltre l’apparente semplicità delle illustrazioni e del linguaggio si palesano messaggi profondi e ben strutturati.

Questo è il caso del piccolo gioiello che vi propongo oggi; “The Heart and the Bottle”. Disponibile in lingua inglese e mai pubblicato in italiano, lo potete trovare qui .

In questo libro Jeffers affronta un tema che l’editoria per l’infanzia, fatto salvo poche, lodevoli eccezioni, ha ingiustamente lasciato ai margini.

Il tema al centro di questo libro è la perdita, e più che la perdita, le sue ripercussioni sulla vita della protagonista, che vediamo crescere, pagina dopo pagina e vivere, illustrazione dopo illustrazione con il cuore in bottiglia.

Ecco che Jeffers disegna, senza nominarlo, il lutto: il lutto che ci chiude dentro, perchè a chi affronta una perdita viene naturale pensare che chiudersi dentro, vivere dietro al vetro, sia più sicuro.

Se non amo, non soffro.

Il genio di Jeffers sta proprio nella sintesi e nel potere evocativo del suo testo. Un testo che parla a tutti in 32 pagine e una manciata di frasi, permettendo riflessioni universali.

Il cuore in bottiglia.

Appeso al collo, ma scrupolosamente separato dalla testa.

Questa è la soluzione provvisoria, di molte persone che affrontano un lutto.

Arriva, dovrebbe sempre arrivare, un momento in cui si può, si vuole, di nuovo, sentire.

Sentire la vita.

Ed ecco che Jeffers-il genio, con la sua ironia poetica, ci spiega come ri-succede, ancora una volta.

Ci racconta il passaggio da lutto a ri-nascita.

Ci racconta di come si debba ri-imparare a vivere. E quanto tutta questa operazione sia resa possibile da un aiuto esterno. Da un nuovo incontro.

Non basta voler elaborare il lutto (a pagina 26 una rappresentazione dolceamara di quanto la volontà di stare meglio, per quanto necessaria, non sia condizione sufficiente a stare meglio davvero).

E chi ha fatto questo percorso, non può che sorridere, arrivando a pagina 29.

Indicato per: tutti

A partire da: -9 mesi (leggete, commuovetevi, ridete e meravigliatevi, fin dai primi mesi di gestazione, affinchè al vostro pupo arrivi tutta la palette pantone delle emozioni umane)

Specialmente consigliato per: gli adulti che stanno affrontando una perdita, i genitori che desiderano iniziare a parlare in modo delicato e sincero del lutto ai loro figli, per le insegnanti di scuola materna e per le prime classi della primaria (io lo propongo come laboratorio in Inglese).

Super consigliato per: le madri colpite da lutto perinatale che si sentono perennemente a pagina 25.