Leggere: dalla parola al pensiero

“Nuotiamo in un mare di parole, ci muoviamo in un oceano di simboli: qualcuno ne rimane attratto istintivamente, e si lascia sfiorare, qualcuno butta un occhio distratto continuando per la sua strada, qualcuno si lascia travolgere ed è in continuo mutamento: qualcuno infine passa semplicemente  oltre, sfuggente.”

 

Leggere è uno dei pochi verbi, insieme ad amare, che non ammette imperativo, dice Pennac con il suo solito, saggio (ed invidiabile) acume.

Eppure, nella mia lunga carriera di lettrice, iniziata precocemente quaranta anni fa con una smodata curiosità per l’oggetto libro prima e per i suoi contenuti poi, ho sentito spesso coniugare il verbo leggere all’imperativo: – Leggete di più! – veniva detto quotidianamente ai miei compagni di classe, non solo alle scuole elementari e medie, ma anche (persino!) durante i pomeriggi di giochi in cortile. Per non parlare dell’estiva ora del silenzio, durante la quale si era condannati a leggere, essendo tutto il resto, a parte il sonno, proibito.

Bisognava leggere, in autonomia, seduti al tavolo di cucina, o alla propria scrivania. Non importava cosa, purché si leggesse un libro. I fumetti non erano considerati letteratura, o comunque erano lettura e letteratura di serie B. Vedere un film non era considerato letteratura. I libri con troppe figure non erano considerati letteratura. I libri tematici (di macchinine, di barbie, di giochi all’aperto etc) non erano letteratura.

Leggere, per molti genitori nati negli anni del dopoguerra, era indissolubilmente associato ai libri di scuola e ai classici. Meglio se con poche figure e illustrazioni.

Per i genitori del mio quartiere leggere era un “sofferto” crocevia verso una posizione sociale migliore: appartenenti alla cosiddetta classe operaia nelle numerose aziende tessili pratesi, artigiani o piccoli commercianti i padri, quasi tutte casalinghe fermatesi alle scuole medie le mamme: quasi tutti (a braccio direi 7-8 su 10) assai desiderosi di offrire (oserei dire imporre) un avvenire migliore ai loro figli, possibile solo attraverso un maggior livello di istruzione. Leggere era quindi visto come un “sacrificio” necessario. Loro di solito non leggevano niente, nemmeno il quotidiano la mattina. Non era per loro, dicevano, non avevano tempo, dovevano lavorare, o riposarsi, o comunque, non dovevano leggere.

I figli, invece, dovevano: negli anni ottanta, quando ancora i pareri del medico e dell’insegnante per le famiglie avevano un valore, leggere faceva parte di una “prescrizione”, come prendere le vitamine: andava fatto, quando la famiglia ne riconosceva l’importanza, come compito. Non era ancora visto, o comunque non sempre, come un piacere e restava confinato a un dovere personale del bambino/ragazzo.

Si leggeva da soli. Non c’era quasi mai il diretto coinvolgimento delle famiglie, leggevano talvolta in occasioni speciali i nonni o le mamme (soprattutto ai piccolini che non avevano ancora conquistato la capacità di leggere autonomamente). Nelle case non c’erano le librerie, e quando c’erano, non c’era traccia di libri per bambini. (I libri, all’epoca, venivano buttati via, come fossero cartaccia, durante i traslochi, o nei passaggi tra infanzia e adolescenza o tra adolescenza ed età adulta: a pensarci, rabbrividisco). Raramente si leggeva ad alta voce e in gruppo, in famiglia, tra fratelli e tra amici. Anche le poesie entravano nelle case direttamente dalle antologie scolastiche, soprattutto dai classici, e si privilegiava ahimè la capacità di “ripeterle” a memoria: quasi mai si dava spazio alla capacità di leggerle con intenzione, interpretazione, musicalità. La musica, intesa come si intende l’educazione musicale oggi, non c’era. Ascoltare musica a scuola era facoltativo e lasciato alla discrezionalità della maestra, a casa si ascoltava la radio, e la musica “moderna”. Le librerie, per ragazzi erano pochissime in Italia e il settore per l’infanzia delle normali librerie era spesso confinato ad un piccolo angolo.

Noi lettori in erba degli anni ottanta con Topolino in una mano e il Corriere dei Piccoli sottobraccio, avevamo un bel daffare per coltivare la nostra impervia passione. Se i genitori non ci portavano in biblioteca, da soli non potevamo andare. I supermercati di allora non vendevano i libri per ragazzi. Le edicole nemmeno a parlarne. Per avere un libro nuovo, dovevi sperare di: avere una maestra illuminata e una scuola attrezzata di biblioteca scolastica; avere una famiglia che coltivasse la passione della lettura e per la letteratura per l’infanzia e ti portasse il sabato pomeriggio in biblioteca o nelle librerie specializzate; avere un carteggio frequente con Babbo Natale e distribuirne copia autografa a parenti fino al quarto grado, così da trovare più libri possibili sotto l’albero.

Dovevano ancora arrivare, purtroppo, le librerie per ragazzi distribuite a tappeto in tutto lo stivale, così come gli albi illustrati oggi storici ma in quegli anni elitari ed introvabili. Si affacciavano, timidi, i grandi autori italiani per ragazzi, distribuiti da apposite collane di vecchie e nuove case editrici. Mi piace ricordare Bianca Pitzorno, per le inenarrabili risate che ho fatto grazie alla sua Lavinia e anche Laura Orvieto, con le Storie della Storia del Mondo, che ho amato incondizionatamente.

Dovevano ancora arrivare i wordless picture book: ancora oggi restano di nicchia e sono visti con sospetto da famiglie e insegnanti (troppo da bambini!), per me rappresentano comunque la gustosa rivincita degli amanti dell’illustrazione sui puristi dei “veri” libri senza immagini e sono ricchissimi di opportunità anche nel lavoro con adolescenti e adulti.

Negli ultimi venti anni del secolo scorso, quando io ero bambina e poi adolescente, doveva ancora concretamente strutturarsi, con e dopo Rodari, un pensiero diffuso e comune di pedagogisti, insegnanti e famiglie, sul ruolo della letteratura per l’infanzia nella vita del bambino, del ragazzo e infine dell’adulto.

Non era ancora chiaro, oggi lo è molto di più grazie al capillare lavoro di pedagogisti, autori ed editori: la letteratura per l’infanzia ha la funzione tra le altre di favorire il pensiero critico e la capacità relazionale, sia intergenerazionale che tra i pari.

Quest’ultimo elemento per il mio lavoro è di primaria importanza, a fini didattici e pedagogici, ma anche a fini preventivi, psicoeducativi e propriamente terapeutici.

La storia della letteratura per l’infanzia muove i suoi passi due secoli fa, ma ha impiegato decine e decine di anni per arrivare all’orecchio delle famiglie, degli educatori di nido e degli insegnanti, troppo spesso arroccati su posizioni lontane dagli studi e dalle esperienze pedagogiche più moderne. La campagna di promozione della letteratura per l’infanzia come piacere condiviso in famiglia e a scuola, come occasione di sviluppo e di crescita, cognitiva, emotiva e sociale è ancora in corso e a mio avviso sarebbe opportuno coinvolgere direttamente i genitori almeno nella lettura a voce alta a scuola, così da creare una nuova figura per l’immaginario collettivo: quello degli adulti che si divertono leggendo, a scuola, per se stessi e per i loro ragazzi (si dice che l’educazione si faccia più con l’esempio che con le parole, credo ci sia molta verità in questa frase).

Si legge ancora troppo poco, spesso per dovere, e si ha ancora timore nei confronti dei nuovi linguaggi narrativi, amati e diffusi tra i ragazzi di oggi (i video che presentano i libri per bambini, i nuovi storytelling e le app. per i tablet sono un’esperienza multisensoriale avvincente e divertente, per grandi e piccini).

La parola e l’immagine sono ubiquitariamente distribuiti: se è vero che non si può non comunicare, è altrettanto vero che non si può nemmeno non ricevere comunicazioni, uditive, visive, tattili che siano; negli anni gli studiosi e alcune case editrici hanno iniziato a proporre alla popolazione un crescente patrimonio di letteratura per l’infanzia, ma manca ancora la confidenza nei nuovi linguaggi narrativi: si esplorano ancora troppo poco le aree dell’albo illustrato, impropriamente riservato soltanto ai piccolissimi, del fumetto e dei film / video. A scuola continua ad essere privilegiato il libro (indistintamente, basta che sia un libro a forma di libro), utilizzato talvolta, in assenza di un vero progetto pedagogico, anche per affrontare temi “complessi” al momento del bisogno (quando in classe c’è “il caso”, come mi disse tempo fa un’insegnante alle prese con un lutto di un’alunna). Esempi meravigliosi di letteratura per l’infanzia che affrontano il ciclo di vita, la malattia e il tema della morte, che sarebbero ottimi strumenti di lavoro e di crescita cognitiva ed emotiva del gruppo classe, rimangono spesso nei cassetti a impolverarsi. Nella mia esperienza professionale di formazione di operatori sanitari, educatori, pedagogisti e insegnanti, il ruolo della letteratura per l’infanzia è centrale anche per gli adulti, compresi i  genitori e i nonni. La letteratura per l’infanzia è dunque prezioso strumento non solo per i bambini ma anche per chi lavora con i bambini / famiglie e può beneficiare di linguaggi pedagogici e profondamente, rispettosamente, evocativi.

Sono stata una bambina lettrice incallita. Per me l’imperativo del verbo leggere era associato ad un esplicito divieto: smetti di leggere! Basta leggere! Se finisci anche questo, non te ne compro più fino a Sabato (ed era magari lunedì….). Ho letto da sempre (ci sono documenti fotografici che mi ritraggono seduta nel passeggino, con un libro in mano). Ho letto quando non potevo farlo: alle medie durante le ore di educazione tecnica, tenendo Anna dai Capelli Rossi dentro al manuale di tecnologia, e alle superiori, durante le noiose ore di filosofia, quando dovevo invece finire Sartre, con tutta l’urgenza che si ha a sedici anni. Ho letto mentre scrivevo le tesi, per distrarmi dai libri per la tesi. Ho letto in gravidanza, recuperando i miei libri preferiti e ricominciando a scrivere a Babbo Natale per recuperare i libri per l’infanzia usciti nel frattempo che ero diventata donna. Ho letto ai miei figli, in tandem con mio marito (ho scelto un marito bibliofilo ça va sans dire). Ho letto, e leggo ai miei pazienti, usando spesso la letteratura per l’infanzia come volano per accedere a mondi interni rimasti chiusi dentro e indicibili. Leggo ai miei discenti, quasi sempre molto adulti, quasi sempre molto stanchi per le loro routine lavorative: è incredibile vedere il potere trasformativo della letteratura per l’infanzia nei grandi.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”

 Antoine De Saint-Exupéry

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Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.