Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

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Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.