La negazione dell’abuso

Non era solo la mia realtà ad essere cancellata, ma era la mia percezione della realtà che veniva sovrascritta… non erano le esplosioni più rumorose e più spaventose a causare il maggior danno. 
Non era la violenza fisica o l’abuso verbale o la mancanza di limiti e comportamenti inappropriati. 
Quello che ha causato il vero danno è stata la negazione, l’affermazione che questi incidenti non erano mai avvenuti come raccontavo io… la cancellazione dell’abuso è stata peggiore dell’abuso. Ariel Leve

Le parole di questa giornalista sono le stesse parole delle donne non credute che ho incontrato durante tutti questi anni nella stanza della psicoterapia o nei gruppi di ascolto e di autoaiuto di CiaoLapo.

La cancellazione dell’abuso è una grave traumatizzazione secondaria e può essere ancora più traumatica dell’abuso stesso, per una serie di ragioni:

1) va a minare il senso di fiducia in se stessi (sarò io esagerata/sbagliata/troppo sensibile troppo qualunque cosa?);
2) va a minare il senso di fiducia nell’altro (nessuno mi può capire fino in fondo, inutile cercare ancora aiuto; e anche: tutti gli operatori/ i professori/ i mariti/ i datori di lavoro sono così, meglio fare / essere da soli, non posso pensare che vada meglio di così);
3) va a minare il senso di aderenza al piano della realtà (forse non è andata così, mi ricordo male/ ho capito male/ ho interpretato male);
4) va a minare il senso di comprensione del mondo (che è alieno e alienante, divenuto estraneo e non più noto, e dunque potenzialmente minaccioso),
5) va a minare il senso di autoefficacia (avrei dovuto: dire, fare, superare, reagire, lasciare, denunciare: non l’ho fatto, quindi sono una che non sa stare al mondo).

La cancellazione dell’abuso “sposta” l’attenzione della vittima su altro dal trauma primario, già di per sè grave e potenzialmente invalidante e in quanto tale meritevole di doverosa attenzione e di energia.

La vittima mette in secondo piano il trauma primario e resta imbrigliata nella “negazione dell’evento“: questo può depotenziare le personali risorse e capacità di resilienza, che scompaiono ingoiate dalla negazione.

Questo è il motivo per cui con matermundi e CiaoLapo lavoro da anni sull’ascolto dei vissuti, sulla percezione della cura (intesa ad ampio raggio come cura parentale, cura tra partner, cura nella rete amicale e cura in ambito scolastico e sanitario) e ho sviluppato nel tempo specifici progetti di educazione alla comunicazione e relazione d’aiuto per gli operatori di area perinatale e per le scuole (ComuniCare).

Scuola e sanità sono infatti due ambiti di primaria importanza nella gestione delle situazioni di abuso verbale, psicologico o fisico che sia: chi lavora in questi due settori può veramente fare la differenza ed essere di reale sostegno alle vittime.
Talvolta chi lavora in scuola e sanità, spesso senza nemmeno rendersene del tutto conto può arrivare a perpetrare i traumi, mettendo in atto la cancellazione dell’abuso di cui parla Ariel Leve.

Sono centinaia le storie di abuso (spesso verbale, assai frequentemente psicologico, più raramente fisico) che ho ascoltato.
Tutte erano accompagnate dalla negazione o dalla minimizzazione degli abusi stessi, da parte di tutti: familiari, amici, istituzioni, enti, abusatori in primis.

Dopo tutte queste storie ascoltate e spesso riportate con precisione non solo dalle donne ma anche dai loro compagni e talvolta da alcuni operatori presenti al momento dell’abuso con le donne, abbiamo iniziato ad esplorare il fenomeno dell’abuso e mancanza di rispetto nel parto nel mondo del lutto perinatale e poi nel mondo della “fisiologia”.

Mi hanno colpito due cose:
* la frequenza degli abusi (verbali e psicologici) e delle omissioni;
* la ferma negazione o minimizzazione di quanto emerso (cancellazione dell’abuso) da parte di “terzi“, ossia persone non direttamente coinvolte nell’abuso e non presenti agli abusi, che hanno reagito sminuendoli, negandoli, attaccando le donne e talvolta i ricercatori coinvolti, come se fossero impossibilitati a stare di fronte al dolore denunciato dalle testimonianze.

Nel mondo, l’abuso e mancanza di rispetto nel parto è un tema caro a chi promuove la salute intesa come benessere psichico, fisico e sociale perchè riguarda le donne e i neonati e quindi si riflette sulle famiglie e quindi sulle società.
È uno dei tanti temi legati alla promozione della salute e dei diritti umani che con pochi accorgimenti, per esempio la cura della relazione sanitario – utente e la cura della comunicazione potrebbe essere arginato, con buona soddisfazione di tutti (utenti e erogatori di cura).

Per arginare questo fenomeno bisognerebbe però compiere un primo grande passo: riconoscere che nelle relazioni, anche in quelle di cura, si possono compiere abusi od omissioni, anche senza volerlo
Anche senza saperlo: a volte quelle che noi chiamiamo prassi, perchè così magari ci è stato insegnato, vengono vissute come abusi, come da definizione OMS e non solo. L’abuso verbale, a questo proposito, è un abuso a tutti gli effetti: tutti dovrebbero tener conto di ciò che dicono e degli effetti che la parola detta ha su chi la riceve.

L’abuso e mancanza di rispetto nel parto è d’altro canto soltanto la punta di un gigantesco iceberg di abusi, omissioni, violenze verbali, psicologiche o fisiche. 
Scandalizza forse di più, l‘abuso/omissione al momento del parto, come d’altro canto scandalizza l’abuso/omissione nel momento della morte, perchè sono i due eventi che sanciscono la mortalità dell’uomo, la sua mancanza di controllo sulle origini e sulla fine, e la sua interdipendenza. 
Eppure, proprio perchè la fine e l’inizio sono così intrisi di mistero e di significati, ecco che sono due momenti che si stampano nella memoria dei testimoni: i testimoni della nascita, le madri, i padri, gli operatori coinvolti, i testimoni della morte, parenti, operatori che siano.

In tutto questo mistero, a tratti angoscioso e pieno di vuoti, vorremmo semplicemente essere accolti. 
Vorremmo essere accompagnati, almeno per la parte che si può percorrere insieme.

Se non con il corpo, con le parole. Se non con le parole, quando non ci sono o non si trovano, con lo sguardo. Con la presenza.

Ecco allora che, in questi due momenti, e ancora di più quando i due momenti coincidono nel lutto perinatale, il trauma è di tale portata che ogni violazione, ogni abuso, ogni omissione si radicano in questo confine, tra vita e morte, tra appartenenza e abbandono. E lì rimangono, nonostante i più svariati tentativi di negazione dell’abuso. Anno dopo anno.

Di abusi e mancanze di rispetto è costellata la nostra vita sociale tra inizio e fine: son così tanti e così ripetuti che alcuni abusi perpetrati nella nostra società, una, due, dieci, cento volte, finiscono per sembrare normali. Soprattutto quelli verbali. Soprattutto quelli psicologici. Talvolta, anche quelli fisici. Soprattutto sui bambini o sulle donne. Di nuovo.

L’iceberg diventa parte dell’arredamento sociale.

E chi ne rimane schiacciato? 
Chi va in giro cercando aiuto perchè ha un iceberg piantato sul petto che non lo fa respirare?
Avviene, spesso, un drammatico rovesciamento: 
abusare è norma, chi ha subito l’abuso e va cercando tutela, sostegno e aiuto diviene l’anormale, quello “strano”, quello “esagerato”, quello che “non sa che c’è di peggio e si lamenta del nulla”.

Abbiamo decisamente molto da rivedere come operatori e come cittadini nel nostro stile relazionale. 
e in ciò che vogliamo passare alle nuove generazioni.
Potremmo ascoltare di più e smettere di sminuire il dolore degli altri. 
Potrebbe davvero essere un inizio.
Tessere trame di cura e non orditi di filo spinato.
Per esempio.

#lapuntadelliceberg

È arrivato il fratellino… e ora?

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Quando arriva un altro bambino, il sistema famiglia fisiologicamente cambia e si adatta: a cambiare non è soltanto, banalmente, il numero dei componenti, ma anche la relazione tra loro. Come già avvenuto con l’attesa del primogenito e il passaggio da coppia a triade (genitori e bambino), ecco che anche con l’arrivo del nuovo nato le relazioni iniziano fisiologicamente ed inevitabilmente a riadattarsi alla nuova situazione.

Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole.
Pablo Neruda, Se tu mi guardi

Le relazioni familiari sono intrecci dinamici e fluidi di tanti fili quanti sono i componenti della famiglia; a sua volta, ognuno dei fili è costituito da tanti fili quanti sono i componenti della famiglia d’origine da cui proveniamo, e così via, a ritroso. Ciascun filo è quindi un prodotto di intrecci e nodi: nell’incontro con “nuovi fili”, il buon esito dell’intreccio dipenderà da tanti fattori concomitanti. Tra questi, un fattore di grande importanza sarà rappresentato dalla materia, dalla foggia, dalla flessibilità del nostro filo personale, dalla nostra capacità di vedere i nodi, e di provare a scioglierli.

Ognuno di noi, in famiglia, porta infatti se stesso, come è e come vorrebbe essere, ma anche ciò che è stato, ciò che ha appreso e gli stili relazionali che ha vissuto e imparato. Anche quelli brutti, fonti di disagio, di condizionamenti e sofferenza.

Questo intreccio appare già complicato se parliamo di una triade: quando si aggiungono altri piccoli in famiglia nuovi fili, nuovi nodi, nuovi intrecci vanno a arricchire la mappa genealogica. A volte, gli intrecci scorrono dinamici e fluidi. Altre volte, compaiono nuovi nodi, più o meno facili da sciogliere.

L’arrivo di un fratello o di una sorella in famiglia è quindi un evento ad alto impatto emotivo per tutti: positivo o negativo che sia, il nuovo arrivo non può essere un evento neutro, o un non-evento.

Persino il nuovo arrivato, entrando in famiglia, sperimenta un intero universo relazionale al di fuori del suo mondo noto, che è prevalentemente rappresentato dalla pancia della sua mamma e dalla relazione con lei e con il suo cuore. Suoni, carezze, canti, luci, sono in fase prenatale i mediatori importanti della sua esperienza del mondo là fuori, così come lo sono i silenzi, l’ascolto, le chiusure, le ombre relazionali, i nodi e gli intrecci. I bambini nascono sapendo già molto di chi hanno intorno e portando il loro filo nell’intreccio generale.

Le aspettative, le paure, le gioie, le ambivalenze, fanno parte del “bagaglio a mano” dei nascituri: entrare a far parte di una famiglia implica affrontarne limiti e risorse, desideri e ambivalenze, ed è una lezione che dobbiamo imparare fin da subito, perchè questa lezione è la matrice del nostro personale filo relazionale, di ciò che porteremo in giro per tutta la vita. Ecco perchè dare rilevanza alla relazione prenatale della coppia e della coppia col bimbo è molto importante per sviluppare relazioni salutari, ed ecco perchè dovrebbe essere favorito ed accessibile l’ascolto onesto e profondo di tutti i membri della famiglia in attesa. Essere ascoltati ed ascoltarsi permette di favorire il giusto spazio al nascituro nella sua famiglia e consente alla famiglia di favorire spazi comodi per tutti.

Spoiler: non nasciamo imparati.

Non bastano il test positivo, la laurea in psicologia, avere letto cento libri e frequentato un costoso corso di accompagnamento alla nascita per “saper fare il genitore”. Non basta d’altro canto aver ricevuto abbondanti coccole, amore, baci, giocattoli, letture della sera a tema fratellino, rassicurazioni a palate e giornate speciali passate con il papà o la mamma in esclusiva per “saper fare il fratello maggiore”. Le cose bisogna viverle, giorno dopo giorno e imparare a sentirle nel profondo, a farle nostre, in modo consapevole: non basta voler essere bravi genitori o bravi fratelli, per essere davvero come desideriamo, o come gli altri si aspettano che dovremmo essere.

È più complicato di così: è umano. Rielaboriamo continuamente le nostre esperienze alla luce di sensazioni, emozioni e pensieri, reagiamo alle esperienze come sappiamo e come possiamo: non sempre ciò che ci accade produce le sensazioni attese. Non sempre conoscere razionalmente una cosa la rende facile da affrontare. È il caso dei cambiamenti, positivi o negativi, e delle emozioni che io chiamo maleducate, cioè le emozioni scomode, culturalmente mal viste: rabbia, vergogna, invidia, gelosia.

Le famiglie in attesa di un secondo o di un terzo figlio subiscono spesso numerose pressioni culturali, psicologiche e sociali rispetto a come si accoglie il nuovo arrivato, qual è il “giusto” comportamento da primogenito, che educazione dare ai figli e quali sono le regole implicite ed esplicite che governano le relazioni familiari tra fratelli. C’è molto poco spazio per ascoltare una gestante oggi, pochissimo spazio per aiutarla ad entrare in ascolto di sè stessa, ancora meno per aiutare la coppia e la triade a usufruire dello spazio di ascolto come terreno privilegiato per relazioni senza troppi nodi. Quando si ha a che fare con l’attesa di un secondogenito o di un terzogenito i feedback che arrivano dall’esterno sono prevalentemente di natura economico/organizzativa (Chi te li guarda? Come farai con due?) e di natura paternalistica (Sarà sicuramente geloso! Ora vedrai con due come si complicano le cose, per voi genitori!)

L’importante è che non sia geloso!

(il Lupo alla Lupa Capitolina, 770 a.c, circa)

Nella nostra società, macrocosmo formato da migliaia di microcosmi familiari, abbiamo un problema, serio, con l’ascolto.

Abbiamo un problema, anch’esso molto serio, con il silenzio. Dobbiamo parlare a tutti i costi, rispondere sempre e velocemente anche quando non ci è stato chiesto di rispondere e dire la nostra. Anche quando non sarebbe il caso.

Di fronte a una carrozzina con la pedana per il fratello maggiore incorporata, non riusciamo a fare a meno di fare illazioni. A volte, più saggiamente, chiediamo alla madre; altre volte, il piccolo Erode che è in noi chiede direttamente al fratello:

Ma seeeei conteeeeento che ti è arrivato il fratellinooooooo? È bravoooo? Sei gelosooooooooooo?

Forse molti di noi hanno fili relazionali costituiti dal 90% di gelosia; forse molti di noi sono così annodati nei loro fili relazionali genealogici che non riescono proprio a districarsi, nemmeno per un attimo: se potessero, certamente noterebbero che ognuno ha i suoi fili, e non necessariamente tutti patiscono gli stessi nodi. E allora, mi chiedo, da dove viene questo gusto per annodare le relazioni degli altri? A cosa ci serve, a noi adulti, sapere se Giacomo di tre anni e mezzo è geloso di Niccolò, sei mesi e dieci cacche al giorno?

A cosa ci serve chiedere alla mamma di Anna, sei anni e l’apparecchio ai denti, se “ha preso bene l’arrivo delle gemelle”, Lia e Lea, otto mesi di coliche e luci della ribalta perchè – sono U-G-U-A-L-I e i genitori devono saperlo, che forse non se ne sono accorti?

Infine: abbiamo detto che le relazioni familiari sono intrecci di fili in cui ciascun membro della famiglia porta se stesso, ciò che è stato e ciò che vuole essere: perchè continuiamo a pensare che le reazioni del figlio maggiore vs minore e viceversa siano irrimediabilmente derivate dalla “bravura” della mamma come mediatrice di conflitti internazionali? Chi l’ha detto che le madri per diventare madri debbano per forza avere un master in scienze politiche e mediazione d’urgenza? Un’antica leggenda italiana sancisce il ruolo centrale della madre nella gestione della diplomazia interna ed esterna alla famiglia: è la madre che con il suo comportamento “porta e mantiene” l’armonia in casa, nella coppia e tra la prole. Parlando di fratelli maggiori e fratellini, e parlando di gelosia, se i maggiori sono gelosi, è la madre che non ha assolto sufficientemente bene il suo compito di “paciera”. Non è un caso che in libreria ci siano più libri sulla gelosia dei fratellini e su come evitarla, che sul ruolo dei nonni, degli zii, dei datori di lavoro e dei vicini di casa nell’influenzare le relazioni genitori-figli. Le mamme vogliono essere madri sufficientemente buone e leggerebbero di tutto, pur di essere competenti: non così i nonni, i vicini di casa, i datori di lavoro, che della competenza relazionale, evidentemente non sanno cosa farsene.

Quando arriva il fratellino, la famiglia ha già tanto da fare, tra ascolto, intrecci, nuovi linguaggi e adattamenti. Non c’è tempo per i nodi degli altri. Non c’è spazio per gli annodatori professionisti di fili altrui. Le emozioni maleducate non sono maleducate: sono intrecci relazionali da dipanare con pazienza e fiducia. Basta avere il coraggio di accoglierle senza reprimerle.

A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno.
Banana Yoshimoto, Ricordi di un vicolo cieco

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