Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.