Letto per voi: Il giorno prima

VERBAVOLANT edizioni

Lorenzo Naia e Roberta Rossetti ci regalano un albo illustrato originale, delicato e poetico.

Il giorno prima è un viaggio emozionale che il lettore compie semplicemente aprendo una busta: la storia contenuta nella busta è un albo illustrato – poster, ed è costruita in cinque tavole di dimensioni crescenti. La storia si dipana giocando tra le geometrie ed i volumi di un testo opportunamente piegato in modo da disvelarsi completamente solo alla fine del racconto, riempiendo gli occhi del lettore, e le sue braccia.

Il giorno prima è un albo delicato e profondo insieme, che si rivolge idealmente a tutti: strizza l’occhio ai giovani scalpitanti e impazienti alla ricerca del futuro, accoglie in un abbraccio di carta le incertezze degli adulti pieni di disincanto disillusi per i giorni che verranno.

Si può leggere, andrebbe letto, condiviso, mostrato, proiettato sul muro anche ai  bambini, fin da piccolissimi. Parla del tempo che passa, della speranza che oscilla, dell’incredulità che dopo una stagione di freddo e silenzio possa sbocciare una stagione di fragorosa vita. 

I bambini, prima di diventare adulti spaventati dalle loro stesse ombre social, dovrebbero infatti poter ricevere da noi adulti questo dono: il dono di poter riflettere fin da piccoli sull’importanza di dare tempo al tempo, sulla fecondità dell’attesa anche quando si fa a nostro giudizio troppo lunga, sulla fiducia in noi stessi, che siamo semi e germogli e ci scordiamo di rimanere semi e di poter germogliare, in un modo o nell’altro, per tutta la vita. È un testo sull’impazienza e sullo smarrimento del giorno prima, di quel giorno dove sembra che niente accadrà più e nulla sia certo.

È un albo coccola, questo, e sappiamo bene di quante coccole abbiamo bisogno in questo mondo frenetico e distratto. Attraverso la bellezza delle illustrazioni e la delicata fermezza del messaggio questo libro parla a chi sta crescendo, a chi cambia, a chi non vorrebbe cambiare, ma è in balia degli eventi: è un libro permeato di quella bella e desueta speranza che non è resa al fato, o sterile delega a un ipotetico salvatore, ma riparazione di sè, cura di sè e creatività.

In questo albo si affronta infatti  un viaggio che è comune alle vite di molti: un percorso che va dal silenzio sospeso e apparentemente vuoto alla vita che esplode in un tripudio di bellezza.

Il viaggio della bambina-donna germoglio, protesa tra la terra e il cielo è il viaggio di ciascuna di noi, alle prese con gli eventi della vita, con i sogni sospesi, con quelli infranti, con l’amaro in bocca degli insuccessi, delle perdite e dei lutti e con quel pizzicorino creativo che ben conosciamo se solo ci mettiamo in ascolto di noi stesse, a qualunque età, ed in qualunque situazione.

La bambina-germoglio attraversa le fasi della rinascita, ci offre attraverso i colori e le parole, tutte le sfumature di un percorso di ritorno alla vita che sembra impossibile ma è naturale conseguenza della nostra profonda  e resiliente natura umana.

Attraversare le tempeste, attendere il momento opportuno, e poi fiorire, ancora.

A partire da: adatto per proiezioni e laboratori anche alla scuola materna.

Specialmente consigliato per: le persone che si sentono in balia del tempo, che non vogliono aspettare o non vogliono cambiare, che non sanno più cosa aspettarsi e sono bloccate in un tempo sospeso.

Super consigliato per: le donne che stanno attraversando il dolore dopo un aborto spontaneo o un lutto perinatale e sono travolte dalla paura del futuro.

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Letto per voi: The Heart and the Bottle

Oliver Jeffers è tra i miei autori contemporanei preferiti. Jeffers disegna, scrive, compone storie ricche di messaggi e metamessaggi, in un registro di letture sovrapposte estremamente fruibile a tutte le età. I suoi libri si prestano per essere letti fin dalla pancia, per essere letti ai lattanti e per accompagnare i nostri bambini nel percorso di scoperta del libro e lettura autonoma.

Le storie di Jeffers esplorano il mondo da angoli originali e spesso bizzarri (avete letto l’epopea dei pastelli a cera? date un’occhiata!), con alcuni rovesciamenti di prospettiva che risultano estremamente divertenti ed affascinanti per tutta la fascia zero sei .

Gli adulti che incontrano Jeffers per la prima volta, potrebbero trovarlo “troppo semplice” e “da bambini”:  i tratti apparentemente poco strutturati, le ombre scarabocchiate, i disegni che sembrano, sono, come schizzi.

Eppure non a caso si dice “less is more“: oltre l’apparente semplicità delle illustrazioni e del linguaggio si palesano messaggi profondi e ben strutturati.

Questo è il caso del piccolo gioiello che vi propongo oggi; “The Heart and the Bottle”. Disponibile in lingua inglese e mai pubblicato in italiano, lo potete trovare qui .

In questo libro Jeffers affronta un tema che l’editoria per l’infanzia, fatto salvo poche, lodevoli eccezioni, ha ingiustamente lasciato ai margini.

Il tema al centro di questo libro è la perdita, e più che la perdita, le sue ripercussioni sulla vita della protagonista, che vediamo crescere, pagina dopo pagina e vivere, illustrazione dopo illustrazione con il cuore in bottiglia.

Ecco che Jeffers disegna, senza nominarlo, il lutto: il lutto che ci chiude dentro, perchè a chi affronta una perdita viene naturale pensare che chiudersi dentro, vivere dietro al vetro, sia più sicuro.

Se non amo, non soffro.

Il genio di Jeffers sta proprio nella sintesi e nel potere evocativo del suo testo. Un testo che parla a tutti in 32 pagine e una manciata di frasi, permettendo riflessioni universali.

Il cuore in bottiglia.

Appeso al collo, ma scrupolosamente separato dalla testa.

Questa è la soluzione provvisoria, di molte persone che affrontano un lutto.

Arriva, dovrebbe sempre arrivare, un momento in cui si può, si vuole, di nuovo, sentire.

Sentire la vita.

Ed ecco che Jeffers-il genio, con la sua ironia poetica, ci spiega come ri-succede, ancora una volta.

Ci racconta il passaggio da lutto a ri-nascita.

Ci racconta di come si debba ri-imparare a vivere. E quanto tutta questa operazione sia resa possibile da un aiuto esterno. Da un nuovo incontro.

Non basta voler elaborare il lutto (a pagina 26 una rappresentazione dolceamara di quanto la volontà di stare meglio, per quanto necessaria, non sia condizione sufficiente a stare meglio davvero).

E chi ha fatto questo percorso, non può che sorridere, arrivando a pagina 29.

Indicato per: tutti

A partire da: -9 mesi (leggete, commuovetevi, ridete e meravigliatevi, fin dai primi mesi di gestazione, affinchè al vostro pupo arrivi tutta la palette pantone delle emozioni umane)

Specialmente consigliato per: gli adulti che stanno affrontando una perdita, i genitori che desiderano iniziare a parlare in modo delicato e sincero del lutto ai loro figli, per le insegnanti di scuola materna e per le prime classi della primaria (io lo propongo come laboratorio in Inglese).

Super consigliato per: le madri colpite da lutto perinatale che si sentono perennemente a pagina 25.

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Kintsugi

L’arte del Kintsugi e il lutto perinatale

Riflessioni sulla perdita, la trasformazione e la rinascita

Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

Kintsugi è un termine giapponese difficilmente traducibile in Italiano, perchè espressione di un concetto poco 

familiare per la nostra cultura.

Kintsugi è un termine composto da due parole:  “oro” e “riunire”.

Si utilizza il termine kintsugi quando vogliamo descrivere la disciplina artistica del ricomporre oggetti di ceramica dopo che si sono rotti, per restituire loro una nuova, più preziosa “vita”.

Il concetto di kintsugi nasconde un significato simbolico molto profondo, ed adatto per riflessioni più ampie sull’uomo, la vita, le avversità e la resilienza.

Nel kintsugi infatti non basta “ricomporre” gli oggetti rotti per farli “funzionare” di nuovo. Tutte le riparazioni sono effettuate con materiale pregiato (oro o argento) e hanno due nobili obiettivi: l’obiettivo di restituire l’oggetto alla sua funzione primaria (quella di tazza, di vaso, di vassoio) unito al nobile obiettivo di rivelare, e non “nascondere” o negare, i punti di rottura.

Con questa tecnica le imperfezioni non vengono mascherate, nascoste o minimizzate, ma valorizzate, per quanto possibile come parte integrante del soggetto.

Le cicatrici nel kintsugi non si nascondono, ma si curano e si coccolano.

Le cicatrici si amano, potremmo dire.

Il kintsugi dunque rende “belle” le cicatrici degli oggetti di uso comune. Cicatrici talmente profonde, se pensiamo ad una tazza rotta o ai cocci di un piatto, da rendere “inutilizzabile” l’oggetto.

Inservibile.

Da buttare.

Sgradevole alla vista.

Prima del processo del kintsugi, prima di “riunire con l’oro”, ciò che è rotto resta rotto: espropriato della sua funzione e della sua identità (un vaso rotto non è un vaso, era un vaso, adesso che si è rotto, è solo un insieme di cocci, pallido ricordo di ciò che è stato).

Prima del kintsugi non ci sono cicatrici, non ci sono funzioni residue, non ci sono “bellezze” da esprimere. C’è solo un mucchietto di cocci informi.

Con il kintsugi, lavoro paziente che richiede delicatezza, competenza, dedizione, i frammenti ricongiunti riportano l’oggetto alla sua funzione, effettiva o simbolica, e avvalorano con l’oro l’avvenuta trasformazione, senza negare l’accaduto e senza negare l’identità nucleare del soggetto.  Nel kintsugi, le cicatrici post-traumatiche, al momento giusto, diventano parte integrante del soggetto.

Ero un vaso prezioso – sono stato rotto – sono stato ricongiunto – sono stato impreziosito – sono un vaso prezioso.

Kintsugi valorizza ciò che potrebbe essere visto come “qualcosa da buttare”.

Kintsugi riabilita con nobiltà e amore il concetto di cicatrice, come “parte” del sé che può essere vista. Che può essere narrata.

La cicatrice è riconosciuta come parte “degna” del soggetto andato in frantumi e poi ricomposto.

Ciascuno di noi, nella vita, colleziona un numero imprecisato di “cicatrici”, nel corpo o nella mente – anima. 

Il lutto stesso, secondo Racamier, è una ferita, che va pulita e aperta con cura affinché possa esitare in una cicatrice  sana.

Per trasformare le ferite in cicatrici, e per avere delle “belle” cicatrici, è importante prestare molta cura alle ferite. È importante avere rispetto delle proprie ferite e avere la pazienza di prendersi cura giorno dopo giorno delle cicatrici.

Quando la ferita si chiude, resta comunque la cicatrice, a simboleggiare l’avvenuto trauma.

Le cicatrici ci parlano di qualcosa che viene da lontano, di qualcosa che è avvenuto, un trauma, un danno, che nel tempo, con pazienza e cura, è stato “riparato”.

La cicatrice rimane come simbolo di un percorso, a volte semplice e lineare a volte tortuoso e irto di ostacoli (soprattutto nelle ferite della psiche).

Nella nostra cultura, le cicatrici si associano spesso ad emozioni appartenenti all’area della vergogna, dell’imbarazzo o della colpa. Mostrare agli altri le proprie cicatrici, del corpo o dell’anima, è un atto non scontato. Guardare le proprie cicatrici,  allo stesso modo, richiede una grande quantità di lavoro, di accettazione, di forza. Oppure, come ci suggerisce il kintsugi, richiede un deciso cambio di prospettiva. Richiede la fermezza di accogliere la cicatrice come parte di sé. E valorizzarla.

Quando abbiamo indetto il nostro quinto concorso “Le Parole dell’Amore 2017”, abbiamo chiesto ai partecipanti di affrontare un tema difficile e poco esplorato: abbiamo chiesto di parlare del percorso che dal lutto perinatale porta le famiglie a intraprendere una nuova gravidanza. Volevamo ascoltare linguaggi, espressioni, narrazioni intorno a questo tema: volevamo dare voce ad un’esperienza psichica e fisica vissuta ogni anno da migliaia di donne nel nostro paese, nell’indifferenza generale.

Il mito del “nuovo bambino” che “nascerà sano”, “dopo tutto ciò che avete passato” è spesso tutto ciò che la nostra società ha da dire sulle gravidanze successive a un lutto perinatale.

Gravidanze, vale la pena di ricordare, che avvengono nel corpo rotto delle madri in lutto.

Il corpo non è davvero rotto (spesso, anzi, è un corpo sano, privo della minima traccia di patologia), ovviamente.

Ma le donne spesso, si percepiscono come “rotte”. Incapaci di portare avanti una gravidanza, incapaci di garantire la sopravvivenza del bambino che stanno gestando. Se lo dicono, allo specchio. Se lo dicono, nei gruppi di ascolto.

Ce lo diciamo, a denti stretti, in un sussurro.

Che a nessuno piace pensarsi “difettato”.

Le gravidanze successive iniziano spesso in questo clima di ferite, cicatrici ancora fresche, vergogna per corpi ritenuti rotti e per culle vuote: sono percorsi estremi, in balia di desiderio e terrore. 

Le gravidanze successive sono speranza e disperazione all’unisono.

Sono scommesse contro il destino, la natura, Dio e chi altro si trovi dall’altra parte del tavolo: la posta in gioco, per le coppie, è molto alta.

La posta in gioco è infatti la vita di un bambino che (si spera) nascerà.

Per affrontare nove mesi in questo stato d’animo, in balia di speranza, disperazione, mancanza e al tempo stesso amore per tutti i propri figli, è indispensabile ricevere sostegno.

Affiancare le madri, i loro bellissimi corpi (anche quando vissuti come rotti, sono belli lo stesso), i loro sogni e le loro paure; affiancare i padri, il loro “tenere duro”, il loro impotente e al tempo stesso smisurato desiderio di proteggere i loro figli e le loro compagne da non si sa bene cosa, purché stavolta vada tutto bene: questo è l’obiettivo che la nostra società distratta e giudicate dovrebbe assumere.

Questo è lo scopo del kintsugi.

L’ultima notte

sembrava non finire-

eppure è giorno!

Vincenzo Farina

Restituire valore.

Mettere insieme i pezzi, ricongiungerli con l’oro.

Creare spazi e narrazioni per ogni bambino.

Creare resilienza per i corpi delle madri, per le coppie travolte dal lutto, per i figli che verranno.

 

Questo articolo è estratto dall’antologia letteraria “Kintsugi” pubblicata  da Officina Grafica Editoriale per CiaoLapo Onlus nell’ambito del Concorso Letterario .

L’antologia è bella e buona: il ricavato delle vendite sostiene le attività di CiaoLapo!

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.