Letto per voi: Nonni con le ali

Quando i nonni volano

non si sa dove vanno

Questo non è un libro, direbbe Magritte, sfogliando le pagine di “Nonni con le ali” e quelle di “Nonne con le ali“. Intanto perchè sono due libri, cuciti insieme sottosopra.

Poi perchè, anche se sembra un libro, in realtà è una porta.

Questo libro infatti, va oltre le parole stampate.

Tra queste pagine le parole escono dalla carta, libere e lievi.

Sono prive di una punteggiatura le parole di Arianna, perchè esse stesse sono in volo.

Pronte a accompagnarci, attraverso il Volo dei nonni.

Questo libro è un Canto, un canto vero.

E no, non è un libro di canzoni. 

È Poesia, in forma di libro. Poesia che apre le porte su mondi che troppo spesso se ne stanno nascosti e inesplorati, sepolti sotto una cortina di indicibilità.

Quando capitano libri come questi, il cuore torna a casa.

Una sensazione bellissima.

Questo libro – non libro, questo libro-Poesia, libro-Porta, libro-Canto, è un libro double face. 

Ci accompagnano nel viaggio due uccelli col cappello e le ali spiegate.

I due uccelli hanno appena spiccato il volo, perdendo il cappello in aria.

Ma non sono lontani. Volano, rimanendo accanto.

Ce lo dice lo sguardo, vigile e fermo, diretto verso il lettore.

Lo sguardo ci raggiunge, durante il volo.

Nonostante il volo, vorrei poter dire.

Perchè anche se volano, i nonni mantengono lo sguardo su di noi.

Se ne vanno, ma non del tutto. Accade, quando si è dato e ricevuto molto amore, che non tutto se ne vada, con il volo.

Ed ecco, che Arianna, tavola dopo tavola, parola dopo parola tocca con il suo canto le corde profonde dell’amore e del distacco, del lutto e del ricordo. “Vado, nipote, ma rimango attraverso quanto abbiamo costruito. Rimango a sostenerti, a ricordarti, la bellezza nascosta nell’emozione della vita.

Arianna Papini, abile e raffinata artista, elegante e saggia pensatrice, tesse una poesia fatta di trame di realtà, per quella che è, intrecciate a fili di meraviglia: tra le mille, la meraviglia di scoprire il lascito prezioso del legame con i nonni amati e amorevoli. Legame che nemmeno la morte può scalfire e che la vita dovrebbe sempre poter celebrare.

Canto per i nonni volati via.

Canto per le nonne volate via.

A partire da: per tutte le età. I libri come questo dovrebbero essere a disposizione dei più piccoli ben prima che i più piccoli debbano affrontare il Volo dei nonni.

Specialmente consigliato per: i genitori che hanno qualche problema a pensare al lutto, al distacco e alla perdita, e devono poter riflettere su questo argomento in modo gentile ma onesto per essere d’aiuto, un giorno, ai loro bambini.

Super consigliato per: le maestre della scuola d’infanzia e della primaria, le famiglie che attraversano un lutto e hanno bisogno di sollievo. 

Grazie di cuore Arianna per avere pensato e creato questo libro. 

Grazie anche e sempre al tuo papà, il Prof Massimo Papini, che tanto mi ha insegnato sul rispetto dei bambini e sulla resilienza delle famiglie.

“nella magia del cielo infinito contano le stelle fino a trovare i sogni” A.Papini

Grazie ai miei nonni Marta e Claudio: da lei ho imparato l’arte di scovare il bello ad ogni costo e fare sempre del mio meglio. Da lui, ad essere scanzonata, sorniona e anche un po’ prendingiro

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Letto per voi: The Heart and the Bottle

Oliver Jeffers è tra i miei autori contemporanei preferiti. Jeffers disegna, scrive, compone storie ricche di messaggi e metamessaggi, in un registro di letture sovrapposte estremamente fruibile a tutte le età. I suoi libri si prestano per essere letti fin dalla pancia, per essere letti ai lattanti e per accompagnare i nostri bambini nel percorso di scoperta del libro e lettura autonoma.

Le storie di Jeffers esplorano il mondo da angoli originali e spesso bizzarri (avete letto l’epopea dei pastelli a cera? date un’occhiata!), con alcuni rovesciamenti di prospettiva che risultano estremamente divertenti ed affascinanti per tutta la fascia zero sei .

Gli adulti che incontrano Jeffers per la prima volta, potrebbero trovarlo “troppo semplice” e “da bambini”:  i tratti apparentemente poco strutturati, le ombre scarabocchiate, i disegni che sembrano, sono, come schizzi.

Eppure non a caso si dice “less is more“: oltre l’apparente semplicità delle illustrazioni e del linguaggio si palesano messaggi profondi e ben strutturati.

Questo è il caso del piccolo gioiello che vi propongo oggi; “The Heart and the Bottle”. Disponibile in lingua inglese e mai pubblicato in italiano, lo potete trovare qui .

In questo libro Jeffers affronta un tema che l’editoria per l’infanzia, fatto salvo poche, lodevoli eccezioni, ha ingiustamente lasciato ai margini.

Il tema al centro di questo libro è la perdita, e più che la perdita, le sue ripercussioni sulla vita della protagonista, che vediamo crescere, pagina dopo pagina e vivere, illustrazione dopo illustrazione con il cuore in bottiglia.

Ecco che Jeffers disegna, senza nominarlo, il lutto: il lutto che ci chiude dentro, perchè a chi affronta una perdita viene naturale pensare che chiudersi dentro, vivere dietro al vetro, sia più sicuro.

Se non amo, non soffro.

Il genio di Jeffers sta proprio nella sintesi e nel potere evocativo del suo testo. Un testo che parla a tutti in 32 pagine e una manciata di frasi, permettendo riflessioni universali.

Il cuore in bottiglia.

Appeso al collo, ma scrupolosamente separato dalla testa.

Questa è la soluzione provvisoria, di molte persone che affrontano un lutto.

Arriva, dovrebbe sempre arrivare, un momento in cui si può, si vuole, di nuovo, sentire.

Sentire la vita.

Ed ecco che Jeffers-il genio, con la sua ironia poetica, ci spiega come ri-succede, ancora una volta.

Ci racconta il passaggio da lutto a ri-nascita.

Ci racconta di come si debba ri-imparare a vivere. E quanto tutta questa operazione sia resa possibile da un aiuto esterno. Da un nuovo incontro.

Non basta voler elaborare il lutto (a pagina 26 una rappresentazione dolceamara di quanto la volontà di stare meglio, per quanto necessaria, non sia condizione sufficiente a stare meglio davvero).

E chi ha fatto questo percorso, non può che sorridere, arrivando a pagina 29.

Indicato per: tutti

A partire da: -9 mesi (leggete, commuovetevi, ridete e meravigliatevi, fin dai primi mesi di gestazione, affinchè al vostro pupo arrivi tutta la palette pantone delle emozioni umane)

Specialmente consigliato per: gli adulti che stanno affrontando una perdita, i genitori che desiderano iniziare a parlare in modo delicato e sincero del lutto ai loro figli, per le insegnanti di scuola materna e per le prime classi della primaria (io lo propongo come laboratorio in Inglese).

Super consigliato per: le madri colpite da lutto perinatale che si sentono perennemente a pagina 25.

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Kintsugi

L’arte del Kintsugi e il lutto perinatale

Riflessioni sulla perdita, la trasformazione e la rinascita

Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

Kintsugi è un termine giapponese difficilmente traducibile in Italiano, perchè espressione di un concetto poco 

familiare per la nostra cultura.

Kintsugi è un termine composto da due parole:  “oro” e “riunire”.

Si utilizza il termine kintsugi quando vogliamo descrivere la disciplina artistica del ricomporre oggetti di ceramica dopo che si sono rotti, per restituire loro una nuova, più preziosa “vita”.

Il concetto di kintsugi nasconde un significato simbolico molto profondo, ed adatto per riflessioni più ampie sull’uomo, la vita, le avversità e la resilienza.

Nel kintsugi infatti non basta “ricomporre” gli oggetti rotti per farli “funzionare” di nuovo. Tutte le riparazioni sono effettuate con materiale pregiato (oro o argento) e hanno due nobili obiettivi: l’obiettivo di restituire l’oggetto alla sua funzione primaria (quella di tazza, di vaso, di vassoio) unito al nobile obiettivo di rivelare, e non “nascondere” o negare, i punti di rottura.

Con questa tecnica le imperfezioni non vengono mascherate, nascoste o minimizzate, ma valorizzate, per quanto possibile come parte integrante del soggetto.

Le cicatrici nel kintsugi non si nascondono, ma si curano e si coccolano.

Le cicatrici si amano, potremmo dire.

Il kintsugi dunque rende “belle” le cicatrici degli oggetti di uso comune. Cicatrici talmente profonde, se pensiamo ad una tazza rotta o ai cocci di un piatto, da rendere “inutilizzabile” l’oggetto.

Inservibile.

Da buttare.

Sgradevole alla vista.

Prima del processo del kintsugi, prima di “riunire con l’oro”, ciò che è rotto resta rotto: espropriato della sua funzione e della sua identità (un vaso rotto non è un vaso, era un vaso, adesso che si è rotto, è solo un insieme di cocci, pallido ricordo di ciò che è stato).

Prima del kintsugi non ci sono cicatrici, non ci sono funzioni residue, non ci sono “bellezze” da esprimere. C’è solo un mucchietto di cocci informi.

Con il kintsugi, lavoro paziente che richiede delicatezza, competenza, dedizione, i frammenti ricongiunti riportano l’oggetto alla sua funzione, effettiva o simbolica, e avvalorano con l’oro l’avvenuta trasformazione, senza negare l’accaduto e senza negare l’identità nucleare del soggetto.  Nel kintsugi, le cicatrici post-traumatiche, al momento giusto, diventano parte integrante del soggetto.

Ero un vaso prezioso – sono stato rotto – sono stato ricongiunto – sono stato impreziosito – sono un vaso prezioso.

Kintsugi valorizza ciò che potrebbe essere visto come “qualcosa da buttare”.

Kintsugi riabilita con nobiltà e amore il concetto di cicatrice, come “parte” del sé che può essere vista. Che può essere narrata.

La cicatrice è riconosciuta come parte “degna” del soggetto andato in frantumi e poi ricomposto.

Ciascuno di noi, nella vita, colleziona un numero imprecisato di “cicatrici”, nel corpo o nella mente – anima. 

Il lutto stesso, secondo Racamier, è una ferita, che va pulita e aperta con cura affinché possa esitare in una cicatrice  sana.

Per trasformare le ferite in cicatrici, e per avere delle “belle” cicatrici, è importante prestare molta cura alle ferite. È importante avere rispetto delle proprie ferite e avere la pazienza di prendersi cura giorno dopo giorno delle cicatrici.

Quando la ferita si chiude, resta comunque la cicatrice, a simboleggiare l’avvenuto trauma.

Le cicatrici ci parlano di qualcosa che viene da lontano, di qualcosa che è avvenuto, un trauma, un danno, che nel tempo, con pazienza e cura, è stato “riparato”.

La cicatrice rimane come simbolo di un percorso, a volte semplice e lineare a volte tortuoso e irto di ostacoli (soprattutto nelle ferite della psiche).

Nella nostra cultura, le cicatrici si associano spesso ad emozioni appartenenti all’area della vergogna, dell’imbarazzo o della colpa. Mostrare agli altri le proprie cicatrici, del corpo o dell’anima, è un atto non scontato. Guardare le proprie cicatrici,  allo stesso modo, richiede una grande quantità di lavoro, di accettazione, di forza. Oppure, come ci suggerisce il kintsugi, richiede un deciso cambio di prospettiva. Richiede la fermezza di accogliere la cicatrice come parte di sé. E valorizzarla.

Quando abbiamo indetto il nostro quinto concorso “Le Parole dell’Amore 2017”, abbiamo chiesto ai partecipanti di affrontare un tema difficile e poco esplorato: abbiamo chiesto di parlare del percorso che dal lutto perinatale porta le famiglie a intraprendere una nuova gravidanza. Volevamo ascoltare linguaggi, espressioni, narrazioni intorno a questo tema: volevamo dare voce ad un’esperienza psichica e fisica vissuta ogni anno da migliaia di donne nel nostro paese, nell’indifferenza generale.

Il mito del “nuovo bambino” che “nascerà sano”, “dopo tutto ciò che avete passato” è spesso tutto ciò che la nostra società ha da dire sulle gravidanze successive a un lutto perinatale.

Gravidanze, vale la pena di ricordare, che avvengono nel corpo rotto delle madri in lutto.

Il corpo non è davvero rotto (spesso, anzi, è un corpo sano, privo della minima traccia di patologia), ovviamente.

Ma le donne spesso, si percepiscono come “rotte”. Incapaci di portare avanti una gravidanza, incapaci di garantire la sopravvivenza del bambino che stanno gestando. Se lo dicono, allo specchio. Se lo dicono, nei gruppi di ascolto.

Ce lo diciamo, a denti stretti, in un sussurro.

Che a nessuno piace pensarsi “difettato”.

Le gravidanze successive iniziano spesso in questo clima di ferite, cicatrici ancora fresche, vergogna per corpi ritenuti rotti e per culle vuote: sono percorsi estremi, in balia di desiderio e terrore. 

Le gravidanze successive sono speranza e disperazione all’unisono.

Sono scommesse contro il destino, la natura, Dio e chi altro si trovi dall’altra parte del tavolo: la posta in gioco, per le coppie, è molto alta.

La posta in gioco è infatti la vita di un bambino che (si spera) nascerà.

Per affrontare nove mesi in questo stato d’animo, in balia di speranza, disperazione, mancanza e al tempo stesso amore per tutti i propri figli, è indispensabile ricevere sostegno.

Affiancare le madri, i loro bellissimi corpi (anche quando vissuti come rotti, sono belli lo stesso), i loro sogni e le loro paure; affiancare i padri, il loro “tenere duro”, il loro impotente e al tempo stesso smisurato desiderio di proteggere i loro figli e le loro compagne da non si sa bene cosa, purché stavolta vada tutto bene: questo è l’obiettivo che la nostra società distratta e giudicate dovrebbe assumere.

Questo è lo scopo del kintsugi.

L’ultima notte

sembrava non finire-

eppure è giorno!

Vincenzo Farina

Restituire valore.

Mettere insieme i pezzi, ricongiungerli con l’oro.

Creare spazi e narrazioni per ogni bambino.

Creare resilienza per i corpi delle madri, per le coppie travolte dal lutto, per i figli che verranno.

 

Questo articolo è estratto dall’antologia letteraria “Kintsugi” pubblicata  da Officina Grafica Editoriale per CiaoLapo Onlus nell’ambito del Concorso Letterario .

L’antologia è bella e buona: il ricavato delle vendite sostiene le attività di CiaoLapo!

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.