Leggere: dalla parola al pensiero

“Nuotiamo in un mare di parole, ci muoviamo in un oceano di simboli: qualcuno ne rimane attratto istintivamente, e si lascia sfiorare, qualcuno butta un occhio distratto continuando per la sua strada, qualcuno si lascia travolgere ed è in continuo mutamento: qualcuno infine passa semplicemente  oltre, sfuggente.”

 

Leggere è uno dei pochi verbi, insieme ad amare, che non ammette imperativo, dice Pennac con il suo solito, saggio (ed invidiabile) acume.

Eppure, nella mia lunga carriera di lettrice, iniziata precocemente quaranta anni fa con una smodata curiosità per l’oggetto libro prima e per i suoi contenuti poi, ho sentito spesso coniugare il verbo leggere all’imperativo: – Leggete di più! – veniva detto quotidianamente ai miei compagni di classe, non solo alle scuole elementari e medie, ma anche (persino!) durante i pomeriggi di giochi in cortile. Per non parlare dell’estiva ora del silenzio, durante la quale si era condannati a leggere, essendo tutto il resto, a parte il sonno, proibito.

Bisognava leggere, in autonomia, seduti al tavolo di cucina, o alla propria scrivania. Non importava cosa, purché si leggesse un libro. I fumetti non erano considerati letteratura, o comunque erano lettura e letteratura di serie B. Vedere un film non era considerato letteratura. I libri con troppe figure non erano considerati letteratura. I libri tematici (di macchinine, di barbie, di giochi all’aperto etc) non erano letteratura.

Leggere, per molti genitori nati negli anni del dopoguerra, era indissolubilmente associato ai libri di scuola e ai classici. Meglio se con poche figure e illustrazioni.

Per i genitori del mio quartiere leggere era un “sofferto” crocevia verso una posizione sociale migliore: appartenenti alla cosiddetta classe operaia nelle numerose aziende tessili pratesi, artigiani o piccoli commercianti i padri, quasi tutte casalinghe fermatesi alle scuole medie le mamme: quasi tutti (a braccio direi 7-8 su 10) assai desiderosi di offrire (oserei dire imporre) un avvenire migliore ai loro figli, possibile solo attraverso un maggior livello di istruzione. Leggere era quindi visto come un “sacrificio” necessario. Loro di solito non leggevano niente, nemmeno il quotidiano la mattina. Non era per loro, dicevano, non avevano tempo, dovevano lavorare, o riposarsi, o comunque, non dovevano leggere.

I figli, invece, dovevano: negli anni ottanta, quando ancora i pareri del medico e dell’insegnante per le famiglie avevano un valore, leggere faceva parte di una “prescrizione”, come prendere le vitamine: andava fatto, quando la famiglia ne riconosceva l’importanza, come compito. Non era ancora visto, o comunque non sempre, come un piacere e restava confinato a un dovere personale del bambino/ragazzo.

Si leggeva da soli. Non c’era quasi mai il diretto coinvolgimento delle famiglie, leggevano talvolta in occasioni speciali i nonni o le mamme (soprattutto ai piccolini che non avevano ancora conquistato la capacità di leggere autonomamente). Nelle case non c’erano le librerie, e quando c’erano, non c’era traccia di libri per bambini. (I libri, all’epoca, venivano buttati via, come fossero cartaccia, durante i traslochi, o nei passaggi tra infanzia e adolescenza o tra adolescenza ed età adulta: a pensarci, rabbrividisco). Raramente si leggeva ad alta voce e in gruppo, in famiglia, tra fratelli e tra amici. Anche le poesie entravano nelle case direttamente dalle antologie scolastiche, soprattutto dai classici, e si privilegiava ahimè la capacità di “ripeterle” a memoria: quasi mai si dava spazio alla capacità di leggerle con intenzione, interpretazione, musicalità. La musica, intesa come si intende l’educazione musicale oggi, non c’era. Ascoltare musica a scuola era facoltativo e lasciato alla discrezionalità della maestra, a casa si ascoltava la radio, e la musica “moderna”. Le librerie, per ragazzi erano pochissime in Italia e il settore per l’infanzia delle normali librerie era spesso confinato ad un piccolo angolo.

Noi lettori in erba degli anni ottanta con Topolino in una mano e il Corriere dei Piccoli sottobraccio, avevamo un bel daffare per coltivare la nostra impervia passione. Se i genitori non ci portavano in biblioteca, da soli non potevamo andare. I supermercati di allora non vendevano i libri per ragazzi. Le edicole nemmeno a parlarne. Per avere un libro nuovo, dovevi sperare di: avere una maestra illuminata e una scuola attrezzata di biblioteca scolastica; avere una famiglia che coltivasse la passione della lettura e per la letteratura per l’infanzia e ti portasse il sabato pomeriggio in biblioteca o nelle librerie specializzate; avere un carteggio frequente con Babbo Natale e distribuirne copia autografa a parenti fino al quarto grado, così da trovare più libri possibili sotto l’albero.

Dovevano ancora arrivare, purtroppo, le librerie per ragazzi distribuite a tappeto in tutto lo stivale, così come gli albi illustrati oggi storici ma in quegli anni elitari ed introvabili. Si affacciavano, timidi, i grandi autori italiani per ragazzi, distribuiti da apposite collane di vecchie e nuove case editrici. Mi piace ricordare Bianca Pitzorno, per le inenarrabili risate che ho fatto grazie alla sua Lavinia e anche Laura Orvieto, con le Storie della Storia del Mondo, che ho amato incondizionatamente.

Dovevano ancora arrivare i wordless picture book: ancora oggi restano di nicchia e sono visti con sospetto da famiglie e insegnanti (troppo da bambini!), per me rappresentano comunque la gustosa rivincita degli amanti dell’illustrazione sui puristi dei “veri” libri senza immagini e sono ricchissimi di opportunità anche nel lavoro con adolescenti e adulti.

Negli ultimi venti anni del secolo scorso, quando io ero bambina e poi adolescente, doveva ancora concretamente strutturarsi, con e dopo Rodari, un pensiero diffuso e comune di pedagogisti, insegnanti e famiglie, sul ruolo della letteratura per l’infanzia nella vita del bambino, del ragazzo e infine dell’adulto.

Non era ancora chiaro, oggi lo è molto di più grazie al capillare lavoro di pedagogisti, autori ed editori: la letteratura per l’infanzia ha la funzione tra le altre di favorire il pensiero critico e la capacità relazionale, sia intergenerazionale che tra i pari.

Quest’ultimo elemento per il mio lavoro è di primaria importanza, a fini didattici e pedagogici, ma anche a fini preventivi, psicoeducativi e propriamente terapeutici.

La storia della letteratura per l’infanzia muove i suoi passi due secoli fa, ma ha impiegato decine e decine di anni per arrivare all’orecchio delle famiglie, degli educatori di nido e degli insegnanti, troppo spesso arroccati su posizioni lontane dagli studi e dalle esperienze pedagogiche più moderne. La campagna di promozione della letteratura per l’infanzia come piacere condiviso in famiglia e a scuola, come occasione di sviluppo e di crescita, cognitiva, emotiva e sociale è ancora in corso e a mio avviso sarebbe opportuno coinvolgere direttamente i genitori almeno nella lettura a voce alta a scuola, così da creare una nuova figura per l’immaginario collettivo: quello degli adulti che si divertono leggendo, a scuola, per se stessi e per i loro ragazzi (si dice che l’educazione si faccia più con l’esempio che con le parole, credo ci sia molta verità in questa frase).

Si legge ancora troppo poco, spesso per dovere, e si ha ancora timore nei confronti dei nuovi linguaggi narrativi, amati e diffusi tra i ragazzi di oggi (i video che presentano i libri per bambini, i nuovi storytelling e le app. per i tablet sono un’esperienza multisensoriale avvincente e divertente, per grandi e piccini).

La parola e l’immagine sono ubiquitariamente distribuiti: se è vero che non si può non comunicare, è altrettanto vero che non si può nemmeno non ricevere comunicazioni, uditive, visive, tattili che siano; negli anni gli studiosi e alcune case editrici hanno iniziato a proporre alla popolazione un crescente patrimonio di letteratura per l’infanzia, ma manca ancora la confidenza nei nuovi linguaggi narrativi: si esplorano ancora troppo poco le aree dell’albo illustrato, impropriamente riservato soltanto ai piccolissimi, del fumetto e dei film / video. A scuola continua ad essere privilegiato il libro (indistintamente, basta che sia un libro a forma di libro), utilizzato talvolta, in assenza di un vero progetto pedagogico, anche per affrontare temi “complessi” al momento del bisogno (quando in classe c’è “il caso”, come mi disse tempo fa un’insegnante alle prese con un lutto di un’alunna). Esempi meravigliosi di letteratura per l’infanzia che affrontano il ciclo di vita, la malattia e il tema della morte, che sarebbero ottimi strumenti di lavoro e di crescita cognitiva ed emotiva del gruppo classe, rimangono spesso nei cassetti a impolverarsi. Nella mia esperienza professionale di formazione di operatori sanitari, educatori, pedagogisti e insegnanti, il ruolo della letteratura per l’infanzia è centrale anche per gli adulti, compresi i  genitori e i nonni. La letteratura per l’infanzia è dunque prezioso strumento non solo per i bambini ma anche per chi lavora con i bambini / famiglie e può beneficiare di linguaggi pedagogici e profondamente, rispettosamente, evocativi.

Sono stata una bambina lettrice incallita. Per me l’imperativo del verbo leggere era associato ad un esplicito divieto: smetti di leggere! Basta leggere! Se finisci anche questo, non te ne compro più fino a Sabato (ed era magari lunedì….). Ho letto da sempre (ci sono documenti fotografici che mi ritraggono seduta nel passeggino, con un libro in mano). Ho letto quando non potevo farlo: alle medie durante le ore di educazione tecnica, tenendo Anna dai Capelli Rossi dentro al manuale di tecnologia, e alle superiori, durante le noiose ore di filosofia, quando dovevo invece finire Sartre, con tutta l’urgenza che si ha a sedici anni. Ho letto mentre scrivevo le tesi, per distrarmi dai libri per la tesi. Ho letto in gravidanza, recuperando i miei libri preferiti e ricominciando a scrivere a Babbo Natale per recuperare i libri per l’infanzia usciti nel frattempo che ero diventata donna. Ho letto ai miei figli, in tandem con mio marito (ho scelto un marito bibliofilo ça va sans dire). Ho letto, e leggo ai miei pazienti, usando spesso la letteratura per l’infanzia come volano per accedere a mondi interni rimasti chiusi dentro e indicibili. Leggo ai miei discenti, quasi sempre molto adulti, quasi sempre molto stanchi per le loro routine lavorative: è incredibile vedere il potere trasformativo della letteratura per l’infanzia nei grandi.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”

 Antoine De Saint-Exupéry

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Il mio bambino è maleducato!

“È tutta una questione di buone abitudini!”

“Dipende  tutto dall’esempio che ha in casa..”

A noi genitori, si sa, piacerebbe infinitamente avere il controllo della situazione h24 365/365 (e perchè no, generazione dopo generazione, retroattivamente, persino) in un sacco di campi che riteniamo di nostro esclusivo dominio.

Tra questi campi d’azione genitoriale spicca il campo (di battaglia) dell’ “educazione dei figli“: un campo che, ad oggi, lascia più vinti che vincitori e più vittime che eroi, qualunque schieramento si voglia prendere in considerazione.

L’educazione è storicamente IL campo di battaglia genitoriale per antonomasia, perchè, si sa, le colpe dei figli ricadono sui padri e sulle madri ogni qual volta qualcuno, in qualche parte del globo pronuncia la fatidica frase “Sei un maleducato!“.

Se si è maleducati, anche se abbiamo 24 anni per gamba, la colpa principale è e resta dei genitori, i quali,  per legittima difesa, negli anni hanno tentato di scaricare la maggior parte possibile di responsabilità sulla scuola, sul sistema scolastico, sulle maestre, nel pietoso ma nobile tentativo di sfuggire all’equazione: figlio maleducato = genitore snaturato.

Il genitore quindi, nel diventare genitore, diventa anche, simultaneamente educatore: tutto questo avviene spesso senza avere in dotazione un bagaglio sufficiente di  nozioni di pedagogia o psicologia evolutiva, ma soltanto la propria esperienza di figlio, fratello, cugino, o amico.

Può anche accadere, soprattutto nelle società con un basso livello di natalità, che si diventi genitore senza avere MAI visto un neonato prima del nostro.

Noi genitori,  a volte incoscienti, a volte impavidi e spesso pieni di ancestrale sicumera ci arruoliamo volontariamente nell’esercito dei genitori-educatori, pronti a combattere  lotte senza fine e battaglie furibonde nello sterminato campo dell’educazione dei figli.

L’arruolamento inizia già con il test di gravidanza positivo, perchè la battaglia dell’Educazione, si sappia, si combatte fin da subito, essendo una lotta impari tra noi (i genitori inesperti e colpevoli fino a prova contraria di maleducazione) e loro.

Loro chi? Chi sono gli antagonisti dei genitori, quando si parla di educazione dei figli?

Loro sono una popolazione eterogenea, composita e di difficile classificazione. Per quanti sforzi un genitore faccia, troverà sempre qualcuno di “Loro” sul suo cammino verso l’educazione dei figli.

C’è sempre qualcuno pronto a intraprendere una battaglia all’ultima teoria pedagogica, siatene certi.

Un genitore sa che il suo mestiere è irto di incertezze, ma di una cosa può essere certo: qualunque cosa accada, non resterà mai solo ad annoiarsi sul campo di battaglia dell’educazione.

Non si può educare in assenza dell’educato: ecco che a volte, i nostri principali “avversari”  nella battaglia per l’educazione, quelli che danno più filo da torcere, sono i nostri figli, che ci costringono, con la loro presenza attiva, a vestire i panni del genitore, e simultaneamente quelli dell’educatore, facendo benissimo, va detto, la loro parte di antagonisti.

Per ogni genitore-educatore, c’è un figlio che in quanto tale, per contratto generazionale, esercita la nobile arte della maieutica tirando fuori dal proprio ascendente, di volta in volta, il meglio o il peggio.

Poco distanti ci sono i nonni, che oscillano tra due posizioni opposte: quella di  genitore senior esperto in consigli non richiesti (sottotitolo: figlio mio, non puoi essere anche genitore, perchè sei ancora il MIO bambino implume, lascia qua tuo figlio, che ci penso io) e quella del genitore sadico (sottotitolo: quel che è fatto è reso) del “eri così anche tu, te lo avevo detto che facevi meglio a non avere figli, d’altra parte da un melo non può nascere un fico”.

In questo contesto si parla di genitore accerchiato: l’imboscata è tesa, i nonni e i nipoti stretti in un’alleanza d’acciaio, rinsaldata a suon di gelati, figurine e altri strappi alla regola.

Le amiche, benedette le amiche nostre alleate di educazione filiale.

Se ne avete, tenetevele strette, perchè molte “amiche” , quando si tratta di indossare l’elmetto di genitore-educatore, perdono di vista tutto il resto, anche noi, e le nostre profonde occhiaie a due piazze.

Arrivano alla culla, le amiche del tempo che fu, con i loro petti  costellati di medaglie al valore, e le loro storie idilliache di sonni, allattamenti, svezzamenti, spannolinamenti, inserimenti, recite, poesie, premi letterari/artistici per il bambino più intelligente della contea, e pronunciano la frase: “Cava, se il TUO Luca Ebasta è come il mio PierNiccolGiorgio, non ti accorgerai neanche di averlo. (sorriso cortese di incoraggiamento)  Certo, molto dipende dal saper imporre le regole: PNG non avevo neanche espulso la placenta che già dormiva beato con la aupair nell’altra ala della clinica”.

Giusto per chiarire la questione: tra tuo figlio e Pierniccolgiorgio ci sono ben undici gradi di separazione, elevati al cubo.

Sul campo di battaglia dell’educazione imperversano anche gli ologrammi, tutti intorno a te, a portata di algoritmo: sono i blog, i giornali per genitori, i libri degli “esperti” in genitorialità, pieni di foto di mamme e papà armoniosi e sorridenti, che trovano sempre una soluzione montessoriana alle nefandezze dei loro figlioli, facendoci sentire dei genitori condannati all’esilio per incapacità cronica.

Dopo i blogs, ecco, in ordine sparso e casuale,  il nutrito esercito dei contro-educatori: quelli che la sanno più lunga, più facile, più giusta più bella di quella che sai tu, che te ne stai arrampicata sulle birkenstock tacco 12 millimetri e le ginocchia malferme, con il tuo fucilino a tappo, e le tasche zeppe di comet’hofattotidisfo.

Da lontano, i controeducatori, quelli che ce l’hanno con noi, genitori alle prime armi, con figli artisti della maieutica e quindi spesso urlanti e oppositivi, sembrano massimi esperti in allevamento della specie umana: hanno gli occhiali tondi e la bocca con l’angolino piegato in modo sprezzante, o hanno il camice, o scrivono libri di regole che non sembrano regole perchè le regole non vanno più di moda, o hanno allevato sei figli senza nemmeno un tablet o un videoregistratore con le vhs della disney, o fanno talmente tanta pubblicità sui loro servizi di consulenza per genitori da insinuarti il dubbio che tu debba per forza avere bisogno del loro “esperto” parere in allevamento della prole.

Poi li vedi da vicino, i controeducatori e scopri delle cose interessanti: sono tutti figli di qualcuno, e hanno combattuto la stessa battaglia che tu stai combattendo a ruoli invertiti, da figli; spesso sono anche genitori, e si sono trovati, prima di te, a solcare lo stesso campo di battaglia, ma non si ricordano più come ci si sente, o non vogliono ricordarselo, perchè preferiscono pensare di non avere mai avuto bisogno del tuo stesso fucilino a tappo e di non avere MAI pensato comet’hofattotidisfo; più spesso, ahimè, sono lì  di passaggio, non sanno nulla di genitorialità, di educazione, di allevamento della prole, perchè non hanno mai allevato nemmeno un pesce rosso, ma devono comunque dire la loro.

Ecco che allora, noi genitori con l’elmetto da educatore che combatte per non essere condannato a colpevole di maleducazione,  dovremmo riflettere su un paio di punti chiave:

  1. il rapporto genitori – figli può essere un’occasione di benessere e di apprendimento senza pari, e non nasce per essere percepito, vissuto o gestito come una lotta: per ciò che si sente dire in giro, si legge o si sperimenta al parco giochi, possiamo facilmente intuire come questa preziosa relazione possa trasformarsi, o essere trasformata per pressioni esterne, in lotta;
  2. il genitore è per forza anche educatore, se sceglie di crescere i suoi figli, ma le regole dei processi educativi non sono innate, non dipendono dalla buona volontà di genitori e figli e non dipendono nemmeno da una presunta “bravura” a fare il genitore: ricordiamoci che i bisogni dei bambini sono correlati con la loro evoluzione e il loro sviluppo, è naturale che cambino, si modifichino e a volte è naturale che occorra molto tempo per trovare una “quadra” in uno step evolutivo, senza che questo significhi che i genitori non sanno educare o che i bambini sono “cattivi”.
  3. il bambino nasce con alcune sue peculiari caratteristiche, indipendenti dall’educazione ricevuta  o dalla bravura dei genitori e spesso legate al temperamento, a come è fatta la mappa del suo cervello, soprattutto di quello emotivo e relazionale, e a qualche ramo dei nostri alberi genealogici (sì, anche quello della biscugina che soffriva di sonnambulismo e anche quello della suocera bugiarda); se siamo in grado di metterci in ascolto del nostro bambino e di noi stessi senza farci prendere dal senso di impotenza/fallimento/colpa, il percorso educativo sarà sicuramente più soddisfacente e ricco di successi.
  4. i genitori dovrebbero scegliersi validi alleati (il famoso villaggio per crescere un bambino è a forma di villaggio, non di trincea): prima di tutto i nostri primi alleati sono i nostri stessi figli, esperti di maieutica e in grado di tirare fuori da noi qualunque cosa. Sono i nostri massimi  ammiratori, (anche quando sembra di no) e si fidano di noi: investiamo il nostro tempo per scambiarci fiducia e cura, e non per dare il voto alla nostra bravura o efficacia; chiediamo sostegno e scambiamo esperienza con tutti coloro che riescono a tirare fuori il meglio di noi, senza farci sentire inadeguati, sbagliati, perdenti (anche se è scappato uno sculaccione o abbiamo urlato al supermercato, tra gli sguardi inorriditi dei controeducatori): se focalizzo il problema, e lo condivido, sarà più facile, la volta successiva, adottare soluzioni educative diverse da quella che abbiamo usato senza successo. La vergogna e il senso di inadeguatezza non ci insegnano a relazionarci coi nostri figli, figuriamoci  ad educarli.
  5. Se ponete un vostro quesito educativo e relazionale a una persona e quella persona utilizza il vostro problema per farvi la predica, brontolare, farvi notare le vostre mancanze, preconizzare la vostra disfatta, vendervi libri, manuali, corsi per diventare bravi genitori, ricordarvi che facevate schifo anche come figli o fratelli, beh, queste NON sono le persone giuste per lavorare con voi sull’educazione dei vostri bambini.

 

 

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Sulla letteratura per l’infanzia

La letteratura per l’infanzia è “oggetto misterioso e cangiante” di svariate riflessioni e ricerche, data la sua intrinseca difficoltà ad essere definita in modo univoco e unitario. Nata alla fine del seicento con La Fontaine e Perrault, si sviluppa tra settecento e ottocento per poi raggiungere i giorni nostri e le sue attuali (e molteplici) forme di espressione. Nel corso del tempo la letteratura per l’infanzia ha subito numerosi cambiamenti, a partire dai suoi “scopi”, che si sono modificati adattandosi al divenire dei contesti storici e culturali: si è passati da una letteratura precettistica, con una componente pedagogica fortemente direttiva, ad una letteratura finalmente centrata sull’infanzia, nel suo più profondo significato e nella sua più intima e universale natura. Lo “spartiacque” tra questi due mondi è riconosciuto in Pinocchio, la prima opera nella quale il bambino è rappresentato in quanto tale, al culmine delle sue infinite declinazioni e possibilità, ribellione inclusa.

La letteratura per l’infanzia è importante “specchio” del suo tempo, e specchio dei cambiamenti tra le diverse epoche storiche e le diverse generazioni: può essere definita letteratura “per” solo quando ha al centro il bambino, “lector in fabula” e “il suo discorso” (Pitzorno), quando arriva al bambino e ai suoi mondi con i linguaggi, le espressioni e i temi dei bambini. Negli anni molte proposte editoriali “per bambini”, che per bambini non erano, sono state rigettate dai bambini stessi, alla ricerca di storie curiose, di storie senza tempo, di immaginari e di possibili immedesimazioni. A Rodari e alle sue opere si deve il prezioso contributo di stimolare nei bambini il dialogo, l’osservazione, il confronto: il pensiero divergente, nato con Collodi, si struttura negli anni sessanta e si diffonde finalmente anche grazie a numerosi autori ed editori. Adulti curiosi ed osservatori, che sperimentano “le parole per dirlo” con e per i bambini: attraverso il libro diviene possibile toccare tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli edulcorati da altri media o ritenuti estranei al mondo dell’infanzia, “indicibili”, come la morte, la malattia, la violenza, la sessualità. Il libro per l’infanzia diviene dunque prezioso medium non solo per apprendere, ma anche per comprendere e comprendersi, con uno sguardo introspettivo estremamente prezioso per il bambino e il ragazzo, che viene invitato a fare un’esperienza multisensoriale ed esistenziale profonda intrinseca all’atto stesso del leggere.  Tale esperienza è un’esperienza che ritengo senza tempo e senza età: la letteratura per l’infanzia riguarda infatti anche i bambini piccoli e piccolissimi, in primis attraverso le loro famiglie: l’incontro con il libro e con “la storia” (anche quando è quasi senza parole, o “tutta di immagini”, o squisitamente semplice) diviene luogo privilegiato di comunicazione tra adulto e bambino, spazio nel quale è possibile perlustrare, soffermarsi, ascoltare ed esplorare, pagina dopo pagina.

Claudia Ravaldi

Medico Psichiatra e Psicoterapeuta. Perfezionata in Affective Neuroscience, Disturbi Alimentari dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Psicologia Clinica Perinatale e Linguaggi Narrativi e Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza.