Fiori nel deserto: il lutto perinatale

C’era a fianco del pozzo un vecchio muro di pietra in rovina.
Quando ritornai dal mio lavoro, l’indomani sera, vidi da lontano il mio piccolo principe che era seduto là sopra, le gambe penzoloni. Lo udii che parlava.
Un’altra voce senza dubbio gli rispondeva ma io… non vedevo né udivo l’altra persona.
«Non te ne ricordi più? Non è proprio qui. E’ proprio questo il giorno, ma non è qui il luogo. Verrai dove incominciano le mie tracce nella sabbia. Non hai che attendermi là. Ci sarò questa notte».
Ero a venti metri dal muro e non vedevo ancora nulla. «Hai del buon veleno? Sei sicuro di non farmi soffrire troppo
tempo?». Mi arrestai, il cuore stretto, non capivo. «Ora vattene, voglio ridiscendere!».

Allora anch’io abbassai gli occhi ai piedi del muro e feci un salto! C’era là, drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi.
Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lasciò scivolare
dolcemente nella sabbia, come un getto d’acqua che muore.

Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve. Avevo disfatto la sua sciarpa d’oro, gli avevo bagnato le tempie e l’avevo fatto bere.
Ed ora non osavo più domandargli niente. Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore. «Sono contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo motore, puoi ritornare a casa tua».
«Come lo sai?». «Anch’io oggi ritorno a casa… è molto più lontano… è molto più difficile». Sentivo che stava
succedendo qualche cosa di straordinario. Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo.

Aveva lo sguardo serio, perduto, lontano: «Ho la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la museruola». «Ometto caro, hai avuto paura…». «Avrò ben più paura questa sera…».
Mi sentii gelare di nuovo per il sentimento dell’irreparabile. E capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire più quel riso. Era per me come una fontana nel deserto. «Ometto, voglio ancora sentirti ridere…».
«Sarà un anno questa notte. La mia stella sarà proprio sopra al luogo dove sono caduto l’anno scorso…». «Ometto, dimmi che è stato un brutto sogno quella storia del serpente, dell’appuntamento e della stella…».
«Quello che è importante, non lo si vede… E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, è dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite. E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda… ti ricordi… era buona». «Certo…».
«Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo…». «Ah! ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!». «E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…». «Che cosa vuoi dire?». «Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per gli altri non sono che delle piccole luci. Per gli altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha… Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere! E quando ti sarai consolato, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo… Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…Questa notte… sai, non venire».

«Non ti lascerò».
«Sembrerà che io mi senta male… sembrerà un po’ che io muoia. E’ così. Non venire a vedere, non vale la pena…».
«Non ti lascerò».
«Ti dico questo… anche per il serpente. Non bisogna che ti morda…I serpenti sono cattivi. Ti può mordere per il piacere di…».
«Non ti lascerò».
«E’ vero che non hanno più veleno per il secondo morso…».
Quella notte non lo vidi mettersi in cammino. Si era dileguato senza far rumore. Quando riuscii a raggiungerlo
camminava deciso, con un passo rapido.

«Sei qui. Hai avuto torto. Avrai dispiacere. Sembrerò morto e non sarà vero…».


Io stavo zitto.


«Capisci? E’ troppo lontano. Non posso portare appresso il mio corpo. E’ troppo pesante».


Stavo zitto.


«Sarà come una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze…».


Io stavo zitto.
«Sarà bello, sai. Anch’io guarderò le stelle. Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere».


Io stavo zitto.

«Sarà talmente divertente! Tu avrai cinquecento milioni di sonagli, io avrò cinquecento milioni di fontane…».

Tacque anche lui perché piangeva.
«E’ là. Lasciami fare un passo da solo. Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo, ha quattro spine da niente per proteggersi dal mondo… Ecco, è tutto qui…».
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.

Sono passati sei anni.
Non ho mai raccontato questa storia. Al mio ritorno gli amici erano molto contenti di rivedermi vivo.
Ero triste.

Ora mi sono un po’ consolato, cioè, non del tutto.
Ma so che è ritornato nel suo pianeta perché al levar del giorno non ritrovai più il suo corpo. Non era un corpo molto pesante…
Ora la notte mi piace ascoltare le stelle. Sono come cinquecento milioni di sonagli… Ma ecco che accade una cosa straordinaria. Alla museruola disegnata per il piccolo principe, ho dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio! Non avrà mai potuto mettere la museruola alla pecora. Che cosa sarà successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha mangiato il fiore? E’ tutto un mistero. Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto
cambia…

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto, vi supplico, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è.

Ebbene, siate gentili! Non lasciatemi così triste: scrivetemi subito che è ritornato.

Antoine de Saint-Exupery – Il Piccolo Principe

La perdita di un figlio durante la gravidanza rappresenta una frattura esistenziale per la madre e la coppia, che richiede notevoli sforzi per adattarsi all’evento e poterlo poi elaborare. Per molti genitori quella morte è assimilabile alla morte di una persona cara adulta, e i connotati del lutto sono del tutto sovrapponibili tra questo tipo di lutto e altri tipi di perdite. L’elaborazione del lutto dura dai sei mesi ai due anni circa, e normalmente i genitori impiegano circa tre anni per ritornare ad un livello di serenità sovrapponibile a quello precedente alla perdita.

La nascita di un bambino morto è un grave evento traumatico, e come tutti i traumi maggiori può fungere da innesco per l’esordio di un disturbo mentale, soprattutto nelle madri e nei padri, ma anche in altri familiari, fratelli, nonni e zii compresi.

L’impegno emotivo, cognitivo e fisico per i genitori in lutto è molto alto, e lo stress adattativo è di notevole entità, al punto che nei primi mesi le energie della coppia vengono quasi tutte investite su questo problema.

È come se la coppia subisse uno stallo, fermandosi al confine tra il prima dell’attesa e il dopo del lutto.

Ci sono numerose e fisiologiche  differenze nell’elaborazione del lutto tra uomini e donne: ignorare queste differenze o attribuirle a disinteresse, eccessivo coinvolgimento, depressione o mancanza di un sentimento di lutto complicano l’elaborazione mandando in crisi la coppia, che può quindi essere a maggior rischio di separazione e divorzio: non a causa del lutto in sè, ma per la difficoltà a trovare un punto di incontro nell’affrontare il percorso di elaborazione successivo alla perdita.

La morte perinatale ha quindi un impatto catastrofico e gli operatori che accompagnano i genitori dalla diagnosi in poi dovrebbero esercitare una funzione di protezione e contenimento, al fine di evitare i danni secondari del lutto.

La corretta gestione dell’evento fin nelle sue prime fasi (il trauma ha spesso inizio al momento della diagnosi di morte) migliora l’outcome dei genitori e riduce gli effetti psichici a medio e lungo termine. L’assistenza ai genitori comprende un piano puramente medico/ostetrico (diagnosi induzione del parto, assistenza al parto, dimissioni, visite di follow up, visite pre – concezionali) e un piano psicologico/relazionale (assistenza alle diverse fasi del lutto e al recupero di un buon livello di benessere psicofisico).

È impossibile prescindere da una delle due componenti assistenziali, e sarebbe opportuno che gli operatori, appositamente formati, integrassero le loro competenze permettendo ai genitori di gestire nel modo più consapevole e più lucido possibile l’evento e le scelte ancora possibili rispetto alla gravidanza e al bambino. Tali scelte comprendono tutti i passi dall’induzione del travaglio all’incontro con il bambino, non ultimo il disbrigo delle diverse pratiche burocratiche inerenti la tumulazione.

Molti studi hanno sottolineato l’importanza di una corretta modalità di comunicazione operatori – genitori, evidenziando la necessità di un approccio rispettoso e accogliente dei genitori e di un’informazione corretta e per quanto possibile esauriente rispetto alle cause di morte e alle indagini necessarie.

Gli operatori vivono l’onda d’urto del lutto perinatale essendo direttamente coinvolti nel processo di cura: riportano notevole distress, avvertono un senso di difficoltà emotiva o di incapacità pratica (cosa dico? come mi comporto?). Il supporto nel lutto perinatale è una comune necessità dei genitori e degli operatori coinvolti: il lutto perinatale, inspiegabile e innaturale, evoca vissuti importanti, sia in chi deve portare cure in quel momento, sia in chi avrebbe bisogno di essere curato.

Il vissuto di morte, il vissuto di perdita e il sentore di vuoto incolmabile che si avverte quando muore un bambino è responsabile della difficoltà di adattamento da parte degli operatori, qualunque ruolo essi abbiano: il ginecologo in prima persona, chiamato ad assistere e a spiegare l’accaduto, l’ostetrica, che riveste un ruolo determinante nel supporto attivo alla donna e al parto, l’infermiera, l’anestesista, il pediatra e/o il neonatologo, persino l’anatomopatologo, chiamato a “chiudere il cerchio” e restituire il responso degli approfondimenti diagnostici fatti sul bambino.

In molti casi gli operatori, anziché integrarsi e partire da una base teorica e pratica comune, “si dividono”, “spezzettando” in senso metaforico l’assistenza: anziché accompagnare la donna e la sua famiglia nel doloroso compito di dover dire addio al suo bambino, con una regia condivisa e una visione d’equipe, si muovono sulla scena del sostegno senza alcun copione o sintonia con il resto del team: sono numerosi i genitori che riportano la confusione e lo stupore di avere ricevuto informazioni contrastanti e consigli completamente opposti e contraddittori da membri della stessa equipe. 

Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo in paradiso Rose lo farà nero di botte. Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea. Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato e perfettamente sveglio alle tre del mattino. Che se ne fa di un angelo? Si metterà a gridare se qualcuno le verrà ancora a dire di farne un altro, come se i bambini, le persone, fossero sostituibili.

C. Dunne – La metà di niente

Molte associazioni, tra cui le associazioni partner di CiaoLapo : International Stillbirth Alliance , Stillbirth and Neonatal Death Society con la loro lunga esperienza nel campo del sostegno in caso di lutto perinatale sottolineano la centralità della condivisione empatica e compassionevole del dolore espresso dai genitori, del dare dignità alla vita di un bambino anche se ha vissuto pochissimo, del comprendere le necessità e i bisogni dei genitori in quella particolare fase. CiaoLapo ha recepito per prima le guidelines internazionali e avviato una serie di campagne di formazione, informazione e ricerca per ridefinire l’assistenza psicologica nel lutto perinatale e strutturare linee guida adeguate al contesto culturale italiano.

La nostra esperienza di ricerca e di ascolto di circa cinquemila tra genitori ed operatori della salute materno infantile ha sottolineato che gli operatori e i genitori considerano l’ascolto, il tempo speso nel dare informazioni e nell’accompagnare nelle diverse fasi del percorso, l’assistenza al momento della diagnosi, del parto e dopo le dimissioni, l’integrazione delle diverse competenze, il rapporto con il territorio e con i gruppi di supporto, on line e dal vivo tra gli elementi centrali di una buona assistenza alla famiglia che ha perduto un bambino.

L’ascolto empatico ha di per sé un grandissimo valore terapeutico: molte madri seppur nel dolore possono riconoscere di essere state tutelate e protette, e questo facilita moltissimo l’instaurarsi di un buon percorso di lutto. Vedere le proprie emozioni rispecchiate e contenute in un operatore, riconoscerle come appropriate e non esagerate, aumenta tantissimo la sensazione di contenimento e la percezione di un proprio ruolo attivo nelle fasi di scelta e nel percorso di lutto.

L’operatore dovrebbe poter riconoscere le proprie emozioni ed i propri pensieri rispetto alla morte e al lutto perinatale, per evitare un possibile condizionamento nell’assistere le famiglie: spesso, per ritrosie personali, molti operatori consigliano la donna non per ciò che è importante per lei, ma per ciò che loro ritengono arbitrariamente giusto, ad esempio sullo spinoso tema del vedere e tenere in braccio il proprio bambino nato morto, dello svolgere la funzione religiosa, di come e quando intraprendere una nuova gravidanza. Va considerato che pur non esistendo una regola generale uguale per tutti, esiste sempre la possibilità di riflettere con quel genitore su cosa è meglio fare per lui in quel momento. Chiedersi cosa è meglio per lui, non significa scegliere noi al suo posto ciò che ci sembra più giusto, sostituendoci a lui, significa accompagnare il genitore a prendere la sua decisione, tenendo conto dei propri personali limiti relativamente al lutto, argomento scarsamente affrontato nei percorsi di formazione.

Molte donne riferiscono di essere state scoraggiate dagli operatori a vedere o prendere in braccio il bambino con frasi ambigue o ansiogene (potrebbe essere uno shock, potrebbe non superare il lutto, meglio che te lo ricordi come te lo sei immaginato), e di pagarne dopo anni le conseguenze. Fare il possibile per lasciare ai genitori un tempo e uno spazio per pensare al da farsi, rende le decisioni prese, qualunque esse siano, più obiettive e più serene, e riduce i futuri sensi di colpa e le immancabili recriminazioni (avrei potuto, non ho avuto il coraggio, sono stata una madre orribile…).

I protocolli proposti da CiaoLapo si concentrano sull’assistenza medica e psicologica nei diversi momenti clinicamente rilevanti: diagnosi, travaglio, parto, incontro con il bambino, la dimissione, le visite di follow up. Vengono fornite indicazioni precise su come prestare assistenza alla coppia e al bambino nato morto, e  agli altri familiari, nonni o fratellini. Avere una linea guida basata su studi, ricerche ed esperienze decennali è un buon punto di partenza per l’assistenza, ma resta sempre preferibile personalizzare le cure, adattandole alle esigenze personali di ciascuna coppia.

Concludendo, l’assistenza al lutto in gravidanza o dopo il parto richiede poche nozioni e molto lavoro sul proprio approccio con la morte, e sulla propria capacità di stare accanto al dolore acuto e traumatico. Il sostegno al lutto, sia per l’operatore che per il genitore, richiede la presenza di supporti informativi, di spazi adeguati di intervisione e di ascolto, di una rete integrata tra ospedale e territorio.

CiaoLapo e matermundi, insieme, si occupano del sostegno al lutto come parte essenziale per promuovere una corretta elaborazione e prevenire quando possibile il lutto complicato, il lutto congelato ed altre situazioni di area post-traumatica.

Approfondimenti

Ravaldi C., Piccoli Principi. Perdere un bambino in gravidanza o dopo il parto. Officina Grafica Editoriale 2014

Ravaldi C., Il sogno Infranto. Affrontare il lutto perinatale. Officina Grafica Editoriale 2016

Ravaldi C., La morte in-attesa. Officina Grafica Editoriale, 2016

Ravaldi C., Assistere la morte perinatale. Il ruolo del personale ospedaliero nel sostegno ai genitori e ai familiari in lutto. CiaoLapo, 2018

È arrivato il fratellino… e ora?

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Quando arriva un altro bambino, il sistema famiglia fisiologicamente cambia e si adatta: a cambiare non è soltanto, banalmente, il numero dei componenti, ma anche la relazione tra loro. Come già avvenuto con l’attesa del primogenito e il passaggio da coppia a triade (genitori e bambino), ecco che anche con l’arrivo del nuovo nato le relazioni iniziano fisiologicamente ed inevitabilmente a riadattarsi alla nuova situazione.

Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole.
Pablo Neruda, Se tu mi guardi

Le relazioni familiari sono intrecci dinamici e fluidi di tanti fili quanti sono i componenti della famiglia; a sua volta, ognuno dei fili è costituito da tanti fili quanti sono i componenti della famiglia d’origine da cui proveniamo, e così via, a ritroso. Ciascun filo è quindi un prodotto di intrecci e nodi: nell’incontro con “nuovi fili”, il buon esito dell’intreccio dipenderà da tanti fattori concomitanti. Tra questi, un fattore di grande importanza sarà rappresentato dalla materia, dalla foggia, dalla flessibilità del nostro filo personale, dalla nostra capacità di vedere i nodi, e di provare a scioglierli.

Ognuno di noi, in famiglia, porta infatti se stesso, come è e come vorrebbe essere, ma anche ciò che è stato, ciò che ha appreso e gli stili relazionali che ha vissuto e imparato. Anche quelli brutti, fonti di disagio, di condizionamenti e sofferenza.

Questo intreccio appare già complicato se parliamo di una triade: quando si aggiungono altri piccoli in famiglia nuovi fili, nuovi nodi, nuovi intrecci vanno a arricchire la mappa genealogica. A volte, gli intrecci scorrono dinamici e fluidi. Altre volte, compaiono nuovi nodi, più o meno facili da sciogliere.

L’arrivo di un fratello o di una sorella in famiglia è quindi un evento ad alto impatto emotivo per tutti: positivo o negativo che sia, il nuovo arrivo non può essere un evento neutro, o un non-evento.

Persino il nuovo arrivato, entrando in famiglia, sperimenta un intero universo relazionale al di fuori del suo mondo noto, che è prevalentemente rappresentato dalla pancia della sua mamma e dalla relazione con lei e con il suo cuore. Suoni, carezze, canti, luci, sono in fase prenatale i mediatori importanti della sua esperienza del mondo là fuori, così come lo sono i silenzi, l’ascolto, le chiusure, le ombre relazionali, i nodi e gli intrecci. I bambini nascono sapendo già molto di chi hanno intorno e portando il loro filo nell’intreccio generale.

Le aspettative, le paure, le gioie, le ambivalenze, fanno parte del “bagaglio a mano” dei nascituri: entrare a far parte di una famiglia implica affrontarne limiti e risorse, desideri e ambivalenze, ed è una lezione che dobbiamo imparare fin da subito, perchè questa lezione è la matrice del nostro personale filo relazionale, di ciò che porteremo in giro per tutta la vita. Ecco perchè dare rilevanza alla relazione prenatale della coppia e della coppia col bimbo è molto importante per sviluppare relazioni salutari, ed ecco perchè dovrebbe essere favorito ed accessibile l’ascolto onesto e profondo di tutti i membri della famiglia in attesa. Essere ascoltati ed ascoltarsi permette di favorire il giusto spazio al nascituro nella sua famiglia e consente alla famiglia di favorire spazi comodi per tutti.

Spoiler: non nasciamo imparati.

Non bastano il test positivo, la laurea in psicologia, avere letto cento libri e frequentato un costoso corso di accompagnamento alla nascita per “saper fare il genitore”. Non basta d’altro canto aver ricevuto abbondanti coccole, amore, baci, giocattoli, letture della sera a tema fratellino, rassicurazioni a palate e giornate speciali passate con il papà o la mamma in esclusiva per “saper fare il fratello maggiore”. Le cose bisogna viverle, giorno dopo giorno e imparare a sentirle nel profondo, a farle nostre, in modo consapevole: non basta voler essere bravi genitori o bravi fratelli, per essere davvero come desideriamo, o come gli altri si aspettano che dovremmo essere.

È più complicato di così: è umano. Rielaboriamo continuamente le nostre esperienze alla luce di sensazioni, emozioni e pensieri, reagiamo alle esperienze come sappiamo e come possiamo: non sempre ciò che ci accade produce le sensazioni attese. Non sempre conoscere razionalmente una cosa la rende facile da affrontare. È il caso dei cambiamenti, positivi o negativi, e delle emozioni che io chiamo maleducate, cioè le emozioni scomode, culturalmente mal viste: rabbia, vergogna, invidia, gelosia.

Le famiglie in attesa di un secondo o di un terzo figlio subiscono spesso numerose pressioni culturali, psicologiche e sociali rispetto a come si accoglie il nuovo arrivato, qual è il “giusto” comportamento da primogenito, che educazione dare ai figli e quali sono le regole implicite ed esplicite che governano le relazioni familiari tra fratelli. C’è molto poco spazio per ascoltare una gestante oggi, pochissimo spazio per aiutarla ad entrare in ascolto di sè stessa, ancora meno per aiutare la coppia e la triade a usufruire dello spazio di ascolto come terreno privilegiato per relazioni senza troppi nodi. Quando si ha a che fare con l’attesa di un secondogenito o di un terzogenito i feedback che arrivano dall’esterno sono prevalentemente di natura economico/organizzativa (Chi te li guarda? Come farai con due?) e di natura paternalistica (Sarà sicuramente geloso! Ora vedrai con due come si complicano le cose, per voi genitori!)

L’importante è che non sia geloso!

(il Lupo alla Lupa Capitolina, 770 a.c, circa)

Nella nostra società, macrocosmo formato da migliaia di microcosmi familiari, abbiamo un problema, serio, con l’ascolto.

Abbiamo un problema, anch’esso molto serio, con il silenzio. Dobbiamo parlare a tutti i costi, rispondere sempre e velocemente anche quando non ci è stato chiesto di rispondere e dire la nostra. Anche quando non sarebbe il caso.

Di fronte a una carrozzina con la pedana per il fratello maggiore incorporata, non riusciamo a fare a meno di fare illazioni. A volte, più saggiamente, chiediamo alla madre; altre volte, il piccolo Erode che è in noi chiede direttamente al fratello:

Ma seeeei conteeeeento che ti è arrivato il fratellinooooooo? È bravoooo? Sei gelosooooooooooo?

Forse molti di noi hanno fili relazionali costituiti dal 90% di gelosia; forse molti di noi sono così annodati nei loro fili relazionali genealogici che non riescono proprio a districarsi, nemmeno per un attimo: se potessero, certamente noterebbero che ognuno ha i suoi fili, e non necessariamente tutti patiscono gli stessi nodi. E allora, mi chiedo, da dove viene questo gusto per annodare le relazioni degli altri? A cosa ci serve, a noi adulti, sapere se Giacomo di tre anni e mezzo è geloso di Niccolò, sei mesi e dieci cacche al giorno?

A cosa ci serve chiedere alla mamma di Anna, sei anni e l’apparecchio ai denti, se “ha preso bene l’arrivo delle gemelle”, Lia e Lea, otto mesi di coliche e luci della ribalta perchè – sono U-G-U-A-L-I e i genitori devono saperlo, che forse non se ne sono accorti?

Infine: abbiamo detto che le relazioni familiari sono intrecci di fili in cui ciascun membro della famiglia porta se stesso, ciò che è stato e ciò che vuole essere: perchè continuiamo a pensare che le reazioni del figlio maggiore vs minore e viceversa siano irrimediabilmente derivate dalla “bravura” della mamma come mediatrice di conflitti internazionali? Chi l’ha detto che le madri per diventare madri debbano per forza avere un master in scienze politiche e mediazione d’urgenza? Un’antica leggenda italiana sancisce il ruolo centrale della madre nella gestione della diplomazia interna ed esterna alla famiglia: è la madre che con il suo comportamento “porta e mantiene” l’armonia in casa, nella coppia e tra la prole. Parlando di fratelli maggiori e fratellini, e parlando di gelosia, se i maggiori sono gelosi, è la madre che non ha assolto sufficientemente bene il suo compito di “paciera”. Non è un caso che in libreria ci siano più libri sulla gelosia dei fratellini e su come evitarla, che sul ruolo dei nonni, degli zii, dei datori di lavoro e dei vicini di casa nell’influenzare le relazioni genitori-figli. Le mamme vogliono essere madri sufficientemente buone e leggerebbero di tutto, pur di essere competenti: non così i nonni, i vicini di casa, i datori di lavoro, che della competenza relazionale, evidentemente non sanno cosa farsene.

Quando arriva il fratellino, la famiglia ha già tanto da fare, tra ascolto, intrecci, nuovi linguaggi e adattamenti. Non c’è tempo per i nodi degli altri. Non c’è spazio per gli annodatori professionisti di fili altrui. Le emozioni maleducate non sono maleducate: sono intrecci relazionali da dipanare con pazienza e fiducia. Basta avere il coraggio di accoglierle senza reprimerle.

A stare tra sorelle e fratelli si può continuare a essere bambini in eterno.
Banana Yoshimoto, Ricordi di un vicolo cieco

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Leggere: dalla parola al pensiero

“Nuotiamo in un mare di parole, ci muoviamo in un oceano di simboli: qualcuno ne rimane attratto istintivamente, e si lascia sfiorare, qualcuno butta un occhio distratto continuando per la sua strada, qualcuno si lascia travolgere ed è in continuo mutamento: qualcuno infine passa semplicemente  oltre, sfuggente.”

 

Leggere è uno dei pochi verbi, insieme ad amare, che non ammette imperativo, dice Pennac con il suo solito, saggio (ed invidiabile) acume.

Eppure, nella mia lunga carriera di lettrice, iniziata precocemente quaranta anni fa con una smodata curiosità per l’oggetto libro prima e per i suoi contenuti poi, ho sentito spesso coniugare il verbo leggere all’imperativo: – Leggete di più! – veniva detto quotidianamente ai miei compagni di classe, non solo alle scuole elementari e medie, ma anche (persino!) durante i pomeriggi di giochi in cortile. Per non parlare dell’estiva ora del silenzio, durante la quale si era condannati a leggere, essendo tutto il resto, a parte il sonno, proibito.

Bisognava leggere, in autonomia, seduti al tavolo di cucina, o alla propria scrivania. Non importava cosa, purché si leggesse un libro. I fumetti non erano considerati letteratura, o comunque erano lettura e letteratura di serie B. Vedere un film non era considerato letteratura. I libri con troppe figure non erano considerati letteratura. I libri tematici (di macchinine, di barbie, di giochi all’aperto etc) non erano letteratura.

Leggere, per molti genitori nati negli anni del dopoguerra, era indissolubilmente associato ai libri di scuola e ai classici. Meglio se con poche figure e illustrazioni.

Per i genitori del mio quartiere leggere era un “sofferto” crocevia verso una posizione sociale migliore: appartenenti alla cosiddetta classe operaia nelle numerose aziende tessili pratesi, artigiani o piccoli commercianti i padri, quasi tutte casalinghe fermatesi alle scuole medie le mamme: quasi tutti (a braccio direi 7-8 su 10) assai desiderosi di offrire (oserei dire imporre) un avvenire migliore ai loro figli, possibile solo attraverso un maggior livello di istruzione. Leggere era quindi visto come un “sacrificio” necessario. Loro di solito non leggevano niente, nemmeno il quotidiano la mattina. Non era per loro, dicevano, non avevano tempo, dovevano lavorare, o riposarsi, o comunque, non dovevano leggere.

I figli, invece, dovevano: negli anni ottanta, quando ancora i pareri del medico e dell’insegnante per le famiglie avevano un valore, leggere faceva parte di una “prescrizione”, come prendere le vitamine: andava fatto, quando la famiglia ne riconosceva l’importanza, come compito. Non era ancora visto, o comunque non sempre, come un piacere e restava confinato a un dovere personale del bambino/ragazzo.

Si leggeva da soli. Non c’era quasi mai il diretto coinvolgimento delle famiglie, leggevano talvolta in occasioni speciali i nonni o le mamme (soprattutto ai piccolini che non avevano ancora conquistato la capacità di leggere autonomamente). Nelle case non c’erano le librerie, e quando c’erano, non c’era traccia di libri per bambini. (I libri, all’epoca, venivano buttati via, come fossero cartaccia, durante i traslochi, o nei passaggi tra infanzia e adolescenza o tra adolescenza ed età adulta: a pensarci, rabbrividisco). Raramente si leggeva ad alta voce e in gruppo, in famiglia, tra fratelli e tra amici. Anche le poesie entravano nelle case direttamente dalle antologie scolastiche, soprattutto dai classici, e si privilegiava ahimè la capacità di “ripeterle” a memoria: quasi mai si dava spazio alla capacità di leggerle con intenzione, interpretazione, musicalità. La musica, intesa come si intende l’educazione musicale oggi, non c’era. Ascoltare musica a scuola era facoltativo e lasciato alla discrezionalità della maestra, a casa si ascoltava la radio, e la musica “moderna”. Le librerie, per ragazzi erano pochissime in Italia e il settore per l’infanzia delle normali librerie era spesso confinato ad un piccolo angolo.

Noi lettori in erba degli anni ottanta con Topolino in una mano e il Corriere dei Piccoli sottobraccio, avevamo un bel daffare per coltivare la nostra impervia passione. Se i genitori non ci portavano in biblioteca, da soli non potevamo andare. I supermercati di allora non vendevano i libri per ragazzi. Le edicole nemmeno a parlarne. Per avere un libro nuovo, dovevi sperare di: avere una maestra illuminata e una scuola attrezzata di biblioteca scolastica; avere una famiglia che coltivasse la passione della lettura e per la letteratura per l’infanzia e ti portasse il sabato pomeriggio in biblioteca o nelle librerie specializzate; avere un carteggio frequente con Babbo Natale e distribuirne copia autografa a parenti fino al quarto grado, così da trovare più libri possibili sotto l’albero.

Dovevano ancora arrivare, purtroppo, le librerie per ragazzi distribuite a tappeto in tutto lo stivale, così come gli albi illustrati oggi storici ma in quegli anni elitari ed introvabili. Si affacciavano, timidi, i grandi autori italiani per ragazzi, distribuiti da apposite collane di vecchie e nuove case editrici. Mi piace ricordare Bianca Pitzorno, per le inenarrabili risate che ho fatto grazie alla sua Lavinia e anche Laura Orvieto, con le Storie della Storia del Mondo, che ho amato incondizionatamente.

Dovevano ancora arrivare i wordless picture book: ancora oggi restano di nicchia e sono visti con sospetto da famiglie e insegnanti (troppo da bambini!), per me rappresentano comunque la gustosa rivincita degli amanti dell’illustrazione sui puristi dei “veri” libri senza immagini e sono ricchissimi di opportunità anche nel lavoro con adolescenti e adulti.

Negli ultimi venti anni del secolo scorso, quando io ero bambina e poi adolescente, doveva ancora concretamente strutturarsi, con e dopo Rodari, un pensiero diffuso e comune di pedagogisti, insegnanti e famiglie, sul ruolo della letteratura per l’infanzia nella vita del bambino, del ragazzo e infine dell’adulto.

Non era ancora chiaro, oggi lo è molto di più grazie al capillare lavoro di pedagogisti, autori ed editori: la letteratura per l’infanzia ha la funzione tra le altre di favorire il pensiero critico e la capacità relazionale, sia intergenerazionale che tra i pari.

Quest’ultimo elemento per il mio lavoro è di primaria importanza, a fini didattici e pedagogici, ma anche a fini preventivi, psicoeducativi e propriamente terapeutici.

La storia della letteratura per l’infanzia muove i suoi passi due secoli fa, ma ha impiegato decine e decine di anni per arrivare all’orecchio delle famiglie, degli educatori di nido e degli insegnanti, troppo spesso arroccati su posizioni lontane dagli studi e dalle esperienze pedagogiche più moderne. La campagna di promozione della letteratura per l’infanzia come piacere condiviso in famiglia e a scuola, come occasione di sviluppo e di crescita, cognitiva, emotiva e sociale è ancora in corso e a mio avviso sarebbe opportuno coinvolgere direttamente i genitori almeno nella lettura a voce alta a scuola, così da creare una nuova figura per l’immaginario collettivo: quello degli adulti che si divertono leggendo, a scuola, per se stessi e per i loro ragazzi (si dice che l’educazione si faccia più con l’esempio che con le parole, credo ci sia molta verità in questa frase).

Si legge ancora troppo poco, spesso per dovere, e si ha ancora timore nei confronti dei nuovi linguaggi narrativi, amati e diffusi tra i ragazzi di oggi (i video che presentano i libri per bambini, i nuovi storytelling e le app. per i tablet sono un’esperienza multisensoriale avvincente e divertente, per grandi e piccini).

La parola e l’immagine sono ubiquitariamente distribuiti: se è vero che non si può non comunicare, è altrettanto vero che non si può nemmeno non ricevere comunicazioni, uditive, visive, tattili che siano; negli anni gli studiosi e alcune case editrici hanno iniziato a proporre alla popolazione un crescente patrimonio di letteratura per l’infanzia, ma manca ancora la confidenza nei nuovi linguaggi narrativi: si esplorano ancora troppo poco le aree dell’albo illustrato, impropriamente riservato soltanto ai piccolissimi, del fumetto e dei film / video. A scuola continua ad essere privilegiato il libro (indistintamente, basta che sia un libro a forma di libro), utilizzato talvolta, in assenza di un vero progetto pedagogico, anche per affrontare temi “complessi” al momento del bisogno (quando in classe c’è “il caso”, come mi disse tempo fa un’insegnante alle prese con un lutto di un’alunna). Esempi meravigliosi di letteratura per l’infanzia che affrontano il ciclo di vita, la malattia e il tema della morte, che sarebbero ottimi strumenti di lavoro e di crescita cognitiva ed emotiva del gruppo classe, rimangono spesso nei cassetti a impolverarsi. Nella mia esperienza professionale di formazione di operatori sanitari, educatori, pedagogisti e insegnanti, il ruolo della letteratura per l’infanzia è centrale anche per gli adulti, compresi i  genitori e i nonni. La letteratura per l’infanzia è dunque prezioso strumento non solo per i bambini ma anche per chi lavora con i bambini / famiglie e può beneficiare di linguaggi pedagogici e profondamente, rispettosamente, evocativi.

Sono stata una bambina lettrice incallita. Per me l’imperativo del verbo leggere era associato ad un esplicito divieto: smetti di leggere! Basta leggere! Se finisci anche questo, non te ne compro più fino a Sabato (ed era magari lunedì….). Ho letto da sempre (ci sono documenti fotografici che mi ritraggono seduta nel passeggino, con un libro in mano). Ho letto quando non potevo farlo: alle medie durante le ore di educazione tecnica, tenendo Anna dai Capelli Rossi dentro al manuale di tecnologia, e alle superiori, durante le noiose ore di filosofia, quando dovevo invece finire Sartre, con tutta l’urgenza che si ha a sedici anni. Ho letto mentre scrivevo le tesi, per distrarmi dai libri per la tesi. Ho letto in gravidanza, recuperando i miei libri preferiti e ricominciando a scrivere a Babbo Natale per recuperare i libri per l’infanzia usciti nel frattempo che ero diventata donna. Ho letto ai miei figli, in tandem con mio marito (ho scelto un marito bibliofilo ça va sans dire). Ho letto, e leggo ai miei pazienti, usando spesso la letteratura per l’infanzia come volano per accedere a mondi interni rimasti chiusi dentro e indicibili. Leggo ai miei discenti, quasi sempre molto adulti, quasi sempre molto stanchi per le loro routine lavorative: è incredibile vedere il potere trasformativo della letteratura per l’infanzia nei grandi.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”

 Antoine De Saint-Exupéry

Il mio bambino è maleducato!

“È tutta una questione di buone abitudini!”

“Dipende  tutto dall’esempio che ha in casa..”

A noi genitori, si sa, piacerebbe infinitamente avere il controllo della situazione h24 365/365 (e perchè no, generazione dopo generazione, retroattivamente, persino) in un sacco di campi che riteniamo di nostro esclusivo dominio.

Tra questi campi d’azione genitoriale spicca il campo (di battaglia) dell’ “educazione dei figli“: un campo che, ad oggi, lascia più vinti che vincitori e più vittime che eroi, qualunque schieramento si voglia prendere in considerazione.

L’educazione è storicamente IL campo di battaglia genitoriale per antonomasia, perchè, si sa, le colpe dei figli ricadono sui padri e sulle madri ogni qual volta qualcuno, in qualche parte del globo pronuncia la fatidica frase “Sei un maleducato!“.

Se si è maleducati, anche se abbiamo 24 anni per gamba, la colpa principale è e resta dei genitori, i quali,  per legittima difesa, negli anni hanno tentato di scaricare la maggior parte possibile di responsabilità sulla scuola, sul sistema scolastico, sulle maestre, nel pietoso ma nobile tentativo di sfuggire all’equazione: figlio maleducato = genitore snaturato.

Il genitore quindi, nel diventare genitore, diventa anche, simultaneamente educatore: tutto questo avviene spesso senza avere in dotazione un bagaglio sufficiente di  nozioni di pedagogia o psicologia evolutiva, ma soltanto la propria esperienza di figlio, fratello, cugino, o amico.

Può anche accadere, soprattutto nelle società con un basso livello di natalità, che si diventi genitore senza avere MAI visto un neonato prima del nostro.

Noi genitori,  a volte incoscienti, a volte impavidi e spesso pieni di ancestrale sicumera ci arruoliamo volontariamente nell’esercito dei genitori-educatori, pronti a combattere  lotte senza fine e battaglie furibonde nello sterminato campo dell’educazione dei figli.

L’arruolamento inizia già con il test di gravidanza positivo, perchè la battaglia dell’Educazione, si sappia, si combatte fin da subito, essendo una lotta impari tra noi (i genitori inesperti e colpevoli fino a prova contraria di maleducazione) e loro.

Loro chi? Chi sono gli antagonisti dei genitori, quando si parla di educazione dei figli?

Loro sono una popolazione eterogenea, composita e di difficile classificazione. Per quanti sforzi un genitore faccia, troverà sempre qualcuno di “Loro” sul suo cammino verso l’educazione dei figli.

C’è sempre qualcuno pronto a intraprendere una battaglia all’ultima teoria pedagogica, siatene certi.

Un genitore sa che il suo mestiere è irto di incertezze, ma di una cosa può essere certo: qualunque cosa accada, non resterà mai solo ad annoiarsi sul campo di battaglia dell’educazione.

Non si può educare in assenza dell’educato: ecco che a volte, i nostri principali “avversari”  nella battaglia per l’educazione, quelli che danno più filo da torcere, sono i nostri figli, che ci costringono, con la loro presenza attiva, a vestire i panni del genitore, e simultaneamente quelli dell’educatore, facendo benissimo, va detto, la loro parte di antagonisti.

Per ogni genitore-educatore, c’è un figlio che in quanto tale, per contratto generazionale, esercita la nobile arte della maieutica tirando fuori dal proprio ascendente, di volta in volta, il meglio o il peggio.

Poco distanti ci sono i nonni, che oscillano tra due posizioni opposte: quella di  genitore senior esperto in consigli non richiesti (sottotitolo: figlio mio, non puoi essere anche genitore, perchè sei ancora il MIO bambino implume, lascia qua tuo figlio, che ci penso io) e quella del genitore sadico (sottotitolo: quel che è fatto è reso) del “eri così anche tu, te lo avevo detto che facevi meglio a non avere figli, d’altra parte da un melo non può nascere un fico”.

In questo contesto si parla di genitore accerchiato: l’imboscata è tesa, i nonni e i nipoti stretti in un’alleanza d’acciaio, rinsaldata a suon di gelati, figurine e altri strappi alla regola.

Le amiche, benedette le amiche nostre alleate di educazione filiale.

Se ne avete, tenetevele strette, perchè molte “amiche” , quando si tratta di indossare l’elmetto di genitore-educatore, perdono di vista tutto il resto, anche noi, e le nostre profonde occhiaie a due piazze.

Arrivano alla culla, le amiche del tempo che fu, con i loro petti  costellati di medaglie al valore, e le loro storie idilliache di sonni, allattamenti, svezzamenti, spannolinamenti, inserimenti, recite, poesie, premi letterari/artistici per il bambino più intelligente della contea, e pronunciano la frase: “Cava, se il TUO Luca Ebasta è come il mio PierNiccolGiorgio, non ti accorgerai neanche di averlo. (sorriso cortese di incoraggiamento)  Certo, molto dipende dal saper imporre le regole: PNG non avevo neanche espulso la placenta che già dormiva beato con la aupair nell’altra ala della clinica”.

Giusto per chiarire la questione: tra tuo figlio e Pierniccolgiorgio ci sono ben undici gradi di separazione, elevati al cubo.

Sul campo di battaglia dell’educazione imperversano anche gli ologrammi, tutti intorno a te, a portata di algoritmo: sono i blog, i giornali per genitori, i libri degli “esperti” in genitorialità, pieni di foto di mamme e papà armoniosi e sorridenti, che trovano sempre una soluzione montessoriana alle nefandezze dei loro figlioli, facendoci sentire dei genitori condannati all’esilio per incapacità cronica.

Dopo i blogs, ecco, in ordine sparso e casuale,  il nutrito esercito dei contro-educatori: quelli che la sanno più lunga, più facile, più giusta più bella di quella che sai tu, che te ne stai arrampicata sulle birkenstock tacco 12 millimetri e le ginocchia malferme, con il tuo fucilino a tappo, e le tasche zeppe di comet’hofattotidisfo.

Da lontano, i controeducatori, quelli che ce l’hanno con noi, genitori alle prime armi, con figli artisti della maieutica e quindi spesso urlanti e oppositivi, sembrano massimi esperti in allevamento della specie umana: hanno gli occhiali tondi e la bocca con l’angolino piegato in modo sprezzante, o hanno il camice, o scrivono libri di regole che non sembrano regole perchè le regole non vanno più di moda, o hanno allevato sei figli senza nemmeno un tablet o un videoregistratore con le vhs della disney, o fanno talmente tanta pubblicità sui loro servizi di consulenza per genitori da insinuarti il dubbio che tu debba per forza avere bisogno del loro “esperto” parere in allevamento della prole.

Poi li vedi da vicino, i controeducatori e scopri delle cose interessanti: sono tutti figli di qualcuno, e hanno combattuto la stessa battaglia che tu stai combattendo a ruoli invertiti, da figli; spesso sono anche genitori, e si sono trovati, prima di te, a solcare lo stesso campo di battaglia, ma non si ricordano più come ci si sente, o non vogliono ricordarselo, perchè preferiscono pensare di non avere mai avuto bisogno del tuo stesso fucilino a tappo e di non avere MAI pensato comet’hofattotidisfo; più spesso, ahimè, sono lì  di passaggio, non sanno nulla di genitorialità, di educazione, di allevamento della prole, perchè non hanno mai allevato nemmeno un pesce rosso, ma devono comunque dire la loro.

Ecco che allora, noi genitori con l’elmetto da educatore che combatte per non essere condannato a colpevole di maleducazione,  dovremmo riflettere su un paio di punti chiave:

  1. il rapporto genitori – figli può essere un’occasione di benessere e di apprendimento senza pari, e non nasce per essere percepito, vissuto o gestito come una lotta: per ciò che si sente dire in giro, si legge o si sperimenta al parco giochi, possiamo facilmente intuire come questa preziosa relazione possa trasformarsi, o essere trasformata per pressioni esterne, in lotta;
  2. il genitore è per forza anche educatore, se sceglie di crescere i suoi figli, ma le regole dei processi educativi non sono innate, non dipendono dalla buona volontà di genitori e figli e non dipendono nemmeno da una presunta “bravura” a fare il genitore: ricordiamoci che i bisogni dei bambini sono correlati con la loro evoluzione e il loro sviluppo, è naturale che cambino, si modifichino e a volte è naturale che occorra molto tempo per trovare una “quadra” in uno step evolutivo, senza che questo significhi che i genitori non sanno educare o che i bambini sono “cattivi”.
  3. il bambino nasce con alcune sue peculiari caratteristiche, indipendenti dall’educazione ricevuta  o dalla bravura dei genitori e spesso legate al temperamento, a come è fatta la mappa del suo cervello, soprattutto di quello emotivo e relazionale, e a qualche ramo dei nostri alberi genealogici (sì, anche quello della biscugina che soffriva di sonnambulismo e anche quello della suocera bugiarda); se siamo in grado di metterci in ascolto del nostro bambino e di noi stessi senza farci prendere dal senso di impotenza/fallimento/colpa, il percorso educativo sarà sicuramente più soddisfacente e ricco di successi.
  4. i genitori dovrebbero scegliersi validi alleati (il famoso villaggio per crescere un bambino è a forma di villaggio, non di trincea): prima di tutto i nostri primi alleati sono i nostri stessi figli, esperti di maieutica e in grado di tirare fuori da noi qualunque cosa. Sono i nostri massimi  ammiratori, (anche quando sembra di no) e si fidano di noi: investiamo il nostro tempo per scambiarci fiducia e cura, e non per dare il voto alla nostra bravura o efficacia; chiediamo sostegno e scambiamo esperienza con tutti coloro che riescono a tirare fuori il meglio di noi, senza farci sentire inadeguati, sbagliati, perdenti (anche se è scappato uno sculaccione o abbiamo urlato al supermercato, tra gli sguardi inorriditi dei controeducatori): se focalizzo il problema, e lo condivido, sarà più facile, la volta successiva, adottare soluzioni educative diverse da quella che abbiamo usato senza successo. La vergogna e il senso di inadeguatezza non ci insegnano a relazionarci coi nostri figli, figuriamoci  ad educarli.
  5. Se ponete un vostro quesito educativo e relazionale a una persona e quella persona utilizza il vostro problema per farvi la predica, brontolare, farvi notare le vostre mancanze, preconizzare la vostra disfatta, vendervi libri, manuali, corsi per diventare bravi genitori, ricordarvi che facevate schifo anche come figli o fratelli, beh, queste NON sono le persone giuste per lavorare con voi sull’educazione dei vostri bambini.

 

 

Letto per voi: Non è te che aspettavo

Cosa succede quando si aspetta un bambino?

Cosa succede nella mente delle madri e in quella dei padri, mentre il bambino prende forma e cresce?

Qual è il confine tra bambino immaginato, che cresce e prende spazio nella mente dei genitori e bambino reale, così com’è?

 

Numerosi psicologi negli anni hanno proposto le loro riflessioni su cosa accade nella mente delle coppie in attesa, azzardato ipotesi, ipotizzato teorie: lo sforzo di molti, ad oggi, ha portato contributi interessanti per approfondire il tema della psicologia perinatale, ma non ha ovviamente fornito risposte sufficienti per soddisfare le variegate domande intorno al percorso di genitorialità, di attesa e di incontro col bambino.

Per fortuna, direi.

Perchè non tutto si può misurare, non tutto si può spiegare, molto, moltissimo però si può comprendere, anche nella sua peculiare unicità, anche quando è un vissuto unico, o raro, o scarsamente riproducibile perchè troppo complesso.

Ogni relazione diadica (madre-figlio) e  triadica (madre-figlio-padre) si sviluppa quindi in modo unico, non  del tutto consapevole, sfuggendo spesso a ripetuti quanto goffi tentativi di “classificazione” “spiegazione” “inquadramento teorico” delle teorie psicologiche su materno, paterno e genitorialità.

Le coppie attendono i figli in arrivo senza conoscerli. Dei figli, conoscono spesso il desiderio, e poco altro. Il poco altro è spesso dato dal percorso diagnostico, dalle ecografie, dalle mappe genetiche. Ben poca cosa, rispetto alla complessità di un essere umano, del suo temperamento, del suo carattere, dell’impatto che il neonato ha ed avrà nella relazione.

C’è tutto un mondo da costruire, ed è un mondo relazionale di grande importanza per la salute dei genitori e del bambino.

I genitori, dunque, attendono. Attendono i loro figli mentre essi stessi si formano e si strutturano,  come atto di fede. Ecco che mentre il bambino in divenire diviene, i genitori nelle loro menti fioriscono di progetti, di rispecchiamenti con i loro genitori, di desideri, di limiti, di paure, di sogni, di incredulità, di scaramanzie, persino.

Appena il bambino si manifesta al mondo, e avviene l’incontro, il compito della nuova triade è quello di conoscersi e ri-conoscersi, tessendo una trama di continuità tra il bambino immaginato e questo bambino in carne ed ossa.

Alcuni percorsi di genitorialità sono più sfuggenti di altri ai tentativi di categorizzare, semplificare, spiegare. Alcuni percorsi, sono dei veri tabù, soprattutto in alcune culture.  Non se ne parla, se non per frasi fatte, per slogan, per stereotipi. Chi vive quell’esperienza, quindi, impara presto sulla sua pelle il peso dell’assenza di risorse, di informazioni e di sostegno. Chi si sente solo, alle prese con un problema contingente, difficilmente trova giovamento infatti dalle classificazioni e dagli inquadramenti teorici.

Il fulmine a ciel sereno

Questo è il caso della diagnosi di patologia del bambino atteso: la diagnosi può arrivare durante l’attesa  o essere scoperta dopo la nascita.

In ambedue le situazioni, per i genitori si tratta sempre di un “fulmine a ciel sereno”, che va a colpire prima il costrutto del bambino immaginato e poi il bambino reale e la relazione con lui.

Il fulmine apre dunque uno squarcio, tra progetto ideale e realtà.

Uno squarcio in cui il dolore, e ce lo descrive benissimo Lucia Aite in Culla di Parole, invade tutto lo spazio possibile e occupa il posto della relazione con il bambino, per un tempo considerevole (quel tempo in cui le menti dovrebbero essere impegnate a riconoscere, accogliere, nutrire il legame e validarlo).

Affrontare questo argomento in modo esteso sarebbe cosa buona e giusta, in modo da offrire il massimo supporto possibile ai genitori alle prese con una diagnosi dolorosa. Purtroppo il tema del bambino affetto da patologia è un tema complesso, che evoca emozioni molte volte difficili da gestire e si associa, abbiamo detto a stereotipi e frasi fatte. Sostanzialmente, dopo una diagnosi importante, molti genitori annaspano tra la nuova realtà, l’assenza di punti di sostegno e semplificazioni inutili e spesso offensive rispetto alla loro storia personale e al loro personale percorso.

Cercare di comprendere cosa succede nella mente dei genitori quando il bambino immaginato e quello reale sono distanti tra loro molte decine di gradi di separazione è un impegno che dovremmo assumerci.

A volte i due bambini si presentano così distanti l’uno dall’altro da risultare irriconoscibili (“Non è possibile, non è vero, il mio bambino non ha nulla, vi siete sbagliati”; “questo non è il Mio bambino”).

L’impegno per i genitori è molto gravoso: accedere alla nuova realtà, imparare a maneggiarla e al tempo stesso, imbastire una nuova relazione, “sufficientemente” buona, con il bambino reale.

A questo punto, molti di noi si immedesimano nella “sventurata” situazione, che risulta troppo carica emotivamente per essere affrontata con la giusta misura e il giusto sostegno. In queste storie, le emozioni prevalenti sono spesso quelle del pietismo, della commiserazione, dell’imbarazzo per quei genitori “così sfortunati“. In questo stato, non è possibile offrire un sostegno appropriato.

I genitori, infatti, avrebbero bisogno del solito, buon, vecchio, inflazionato e spesso caduto in disuso villaggio.

Quel famoso villaggio che accoglie, testimonia, sostiene, rispetta, nutre e protegge. Protegge dal divampare di emozioni estreme, che sono arginabili solo se non stigmatizzate, solo se guardate in faccia, in tutta la loro violenza.

Ecco che, quando non si ha a disposizione un villaggio di persone, dobbiamo trovare altri spazi protetti: in questo, i libri svolgono una funzione di primaria importanza, perchè permettono ai genitori di entrare in contatto con una parte della loro storia a volte troppo ingombrante per essere pensabile e dicibile. Leggersi attraverso le storie degli altri permette un accesso controllato al nostro vissuto.

Non è te che aspettavo

Fabien Toulmé è uno scrittore, ma è anche un genitore. 

Fabien usa il suo linguaggio professionale, il fumetto, per donarci una bellissima graphic novel, Non è te che aspettavo, che racconta la sua storia di padre alle prese con una diagnosi post natale importante.

Fabien, con l’arte propria dei veri scrittori, ci fa entrare nel mondo dei genitori alle prese con il rovesciamento di prospettiva dell’attesa, e ci descrive cosa succede quando la storia immaginata va scritta daccapo, e le parole pensate vanno corrette alla luce della nuova realtà.

Ce lo racconta in un alternarsi di tavole e di episodi che affrontano l’esperienza dell’attesa, dell’incontro, del dubbio, della realtà, dello shock e di ciò che segue ad una cattiva notizia, quando la cattiva notizia riguarda un figlio e dunque ti riguarda, in quanto genitore.

Ce lo racconta con una franchezza e un’onestà intellettuale preziose, senza nascondere i “cattivi pensieri” che lo colgono, e le criticità che la coppia genitoriale affronta quando si scopre disallineata rispetto al da farsi, rispetto a come entrare in relazione con la piccola Julia, rispetto alla gestione della sorellina più grande.

“Non è stato facile, non mi è piaciuto per niente, ma ecco cosa ho imparato, ecco cosa ho scoperto di me e della mia famiglia”.

A partire da: 10 anni

Specialmente consigliato per: gli operatori perinatali, gli amici di coppie che hanno affrontato una diagnosi difficile, gli insegnanti.

Super consigliato per: le coppie che scoprono la patologia di un loro bambino e si sentono travolti dall’incertezza e dall’ignoto.

 

 

Lettura e processi neurocognitivi

Gli effetti della lettura sul neurosviluppo sono ormai noti da molto tempo, e numerosi sono gli studi che confermano l’importanza della lettura per la salute dei bambini da un lato e della relazione genitori figli dall’altro.

Nel saggio “La parola incantata. Poesia per bambini: quale come, perché” di Franco Cambi e nell’articolo “Le narrazioni nella mente dei bambini” di Calabrese, gli autori pongono l’accento sui processi neuro-cognitivi che vanno a favorire lo sviluppo e a strutturare quella che Imbasciati definirebbe l’unità mente – cervello del bambino.

Da molti anni utilizzo la narrazione e leggo poesie per affrontare argomenti culturalmente “scomodi” (la paura, il dolore, la rabbia, il lutto, la patologia mentale, i traumi ed i conflitti in genere).

Ho lavorato con gruppi di neomamme e con classi di scuola primaria: il feedback dei bambini durante i progetti di lettura che ho proposto si allinea con quanto scritto da Cambi e Calabrese. La

poesia, così come le storie narrate e condivise, anche quando affrontano argomenti “tabù”, modulano e favoriscono nel bambino (singolo e in gruppo) l’esperienza dell’apprendimento ma anche della strutturazione del sé e del “sé con l’altro”. Immaginare, narrare mondi alternativi e far “fiorire” ipotesi da verificare e integrare nell’esperienza personale (propria e del gruppo dei pari) arricchisce infatti non solo il piano dell’esperienza, ma anche il piano della “progettualità”: il bambino che incontra la poesia o ascolta la narrazione di una storia crea mondi immaginari da cui trae infiniti spunti attualizzanti, in uno scambio incessante e fecondo tra il proprio mondo interno in fieri e i mondi là fuori.

Recenti studi concordano nel valorizzare l’apprendimento favorito dall’adulto di riferimento come base di sviluppo non solo cognitivo ma anche emotivo del bambino (l’empatia allocentrica di cui parla Calabrese, ma anche le abilità di mind-reading sono possibili grazie all’utilizzo della narrazione in un contesto relazionale “sicuro”), e illustrano la bidirezionalità propria del neurosviluppo: il bambino “riceve” dall’esterno, codifica, integra sulla base dei suoi schemi cognitivi per poi “restituire” un “quid” che è un prodotto originale di incessanti costruzioni e decostruzioni: questo “lavoro” avviene massimamente nella fascia d’età che va dalla nascita ai sei anni: epoca feconda di possibilità nella quale il ruolo dell’adulto è essere una “base sicura” per esplorare i mondi possibili, immaginare quelli impossibili, fare ritorno e poi ripartire.

Kintsugi

L’arte del Kintsugi e il lutto perinatale

Riflessioni sulla perdita, la trasformazione e la rinascita

Claudia Ravaldi e Alfredo Vannacci

Kintsugi è un termine giapponese difficilmente traducibile in Italiano, perchè espressione di un concetto poco 

familiare per la nostra cultura.

Kintsugi è un termine composto da due parole:  “oro” e “riunire”.

Si utilizza il termine kintsugi quando vogliamo descrivere la disciplina artistica del ricomporre oggetti di ceramica dopo che si sono rotti, per restituire loro una nuova, più preziosa “vita”.

Il concetto di kintsugi nasconde un significato simbolico molto profondo, ed adatto per riflessioni più ampie sull’uomo, la vita, le avversità e la resilienza.

Nel kintsugi infatti non basta “ricomporre” gli oggetti rotti per farli “funzionare” di nuovo. Tutte le riparazioni sono effettuate con materiale pregiato (oro o argento) e hanno due nobili obiettivi: l’obiettivo di restituire l’oggetto alla sua funzione primaria (quella di tazza, di vaso, di vassoio) unito al nobile obiettivo di rivelare, e non “nascondere” o negare, i punti di rottura.

Con questa tecnica le imperfezioni non vengono mascherate, nascoste o minimizzate, ma valorizzate, per quanto possibile come parte integrante del soggetto.

Le cicatrici nel kintsugi non si nascondono, ma si curano e si coccolano.

Le cicatrici si amano, potremmo dire.

Il kintsugi dunque rende “belle” le cicatrici degli oggetti di uso comune. Cicatrici talmente profonde, se pensiamo ad una tazza rotta o ai cocci di un piatto, da rendere “inutilizzabile” l’oggetto.

Inservibile.

Da buttare.

Sgradevole alla vista.

Prima del processo del kintsugi, prima di “riunire con l’oro”, ciò che è rotto resta rotto: espropriato della sua funzione e della sua identità (un vaso rotto non è un vaso, era un vaso, adesso che si è rotto, è solo un insieme di cocci, pallido ricordo di ciò che è stato).

Prima del kintsugi non ci sono cicatrici, non ci sono funzioni residue, non ci sono “bellezze” da esprimere. C’è solo un mucchietto di cocci informi.

Con il kintsugi, lavoro paziente che richiede delicatezza, competenza, dedizione, i frammenti ricongiunti riportano l’oggetto alla sua funzione, effettiva o simbolica, e avvalorano con l’oro l’avvenuta trasformazione, senza negare l’accaduto e senza negare l’identità nucleare del soggetto.  Nel kintsugi, le cicatrici post-traumatiche, al momento giusto, diventano parte integrante del soggetto.

Ero un vaso prezioso – sono stato rotto – sono stato ricongiunto – sono stato impreziosito – sono un vaso prezioso.

Kintsugi valorizza ciò che potrebbe essere visto come “qualcosa da buttare”.

Kintsugi riabilita con nobiltà e amore il concetto di cicatrice, come “parte” del sé che può essere vista. Che può essere narrata.

La cicatrice è riconosciuta come parte “degna” del soggetto andato in frantumi e poi ricomposto.

Ciascuno di noi, nella vita, colleziona un numero imprecisato di “cicatrici”, nel corpo o nella mente – anima. 

Il lutto stesso, secondo Racamier, è una ferita, che va pulita e aperta con cura affinché possa esitare in una cicatrice  sana.

Per trasformare le ferite in cicatrici, e per avere delle “belle” cicatrici, è importante prestare molta cura alle ferite. È importante avere rispetto delle proprie ferite e avere la pazienza di prendersi cura giorno dopo giorno delle cicatrici.

Quando la ferita si chiude, resta comunque la cicatrice, a simboleggiare l’avvenuto trauma.

Le cicatrici ci parlano di qualcosa che viene da lontano, di qualcosa che è avvenuto, un trauma, un danno, che nel tempo, con pazienza e cura, è stato “riparato”.

La cicatrice rimane come simbolo di un percorso, a volte semplice e lineare a volte tortuoso e irto di ostacoli (soprattutto nelle ferite della psiche).

Nella nostra cultura, le cicatrici si associano spesso ad emozioni appartenenti all’area della vergogna, dell’imbarazzo o della colpa. Mostrare agli altri le proprie cicatrici, del corpo o dell’anima, è un atto non scontato. Guardare le proprie cicatrici,  allo stesso modo, richiede una grande quantità di lavoro, di accettazione, di forza. Oppure, come ci suggerisce il kintsugi, richiede un deciso cambio di prospettiva. Richiede la fermezza di accogliere la cicatrice come parte di sé. E valorizzarla.

Quando abbiamo indetto il nostro quinto concorso “Le Parole dell’Amore 2017”, abbiamo chiesto ai partecipanti di affrontare un tema difficile e poco esplorato: abbiamo chiesto di parlare del percorso che dal lutto perinatale porta le famiglie a intraprendere una nuova gravidanza. Volevamo ascoltare linguaggi, espressioni, narrazioni intorno a questo tema: volevamo dare voce ad un’esperienza psichica e fisica vissuta ogni anno da migliaia di donne nel nostro paese, nell’indifferenza generale.

Il mito del “nuovo bambino” che “nascerà sano”, “dopo tutto ciò che avete passato” è spesso tutto ciò che la nostra società ha da dire sulle gravidanze successive a un lutto perinatale.

Gravidanze, vale la pena di ricordare, che avvengono nel corpo rotto delle madri in lutto.

Il corpo non è davvero rotto (spesso, anzi, è un corpo sano, privo della minima traccia di patologia), ovviamente.

Ma le donne spesso, si percepiscono come “rotte”. Incapaci di portare avanti una gravidanza, incapaci di garantire la sopravvivenza del bambino che stanno gestando. Se lo dicono, allo specchio. Se lo dicono, nei gruppi di ascolto.

Ce lo diciamo, a denti stretti, in un sussurro.

Che a nessuno piace pensarsi “difettato”.

Le gravidanze successive iniziano spesso in questo clima di ferite, cicatrici ancora fresche, vergogna per corpi ritenuti rotti e per culle vuote: sono percorsi estremi, in balia di desiderio e terrore. 

Le gravidanze successive sono speranza e disperazione all’unisono.

Sono scommesse contro il destino, la natura, Dio e chi altro si trovi dall’altra parte del tavolo: la posta in gioco, per le coppie, è molto alta.

La posta in gioco è infatti la vita di un bambino che (si spera) nascerà.

Per affrontare nove mesi in questo stato d’animo, in balia di speranza, disperazione, mancanza e al tempo stesso amore per tutti i propri figli, è indispensabile ricevere sostegno.

Affiancare le madri, i loro bellissimi corpi (anche quando vissuti come rotti, sono belli lo stesso), i loro sogni e le loro paure; affiancare i padri, il loro “tenere duro”, il loro impotente e al tempo stesso smisurato desiderio di proteggere i loro figli e le loro compagne da non si sa bene cosa, purché stavolta vada tutto bene: questo è l’obiettivo che la nostra società distratta e giudicate dovrebbe assumere.

Questo è lo scopo del kintsugi.

L’ultima notte

sembrava non finire-

eppure è giorno!

Vincenzo Farina

Restituire valore.

Mettere insieme i pezzi, ricongiungerli con l’oro.

Creare spazi e narrazioni per ogni bambino.

Creare resilienza per i corpi delle madri, per le coppie travolte dal lutto, per i figli che verranno.

 

Questo articolo è estratto dall’antologia letteraria “Kintsugi” pubblicata  da Officina Grafica Editoriale per CiaoLapo Onlus nell’ambito del Concorso Letterario .

L’antologia è bella e buona: il ricavato delle vendite sostiene le attività di CiaoLapo!

Dieta e fertilità

Alcuni alimenti possono influenzare la nostra fertilità: ecco quali

Articolo a cura del Prof Alfredo Vannacci Neurofarba, Università di Firenze

Soia

La soia è una eccellente fonte di proteine vegetali e può essere considerata in linea generale uno dei migliori “sostituti” vegetali della carne, nelle varie forme in cui si trova in commercio: fagioli di soia, “latte” di soia, tofu, miso, tempeh, fino ai prodotti pronti a base di derivati della soia.

Questo legume è però anche fonte di fitoestrogeni (genisteina e daidveina in particolari, i cosiddetti “isoflavoni”) che possono giocare un ruolo duplice in termini di fertilità. Se da un lato una alimentazione ricca di derivati della soia può avere effetti positivi sulla regolarizzazione del ciclo femminile e sulla fertilità, l’uso abbondante di alimenti contenenti genisteina è da sconsigliare nei giorni immediatamente precedenti e successivi all’ovulazione perché tale sostanza può interferire con la corretta motilità e capacitazione degli spermatozoi.

Messaggio da ricordare:

Sì agli alimenti a base di soia come fonte di proteine vegetali, ma evitare il loro uso intensivo nei giorni dell’ovulazione.

I crostacei

Il pesce ed i crostacei sono una buona fonte di proteine animali, essendo contemporaneamente poveri di grassi saturi e di colesterolo. In una alimentazione non vegetariana, la maggioranza delle proteine animali dovrebbe provenire dal pesce, il cui consumo non dovrebbe essere inferiore ad una volta a settimana (questo ovviamente non escludendo le fonti vegetali di proteine). Il pesce è anche un’ottima fonte di acidi grassi polinsaturi il cui ruolo nel sostenere la fertilità e nel favorire lo sviluppo intrauterino specialmente del sistema nervoso è ampiamente riconosciuto. I migliori alimenti in questo senso sono il tonno, i gamberetti, i crostacei ed il salmone, pesce che ha la caratteristica di possedere grandi quantità di tessuto grasso, ma ricco di acidi grassi benefici (l’unica fonte alternativa di origine vegetale ai grassi polinsaturi omega-3 del pesce sono i semi di lino).
Nella assunzione regolare di pesce è opportuno fare attenzione al suo potenziale inquinamento con mercurio. Per tale ragione sarà necessario assumere pesce della cui origine e adeguatezza alimentare siamo ragionevolmente sicuri.

Messaggio da ricordare:

Assumere pesce e crostacei almeno una volta a settimana. Se si segue una dieta vegetariana, assumere olio di lino o semi di lino in abbondante quantità.

Vitamine, minerali e oligoelementi

In primo luogo una cosa importante da sottolineare è che i livelli raccomandati di assunzione di vitamine, minerali, oligoelementi e altri nutrienti devono essere preferibilmente raggiunti attraverso una dieta varia e ricca di frutta e verdura freschi e di stagione, ricorrendo alla integrazione e alla supplementazione soltanto quando strettamente necessario. Ciò vale anche per il concepimento, la gravidanza e l’allattamento, condizioni nelle quali si consiglia sì l’utilizzo di specifici integratori, ma senza che questi debbano essere considerati come sostituti di una dieta varia e integrata.

Le vitamine a cui si fa in genere maggiormente riferimento parlando di fertilità sono quelle del gruppo B, in particolare l’acido folico; 400mcg al giorno di acido folico sono infatti consigliati per la prevenzione dei difetti del tubo neurale, sia durante la gravidanza sia nei mesi del concepimento. Oltre all’effetto benefico sullo sviluppo fetale, l’acido folico sembra anche essere in grado di sostenere la fertilità, dal momento che sono da tempo noti casi reversibili di infertilità in donne con bassi livelli di questa vitamina, risolti con la sua supplementazione [Dawson et al, Br J Obst Gynecol, 1982]. Dato che anche altre vitamine del gruppo B come la vitamina B6 (piridossina) e la vitamina B12 hanno mostrato qualche effetto sulla fertilità [Sanfilippo et al, Int J Fertil, 1991; Hargrove et al, Infertility, 1979], così come la vitamina C ha mostrato un effetto positivo sia sull’ovulazione che sulla produzione endogena di progesterone [Igarashi, Int J Fertil, 1977; Henmi et al, Fertil Steril, 2003], appare ragionevole consigliare durante il periodo del concepimento l’assunzione di un integratore multivitaminico che contenga tutte queste vitamine, insieme a minerali ed oligoelementi. Tra questi, il selenio, il rame ed il ferro sembrano essere i più importanti in termini riproduttivi.
L’approccio basato sull’utilizzo di una integrazione multipla di vitamine, minerali e oligoelementi a basse dosi, deve essere preferibile rispetto all’uso di dosi massicce di singoli elementi. Tale integrazione si è infatti dimostrata in grado di aumentare la fertilità sia nelle donne che negli uomini in studi clinici controllati e randomizzati, migliorando anche i risultati delle tecniche di fecondazione assistita [Czeizel et al, Int J Vitamin Nutr Res, 1996; Tremellen et al, Aust N Z J Obstet Gynecol, 2007].

Messaggio da ricordare:

Nella fase del concepimento è buona norma associare ad una alimentazione ricca di frutta e verdura di stagione un integratore multivitaminico con oligoelementi e minerali, acidi grassi polinsaturi e inositolo, che contenga almeno 400 mcg di acido folico.

 

Per ulteriori dettagli ed approfondimenti si consiglia di rivolgersi a un medico, un dietista o un nutrizionista esperti in alimentazione e fertilità, i quali saranno in grado di definire il programma alimentare più adeguato alla vostra condizione individuale.

 

Letture consigliate

  • Kim Han et al. “Fertility Facts, Hunreds of tips for getting pegnant”, Chronicle Books, San Francisco, USA 2008
  • Alan R. Gaby. “Nutritional Medicine”, Fritz Perlberg Publishing Concord, NH USA, 2011
  • Paul Pitchford. “Healing with whole foods. Asian Traditions and Modern Nutrition”, North Atlantic Books, USA, 2002

 

Sulla letteratura per l’infanzia

La letteratura per l’infanzia è “oggetto misterioso e cangiante” di svariate riflessioni e ricerche, data la sua intrinseca difficoltà ad essere definita in modo univoco e unitario. Nata alla fine del seicento con La Fontaine e Perrault, si sviluppa tra settecento e ottocento per poi raggiungere i giorni nostri e le sue attuali (e molteplici) forme di espressione. Nel corso del tempo la letteratura per l’infanzia ha subito numerosi cambiamenti, a partire dai suoi “scopi”, che si sono modificati adattandosi al divenire dei contesti storici e culturali: si è passati da una letteratura precettistica, con una componente pedagogica fortemente direttiva, ad una letteratura finalmente centrata sull’infanzia, nel suo più profondo significato e nella sua più intima e universale natura. Lo “spartiacque” tra questi due mondi è riconosciuto in Pinocchio, la prima opera nella quale il bambino è rappresentato in quanto tale, al culmine delle sue infinite declinazioni e possibilità, ribellione inclusa.

La letteratura per l’infanzia è importante “specchio” del suo tempo, e specchio dei cambiamenti tra le diverse epoche storiche e le diverse generazioni: può essere definita letteratura “per” solo quando ha al centro il bambino, “lector in fabula” e “il suo discorso” (Pitzorno), quando arriva al bambino e ai suoi mondi con i linguaggi, le espressioni e i temi dei bambini. Negli anni molte proposte editoriali “per bambini”, che per bambini non erano, sono state rigettate dai bambini stessi, alla ricerca di storie curiose, di storie senza tempo, di immaginari e di possibili immedesimazioni. A Rodari e alle sue opere si deve il prezioso contributo di stimolare nei bambini il dialogo, l’osservazione, il confronto: il pensiero divergente, nato con Collodi, si struttura negli anni sessanta e si diffonde finalmente anche grazie a numerosi autori ed editori. Adulti curiosi ed osservatori, che sperimentano “le parole per dirlo” con e per i bambini: attraverso il libro diviene possibile toccare tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli edulcorati da altri media o ritenuti estranei al mondo dell’infanzia, “indicibili”, come la morte, la malattia, la violenza, la sessualità. Il libro per l’infanzia diviene dunque prezioso medium non solo per apprendere, ma anche per comprendere e comprendersi, con uno sguardo introspettivo estremamente prezioso per il bambino e il ragazzo, che viene invitato a fare un’esperienza multisensoriale ed esistenziale profonda intrinseca all’atto stesso del leggere.  Tale esperienza è un’esperienza che ritengo senza tempo e senza età: la letteratura per l’infanzia riguarda infatti anche i bambini piccoli e piccolissimi, in primis attraverso le loro famiglie: l’incontro con il libro e con “la storia” (anche quando è quasi senza parole, o “tutta di immagini”, o squisitamente semplice) diviene luogo privilegiato di comunicazione tra adulto e bambino, spazio nel quale è possibile perlustrare, soffermarsi, ascoltare ed esplorare, pagina dopo pagina.

La nascita

Come nascono i bambini?

Questa domanda è sicuramente nella top ten delle domande più richieste.

Le risposte a questa domanda sono spesso molto superficiali “dalla pancia” molto sbrigative “dalla patata o con il cesario” e quasi sempre insoddisfacenti, sia per i bambini che le pongono, che per molti giovani e giovani adulti (“io figli non ne voglio perchè non voglio essere squartata” o “io farò il cesareo come mia madre perchè si sente troppo male”).

Come nascono i bambini è quindi, ancora, un tabù (riponiamo speranze in youtube e nelle madri che condividono le loro storie di parto).

Questo tabù, che ha radici lontane, ma robuste, ce lo trasciniamo dietro…fin dalla nostra nascita.

Si parla poco di parto in generale, si parla pochissimo del proprio parto (almeno degli aspetti strettamente corporei e sensoriali), ancor meno della propria nascita. Quando si parla di parto, spesso se ne parla per evocare ricordi traumatici non elaborati, o solo parzialmente risolti, più raramente in modo estatico e trionfante.

Come si viene al mondo, rimane per molti un mistero.

Per alcuni, si tratta di un procedimento meccanico, come da “manuale”, si nasce fin dalla notte dei tempi, è una cosa normale, non bisogna farci tante storie sopra (!);  per molte donne, ahimè, è ancora oggi una questione di “bravura” e “fortuna”: solo se sei “brava” o “fortunata” puoi partorire al meglio. Quindi il parto è ancora per molte persone, per molte partorienti e per molti sanitari qualcosa che accade, senza che si possa avere più di tanta voce in capitolo.

Invece.

Invece il parto è un’esperienza importante per la madre e per il bambino che non andrebbe mai banalizzata, semplificata, meccanizzata, in quanto esperienza intrinseca a chi la vive, nel qui ed ora, in grado di influenzare il benessere della persona a breve medio e lungo termine.

Quindi non bisognerebbe arrivare al parto circondati di arcaico mistero.

Non bisognerebbe nemmeno arrivare al parto come si arriva alla selezione per le Olimpiadi, perchè non è una “prestazione”.

Non bisognerebbe arrivare al parto disinformati, o ignari di come funzionano le cose. Le cose fisiche, le cose psichiche, e l’eterno intreccio tra le due.

Avere una buona cultura generale sul parto e sul ruolo nel parto della donna e del suo cerchio (partner, amica, doula, operatori sanitari) è molto importante in termini di prevenzione e di promozione della salute e dovrebbe riguardare TUTTI: non solo l’ostetrica, non solo la gravida.

Negli ultimi quindici anni, per fortuna, qualcosa sta cambiando: le donne son più libere di esprimersi su questo tema in modo aperto e si riuniscono, sia sul web che dal vivo per parlare di sessualità, gravidanza e parto con più naturalezza rispetto al passato.

Anche le ostetriche stanno facendo un importante lavoro di educazione sociale e di rete intorno alle madri, e finalmente, si comincia ad affrontare l’argomento parto ben prima di arrivare … in sala parto!

Come per tutti gli argomenti della fisiologia umana, anche il parto è un tema troppo vasto per essere affrontato in un post.

Vediamo allora con l’ostetrica Dianora Torrini gli aspetti “tecnici” del parto, lasciando quelli emotivi ad un post successivo.

Il Periodo Espulsivo

Quando la dilatazione è completa e la mamma inizia a sentire voglia di spingere siamo arrivati al periodo espulsivo. (Nota dell’autrice: all’inizio non ci si crede, che arriverà, ma poi arriva: abbiate fiducia!).

Durante questa fase le spinte durante la contrazioni permettono al bambino di scendere nel canale da parto.

Non ci sono posizioni obbligatorie da assumere: scegli la posizione che è per te più confortevole.

Fase di transizione

Si individua tra la dilatazione completa ed il periodo espulsivo.
Il corpo ti segnala l”imminente separazione dal tuo bambino.

Anche in questa fase si attiva il sistema di attacco-fuga e, se si verifica l’”attacco”, i premiti iniziano improvvisi e forti e si può avvertire paura e disorientamento iniziale.

Se si verifica invece la “fuga” si ha un rallentamento del travaglio, assenza di premiti, bisogno di aspettare un po’ di tempo e quando sarai pronta i premiti inizieranno causando un’espulsione rapida. Questa modalità è caratterizzata da una diminuzione dell’attività contrattile durante quale la madre può riposarsi, recuperare energie per affrontare l’ultima fase.

I fondamenti della legge dello sfintere

Gli sfinteri escretori, cervicali, vaginali funzionano meglio nell’intimità e in un luogo privato, ad esempio un bagno con una porta e la chiave o una camera nella quale sia impossibile o improbabile entrare

Questi sfinteri non possono essere aperti a piacimento né reagiscono a un comando (tipo “spingi!” o “rilassa!”)

Quando lo sfintere di una persona entra nel processo di apertura è possibile che si chiuda all’improvviso se il soggetto si arrabbia, è spaventato, umiliato, o impacciato.

Perché? Perché alti livelli di adrenalina nel sangue non favoriscano (talvolta addirittura bloccano) l’apertura degli sfinteri.

Lo stato di rilassamento della bocca e della mascella è direttamente correlato alla capacità della cervice, della vagina e dell’ano di aprirsi completamente

da La gioia del parto, Ina May Gaskin

COSA FARE?

LE POSIZIONI
Durante tutto il travaglio è necessario muoversi, sperimentare innumerevoli posizioni, per riuscire a trovare quella più comoda che ti permetta di affrontare al meglio le contrazioni, ricordandosi che non è detto che quella che preferisci all’inizio del travaglio possa rimanere tale a metà percorso o quando inizia il bisogno di spingere. Questo accade perché il bambino cambia posizione e si muove all’interno dell’utero e del canale vaginale, perché il dolore all’inizio può esser percepito a livello lombare e successivamente, col progredire del travaglio, invece più a livello della pancia. Non c’è una posizione perfetta, giusta o corretta, devi provare e riprovare.
Inoltre, tutte le posizioni che non siano quelle supine permettono casino online una maggiore efficacia delle contrazioni sulle modificazioni e la dilatazione del collo dell’utero, aumentano l’intensità (non la percezione dolorosa) e la durata delle contrazioni riducendone la frequenza, permettono una maggior mobilità del bacino e ed inoltre permettono al bambino di trovare la posizione più facile per entrare nel canale da parto per compiere tutti i suoi movimenti e sfruttare al meglio lo spazio che deve percorrere.

LA SPINTA
Non esiste un modo di spingere giusto o sbagliato, inizialmente la sensazione di spingere sarà vaga e soltanto quando la testa del bambino arriverà a premere sui muscoli del perineo la voglia di spingere diventerà impellente, irrefrenabile ed incoercibile che non può essere assolutamente trattenuta.
All’inizio sentirai i premiti solo all’apice della contrazione in seguito (quando il bambino è sceso di più) li avvertirai durante tutta la contrazione che comincia con la spinta e non più con il dolore.

Probabilmente in questa ultima fase sentirai il bisogno di emettere suoni o gridare; non c’è nessun bisogno di inibire queste sensazioni cercando di fare silenzio. Inoltre può accadere che l’intestino si svuoti quando la testa del bambino preme sul retto oppure dovrai vomitare. Alcune donne si vergognano o si sentono inibite nel lasciarsi andare a questi riflessi naturali in presenza di altre persone. L’ostetrica è abituata a queste situazioni perchè è normale che ciò avvenga ed anzi, è preso come un segno positivo di imminenza del parto. La persona che accompagna e sostiene la donna (partner, marito, amica/o, sorella, fratello, mamma…) spesso è posizionata vicina alla testa della donna e non vede queste reazioni corporee spontanee.


E IL BAMBINO?

Il bambino inizia la sua discesa nel canale uterino e vaginale grazie alle spinte e alle contrazioni, per scendere deve compiere un movimento a spirale per poter sfruttare al meglio lo spazio del canale da parto.
Quando la testa del bambino scendendo inizia a distendere i muscoli del pavimento pelvico e della vagina stimola ulteriormente il rilascio di ossitocina. Quando la testa raggiunge il perineo è normale provare una sensazione di bruciore, come un cerchio di fuoco e anche questa volta si ha un picco di ossitocina che mantiene la voglia di spingere e assicura una certa quantità di ossitocina nell’organismo dopo la nascita. In questo momento sarai ansiosa di spingere forte fuori il tuo bambino invece è importante che questa fase si svolga lentamente per permettere ai tessuti di adattarsi alla testa del bambino e per facilitarne l’uscita.
Durante la discesa del bambino attraverso il canale da parto, i muscoli del pavimento pelvico si aprono verso l’esterno e la vagina si allarga per accompagnare il bambino nel suo viaggio verso la nascita
Una volta che la testa è uscita spesso segue una pausa durante la quale il corpo del bambino è ancora dentro il tuo corpo a questo punto il bambino compierà un movimento elicoidale per far uscire anche le spalle e il resto del corpo. La completa fuoriuscita avverrà con la contrazione successiva durante la quale usciranno le spalle una per volta e il resto del corpo… tutto questo avverrà in un attimo!

Riferimenti bibliografici:

• D&D n° 59, Il tempo dei prodromi, SEAO
• D&D n° 60, Il bambino nel parto, SEAO
• L’ostetrica e l’arte del sostegno, Andrea Robertson, McGraw-Hill
• La gioia del parto, Ina May Gaskin, Bonomi editore
• Pro-muovere il parto. La postura come procedura nel travaglio e nel parto, Anita Regalia, Carocci editore